Deludenti e Popolari

All’inizio di quest’anno l’inserto Plus del Sole24Ore ha pubblicato la statistica su quanti gestori di fondi comuni italiani hanno battuto il benchmark nel 2014. Il risultato altro non è che una conferma di ciò che avevamo già visto qui, con 4 fondi su 5 che NON sono stati capaci di battere il rispettivo indice di riferimento. Alcuni elementi vanno però discussi più approfonditamente al di là del risultato statistico.

stelle
Il quotidiano di informazione finanziaria indica come orribile l’anno dei fondi visto che solo il 19% dei gestori ha battuto il benchmark nel corso del 2014, orribile anche perché si veniva da un biennio record in cui questa percentuale era arrivata al 45%. Record? E’ un record quello di avere più della metà dei giocatori che non riescono ad ottenere quei risultati attesi da ogni cliente che affida il proprio risparmio a operatori specializzati i quali si fanno pagare profumatamente? Tiriamo una moneta e speriamo di azzeccare quello giusto, questo dice la statistica. Trovare chi batte il benchmark in modo sistematico è difficile e quindi la fortuna assume un ruolo importante nella definizione di vincitori e vinti.

Andiamo avanti.

I risultati peggiori sono stati realizzati nei momenti di mercato in cui la volatilità (ed i ribassi) imperversava, quindi 2008, 2009 e 2011. I risultati migliori viceversa nelle fasi più tranquille e meno volatili dei mercati finanziari. Anche questa non è una novita per noi vedi qui, ma è evidente che la presunta abilità dei gestori di fronteggiare o prevedere le fasi turbolente e potenzialmente negative per i nostri portafogli non esiste.

Andare con una barca a remi in un laghetto di città senza correnti è alla portata di tutti, ma fare rafting in un torrente impetuoso richiede invece abilità particolari ( o tanta fortuna se non le avete). Evidentemente scovare queste abilità tra i gestori di fondi non è così semplice quando arrivano le rapide.

Altro punto interessante emerso dall’articolo del Sole24Ore è quello legato al campione di analisi. Se gli strumenti di investimento a disposizione degli italiani intesi come fondi ha ormai superato le 8 mila unità, solo 900 sono di diritto italiano, ma di questi ben 500 sono flessibili quindi senza un benchmark a cui fare riferimento; la semplice indicazione della misure di rischio a cui il fondo si vincola (solitamente il Var ovvero la massima perdita potenziale del fondo su un determinato orizzonte temporale e all’interno di un certo intervallo di confidenza statistica) è diventato l’adempimento più semplice per gestori che si fanno misurare sul rischio e non su un parametro di mercato.

Tra i flessibili oggi rientrano quelle tipologie più gettonate dagli uffici marketing delle case di investimento, absolute return, total return, unconstrained. Nel 2014 tra i 143 fondi di diritto italiano ben 100 sono di tipo flessibile, una chiara indicazione di dove vogliono portare i risparmiatori le case di investimento. Oltre a far guadagnare bene chi li gestisce questi fondi hanno la caratteristica di essere spesso e volentieri poco classificabili per le caratteristiche di originalità che distingue ogni prodotto. Questo è confermato dai numeri relativi alle dispersioni dei rendimenti indicate dal Sole. Nel 2014 a fronte di una performance media di questi prodotti del 3,3% il miglior flessibile ha ottenuto un +55,3% mentre il peggiore ha ottenuto un risultato negativo del 37,7%, uno spread talmente largo da rendere spesso impraticabili e misurabili confronti con benchmark.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è perché a fronte di questa aleatorietà sui risultati dei fondi gli investitori rispondono così?

Leggi anche: Fondi a gestione attiva, la difficoltà di battere il benchmark

I gestori dei fondi attivi sanno proteggerci dai ribassi? Insomma…

I gestori dei fondi attivi sono bravi o fortunati?

I MacGyver degli investimenti

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