Vi consiglio un libro…sulla fortuna

Continua la nostra collaborazione con GPInvest. La recensione di questa settimana che offre l’amico Giorgio Pecorari riguarda il celebre libro di Nassim Taleb –  Giocati dal caso: Il ruolo della fortuna nella finanza e nella vita

Quando qualcuno si vanta di aver guadagnato un sacco di soldi investendo in borsa (ma non solo) è merito della sua capacità o semplicemente di una buona dose di fortuna? O forse di entrambe?

Buona visione e soprattutto buona lettura!

Giorgio Pecorari, autore del video che avete appena visto, è l’amministratore della piattaforma di divulgazione finanziaria GPInvest; un progetto che punta a ridurre la distanza tra risparmiatori e mercati finanziari, fornendo conoscenze e strumenti per gestire in modo autonomo e profittevole i propri risparmi.

Il libro commentato nel video:

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Il mangiatore di soldi

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Se in Italia ci fosse la volontà di fare veramente un’opera di educazione finanziaria bisognerebbe cominciare dalle cose più semplici per poi spiegare quelle un pò più complesse (che comunque non sarebbero  tantissime).

Certamente l’inflazione e la sua funzione di erodere il potere d’acquisto nel tempo sarebbe uno dei primissimi argomenti da affrontare.

Tante volte mi sono sentito dire da amici o investitori che il momento non era il migliore per investire. Meglio tenere i soldi in cassaforte e poi si vedrà. In alcuni casi poi si estremizza arrivando alla sfiducia totale nel sistema bancario e finanziario preferendo tenere i contanti a casa per sempre.

Ciascuno di noi fa scelte più o meno ponderate, ma permettetemi di dire che questa è una sciocchezza totale, credo dettata dall’ignoranza di non sapere qual’è il potere nefasto che esercita l’inflazione sui nostri contanti.

Nella vita quotidiana programmiamo ad esempio di comprare un oggetto fra un pò di tempo. Uno smartphone tra 2 anni, un’auto fra 5 anni, l’università dei figli fra 10 anni, la casa fra 20 anni.

Tutto corretto, peccato che ragioniamo sempre a parità di potere d’acquisto costante. Partiamo con un importo in testa, magari siamo bravi e risparmiamo quella cifra nel nostro piano di investimento, poi quando arriviamo al dunque ci accorgiamo che i soldi sono pochi. Continua a leggere

Rendimento chiama Rendimento

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Prezioso articolo di Michael Batnick sul blog The Irrilevant Investor che va ad arricchire il filone dedicato a quella che Einstein definì l’ottava meraviglia del mondo, ovvero la capitalizzazione composta degli interessi. Ho ricevuto diverse osservazioni in passato sui numeri che vengono utilizzati per creare un’affascinante curva che sale in modo sempre più parabolico verso l’alto con il passare del tempo.

C’è chi dice che è impossibile simulare ad esempio un 6% di rendimento in ogni annata per i prossimi 30 anni. C’è chi dice che certi livelli di rendimento sono troppo elevati alla luce delle valutazioni attuali e sostanzialmente impossibili da raggiungere. Tutto giusto e discutubile, ma qui noi non vogliamo promettere per non mantenere, vogliamo spiegare per capire progettando il futuro con buon senso.

Il grafico riportato sul sito dell’advisor americano mostra l’andamento dell’Etf replicante dello S&P500 in versione total return affiancato dal solo indice di prezzo S&P500. La differenza, dopo 24 anni è notevole, 284%. Ma se i dividendi incassati rappresentano il 46% di questa cifra, da dove arriva il rimanente 238%? Continua a leggere

Perchè acquisterò un ETF Multifactor

cestaI fattori o “factor” all’inglese, altro non sono che strategie di investimento basate su regole molto rigide le quali mirano a selezionare in modo automatico titoli azionari con determinate caratteristiche.

Si va dal fattore “Quality” a quello “Size”, passando da quello “Value” per arrivare al “Momentum” fino al Min Volatility. Ovviamente ne esistono anche altri, ma quattro di questi cinque sono presenti all’interno della gamma di ETF Multifactor commercializzati da iShares (qui trovate ad esempio la scheda della versione Europe, ma esistono anche quelli USA e World).

Ogni fattore ha le sue caratteristiche peculiari. Scegliendo il Quality cercheremo società con bilanci solidi (ROE, utili, debito,ecc…). Con il Size ci porteremo in casa sostanzialmente delle small cap. Attraverso il Value società con indici di convenienza fondamentale ottimali (prezzo/utili, prezzo/valore contabile, ecc…). Con il Min Volatility società tendenzialmente meno volatili e rischiose di tutto il restante listino.

Purtroppo la scelta di un singolo fattore presuppone una scommessa. Va benissimo inserire un fattore all’interno di un portafoglio per aumentare la diversificazione. Va meno bene se ci affidiamo ad esso  per coprire l’intero azionario mondiale o europeo o americano, solamente perchè crediamo che le azioni value faranno bene da qui ai prossimi 20 anni.

