Emergenti sono ed Emergenti rimangono

Interessante articolo di Alliance Bernstein su come comportarsi di fronte all’investimento in bond emergenti. Meglio local currency o hard currency? Meglio aprirsi al rischio cambio oppure no?

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Se ragionassimo in ottica puramente di rendimento per unità di rischio la decisione non potrebbe che cadere sugli investimenti obbligazionari in hard currency. Alliance Bernstein dimostra infatti come aumentare la percentuale di emissioni emergenti in dollari all’interno dell’investimento accresce considerevolmente il ritorno per unità di rischio che passerebbe da 0.70 in un classico 50/50 (50% emissioni in hard currency a rischio cambio quindi coperto e 50% in local currency) a 0.95 con il 100% di bond emessi in hard currency. Il discorso cambierebbe se si potessere abbinare alle emissioni in valuta fortequelle in valuta locale ma con cambio coperto. In tal caso l’asset allocation ideale all’interno del mondo bond emergenti risulterebbe 80% local currency valuta coperta e 20% hard currency.

Questa combinazione non è tanto lontana da quella che è la capitalizzazione totale di questi prodotti sui mercati mondiali. Allo stato attuale infatti il 28% delle emissioni emergenti sono in valuta forte contro il 72% in local currency. Facendo ciò che si fa con i classici indici benchmark di replica come il Jpm Global Aggregate o il Msci World il peso maggiore andrebbe attribuito alle Local Currency, ma il prezzo da pagare in termini di volatilità sarebbe elevato.

La valuta è sempre una bestia difficile da domare, fonte di ampi guadagni ma anche di pesanti perdite come quelle accumulate negli ultimi anni. Basti pensare che fino a maggio 2013, il mese in cui Bernanke pronunciò la parola tapering, il ritorno dei due principali indici che misurano il total return di bond emergenti emessi in local e in hard currency era pressochè identico (10,5% annuo partendo da gennaio 2003), ma in due anni tutto è cambiato. L’avversione al rischio emergenti degli ultimi 2 anni ha ridimensionato questa performance ma lo ha fatto in modo molto più marcato sull’indice local currency il cui ritorno annuo dal 2003 è sceso al 8,2% contro il 9,2% dell’indice in hard currency.

Abbiamo però scelto di andare oltre e di confrontare l’andamento dell’obbligazionario in hard currency con quello dell’azionario emergente; anche in questo caso le emissioni in valuta forte stravincono e lo fanno addirittura dal lontano 1994.

emergenti1Come si vede dalla tabella a fronte di un rendimento annuo composto del 9,7% sull’obbligazionario con volatilità di poco superiore al 13%, l’azionario ha fornito un ritorno annuo inferiore al 3% con volatilità due volte e mezzo superiore.

Ma andiamo ancora più in profondità e confrontiamo un bilanciato emergente con un bilianciato americano dal 1994 ad oggi. Qualcuno obietterà che erano altri tempi e gli emergenti erano veramente tali, ma fatto sta che ritorno annuo e volatilità emettono una sentenza piuttosto chiara.

emergenti2Al mondo emerging market si può dedicare una piccola fetta di investimento, ma senza esagerare come rendimento e volatilità storica di questi mercati ci hanno insegnato nel corso degli ultimi 20 anni e soprattutto evitando di ripetere errori come quello giapponese di cui abbiamo parlato qui. Personalmente credo che complessivamente tra bond ed equity il 10% rappresenti una percentuale massima oltre la quale può essere deleterio andare.

Fonte: Alliance Bernstein

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