By |Categorie: Educazione finanziaria, Investimento|Pubblicato il: 11 Marzo, 2015|

Le obbligazioni  a tasso variabile sono spesso considerate lo strumento migliore per fronteggiare il rialzo dei tassi di interesse senza subire perdite in termini di prezzo rimanendo al tempo stesso ancorati alla dinamica dei tassi. In parte questa affermazione è vera così come è vero che storicamente il tasso variabile offre rendimenti superiori al classico money market.

Qualche puntualizzazione è però doverosa e in questo articolo, grazie anche ad uno studio effettuato qualche anno fa dal gestore di index fund Vanguard, metteremo in chiaro se l’investimento in obbligazioni a tasso variabile è la panacea contro un eventuale rialzo dei tassi di interesse.

Intanto facciamo una premessa. Acquistando obbligazioni a tasso variabile non vengono eleminati tutti i rischi.

Anche le obbligazioni a tasso variabile hanno dei rischi

Vero che l’indicizzazione al tasso variabile abbassa quasi a zero il rischio tasso, ma spesso e volentieri questo beneficio si lega ad un accresciuto rischio emittente.

Tolti i classici titoli di Stato o qualche sovranazionale, farete infatti molta fatica a trovare emissioni free risk di Stati Uniti o Germania, tanto per citare due nazioni considerate prive di rischio.

Molto più probabile che l’indicizzazione al parametro interbancario sia collegata ad un bond corporate investment grade o addirittura high yield. In questo caso (ed il 2008 insegna) l’insensibilità ai movimenti dei tassi viene sopraffatta dalla perdita di prezzo derivante dall’aumentato rischio credito sull’emittente

Non è un caso che la correlazione maggiore dell’indice delle emissioni a tasso variabile (il Credit Suisse Leveraged Loan) con gli altri indici cugini del mondo bond è proprio con il comparto corporate high yield (0.74).

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Altro interessante test che ha fatto Vanguard è quello relativo al comportamento dei floater (ovvero le obbligazioni a tasso variabile) durante e dopo i rialzi dei tassi.

Sono stati presi in considerazione dal 1994 i tre periodi di crescita dei tassi in cui la Fed ha aumentato il livello ufficiale di almeno 25 punti base e con una progressione di almeno 100 punti base in totale.

Allo stesso tempo l’analisi si è concentrata su cosa è successo dopo 12 mesi che il rialzo dei tassi di è arrestato (ovvero invariati o in calo per i 12 mesi successivi).

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L’istogramma di colore blu ci mostra come effettivamente durante le fasi di rialzo dei rendimenti l’indice delle emissioni a tasso variabile ha sovraperformato tutti gli altri antagonisti, realizzando mediamente un +4,3% rispetto all’indice Us Aggregate Bond.

Il problema è però come sempre quello di sapere quando è il momento di accantonare il tasso variabile per andare sul fisso.

A distanza di 12 mesi da quando la Fed smette di far salire i tassi di interesse una buona fetta dei guadagni accumulati in precedenza viene persa per strada ed in alcuni casi addirittura il bilancio è negativo (vedi Us long Treasury, Long term Bond Market e High Yield).

Come succede quasi sempre in finanza, ci troviamo quindi di fronte ad un bivio che richiede anche una buona dose di veggenza e di timing.

L’approccio equilibrato è consigliato anche nell’investimento in obbligazioni a tasso variabile.

Ma almeno il tasso variabile ci permette di allineare il nostro investimento in bond all’evoluzione dell’inflazione?

Mi dispiace ma la sentenza di Vanguard è abbastanza chiara. Dal 1992 al 2013 la correlazione dell’indice floater con il Consumer Price Index è piuttosto scarsa (0.30), una positività tra l’altro figlia degli ultimi anni post 2008 visto che, fino a quella data, la correlazione era praticamente nulla.

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Chiudiamo infine con il test di Vanguard su vari tipi di portafoglio con la componente bond che viene gradualmente aumentata di tasso variabile per capire se rendimento e volatilità ne traggono beneficio.

In questo caso sono state create delle scalette di portafoglio equity/bond con l’obbligazionario che gradualmente vede aumentare la componente floater del 10% a discapito di quella a tasso fisso aggregate.

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Il risultato ci mostra come in linea generale aumentare la parte variabile determina una riduzione del rendimento dei vari tipi di portafoglio ovviamente legata al fatto che, storicamente (in questo caso il periodo analizzato è il 1992-2013), l’investimento a tasso fisso sovraperforma quello a tasso variabile.

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Diverso invece il discorso legato alla volatilità dove è possibile dare un senso alla componente a tasso variabile come ammortizzatore del rischio nei portafoglio con prevalenza di bond da 20% equity/80% bond fino a 100% bond. In questo caso allocare tra i 10 e i 30 punti di obbligazioni in floater ha permesso storicamente di smussare la volatilità.

In conclusione possiamo quindi dire che l’investimento a tasso variabile è un’altra di quelle cartucce a disposizione dell’investitore per attenuare il rischio di un eventuale rialzo dei tassi.

Nel fare questo bisogna però tenere presente il fattore rischio di credito che potrebbe inficiare il risultato o addirittura annullare l’effetto benefico del tasso variabile.

Non è un comportamento da investitore di buon senso detenere il 100% di esposizione al tasso variabile anche perché bisognerebbe avere la certezza del momento in cui una Banca Centrale smette di alzare i tassi liquidando i bond floater con un timing molto difficile da realizzare.

Una giusta esposizione al tasso variabile (tra il 10% e il 30%) appare storicamente la soluzione migliore per portafogli molto esposti dal lato bond, questo per compensare la minor redditività con una maggiore compressione del rischio.

Come sempre equilibrio e buon senso devono rappresentare la bussola dei nostri investimenti.

Fonte: Vanguard – A primer in floating rate bond funds

3 Commenti

  1. erreffe 11 Marzo 2015 at 13:19 - Reply

    rileggendo quello che ho scritto,forse si capisce non troppo bene la richiesta:avrei già la somma,quindi forse sarebbe piu indicata la seconda opzione,ma anche per curiosità,statisticamente e storicamente,ha piu validità l’opzione pac classico lungo o quello breve,per quanto riguarda volatilità,che mi interesserebbe di piu e in seconda battuta rendimento? ari-grazie ;)

  2. erreffe 11 Marzo 2015 at 13:07 - Reply

    complimenti..la lettura quotidiana del tuo blog ormai è diventata imprescindibile,quasi una dipendenza :D ..sto cercando di recuperare anche con gli articoli passati..mamma mia quante cose ci sono da imparare!
    Avrei una curiosità:come è costituito il tuo portafoglio?come lo hai impostato,intendo con che % tra le varie assets?per caso hai fatto pure qualche pac?attualmente sono piuttosto sovrappesato sul risk free/liquido e quindi sto perdendo diverse occasioni,Sono indeciso se rientrare,anche sconfessando quello fatto fino ad ora o fare un pac..fare un pac lungo a rate mensili,oppure uno piu breve,diciamo due o tre anni,con rate piu gonfie,avendo la disponibilità e trimestrali o semestrali..chiaramente si tratterebbe di costruire qualcosa per il lungo termine,per la pensione,su quella cd ufficiale non potrò proprio contare,visto che non ho lavoro e per non farmi erodere il capitale dal killer silenzioso dell’inflazione,non propriamente per speculare…potresti darmi qualche buon consiglio,di cui naturalmente mi assumerò ogni tipo di responsabilità,s’intende…grazie :)

    • erreffe 14 Marzo 2015 at 17:01 - Reply

      Grazie,molto gentile e saggio,come sempre..buon fine settimana!

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