Il difetto di questa scelta sta proprio nell’incapacità  che ognuno di noi ha di prevedere il futuro. Continua a leggere

Occhio non vede cuore non duole

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Un articolo apparso recentemente sul blog del celebre Robo Advisory americano Betterment  dimostra come l’eccessiva attenzione che gli investitori rivolgono al loro dossier titoli fa male.

Fa male al portafoglio (inteso come rendimento) e fa male al fisico (inteso come inutile stress). Noi ne abbiamo già parlato qui (I guardoni degli investimenti), ma dal post di Betterment emergono alcune interessanti considerazioni.

Questo fenomeno chiamato “myopic loss aversion” aumenta la percezione del rischio avvertita dal cliente all’aumentare dei login alla posizione titoli. Una eccessiva visione delle performance degli investimenti aumenta infatti la probabilità di andare a spulciare proprio nel momento in cui possono essere più intense le oscillazioni di valore del portafoglio. Nel breve termini è infatti normale vivere una fisiologica volatilità di mercato che a sua volta si riflette in smania di fare qualcosa da parte dell’investitore.

Questo tipo di atteggiamento determina così una performance comportamentale misurata dalla differenza tra ciò che avrei ottenuto stando fermo e ciò che invece è stato il risultato effettivo dell’operazione comprendendo le commissioni di negoziazione che non avrei sostenuto se appunto fossi rimasto fermo.

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Grafico della Settimana: Etf Db-X Smi (Borsa svizzera)

Continuano i post che mirano a mettere in evidenza gli andamenti grafici più interessanti ed originali di asset finanziari assolutamente replicabili da ogni investitore tramite fondi/ETF/ETC/Azioni/Obbligazioni/Valute.

La speranza è che questi spunti possano essere di aiuto nelle scelte di investimento presenti e future.

I grafici, per volontà dell’autore, non saranno commentati proprio perchè verranno selezionati solo quelli che “parlano da soli”.

Questa settimana presentiamo l’ETF Db-X Swiss Large Cap che replica l’andamento della borsa svizzera in valuta locale. Sembrerebbe che un doppio minimo sui supporti di lungo periodo sia costruttivo per nuove spinte rialziste nelle prossime settimane.

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Punto della Situazione

Ogni tanto è giusto fare un punto della situazione sulle valutazioni dei mercati ed i grafici di Doug Short rappresentano per il sottoscritto un eccellente  riferimento.

Senza pretese e consapevoli che servirebbero paginate di analisi per arrivare a conclusioni più approfondite, cominciamo con i principali criteri di valutazione fondamentale del mercato azionario americano. Non ci sono grandi dubbi circa il fatto che dopo oltre 8 anni di bull market le borse sono acquistate in questo momento a caro prezzo. Nella migliore delle ipotesi (il QRatio di Tobin) abbiamo valutazioni distanti almeno il 50% dalle medie storiche. La media dei 4 valori presi in considerazione da Doug Short ci porta a due deviazioni storiche di distanza dalla media storica.

peValutazioni care non significa necessariamente rendimenti elevati per tutti coloro che hanno investito. Chi ha comprato nel 2000 ha finora vista un ritorno nominale del 49.2% sullo S&P500 e del 11.2% sul Nasdaq. Siccome un investimento si valuta in termini reali (quindi al netto dell’inflazione) si può vedere dal grafico successivo come ancora c’è qualcuno che maledice il buy and hold.

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Commodity o non Commodity, questo è il dilemma

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Una recente ricerca di Research Affiliates ha cercato di fare un po’ di chiarezza circa il significato da attribuire all’investimento delle materie prime all’interno di un portafoglio di investimento.

Parto però dalla conclusione a cui giunge la società americana. Esistono tanti indici di commodities, ma ognuno di questi ha delle inefficienze che generano nei prodotti replicanti dei disallineamenti piuttosto marcati rispetto al benchmark. A questo si aggiungono fattori di concentrazione ravvisabili su indici eccessivamente pesati su certe commodity (ad esempio energy).

Detto ciò, quello che ci interessa adesso è riprendere in considerazione i lati positivi delle commodity, con un però.

Dal 1976 al 2016 la correlazione dell’indice di commodity scelto da ResearchAffiliates rispetto all’indice azionario S&P500 è stato di 0.17, irrilevante quindi. Rispetto all’indice di inflazione americana la correlazione positiva sale in modo considerevole a 0.46. I primi due messaggi sarebbero quindi, protezione dall’inflazione e capacità di diversificazione all’interno del portafoglio di investimento.

Il primo grafico ci mostra proprio la capacità che hanno storicamente avuto le commodity di ridurre la volatilità di un portafoglio di investimento inserendo 5 punti percentuali delle stesse (mediamente 53 punti base in meno di volatilità rispetto ad un classico 60% azioni 40% bond).

Fatta eccezione per il periodo immediatamente successivo al 2009, questa affermazione è vera, ma obiettivamente ha perso di peso nel corso dell’ultima decade. Anomalia, new normal o che altro, di fatto non tutto quello che è stato buono fino a oggi domani ripeterà i suoi effetti.

Questa statistica ha senso come quadro generale, ma obiettivamente non ci dice granchè sulla capacità che avranno nel prossimo futuro le commodity di attutire la volatilità con 5 punti di materie prime in portafoglio.

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