Critiche e Giustificazioni

Ricevo ogni tanto qualche commento giustamente critico circa il troppo utilizzo che faccio nelle mie simulazioni degli indici americani e di quelli non italiani o europei. Come detto la critica ci sta visto che apparteniamo al Vecchio Continente ed è evidente che inflazione, crescita economica, pesi di investimento finanziario, sono maggiormente orientati verso gli asset europei (anche se a volte si eccede con il cosiddetto “home bias” come abbiamo visto qui).

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Tra i primi articoli di questo blog a dire il vero analizzai proprio il mercato italiano da un punto di vista storico, ma è innegabile che l’America per completezza, accessibilità, ma soprattutto serie storiche di dati permette di stilare statistiche molto più affidabili.
A seconda delle fonti si possono trovare informazioni che partono dal 1870 o dal 1925 sulle tre principali asset class americane (Bond a 10 anni, S&P500 e Cash). Per gli indici nostrani, compresi quelli europei ed emergenti, si cominciano a trovare serie affidabili solo dall’inizio degli anni 70 e questo ci priva ovviamente di un campione statistico notevole.

E’ innegabile poi che tuttora gli Stati Uniti rimangano il mercato di riferimento e che se l’America va giù difficilmente gli altri si salvano essendo dipendenti dalle politiche monetarie e dai cicli economici a stelle e strisce. Se per l’Europa questa fase di tassi bassi è nuova, per gli Stati Uniti possiamo avvalerci di un’ampia documentazione statistica che ci ha permesso ad esempio qui di vedere come i mercati si mossero all’interno di un periodo prolungato di bassi tassi di interesse, oppure di tassi ufficiali a zero.

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Oltre a questa giusta osservazione dei lettori c’è ne sono altre che secondo me vale la pena di evidenziare e di cui tenere conto. Le nostre analisi si fondano su indici puri, non influenzati da tassi, costi di intermediazione, spread denaro lettera per esempio.

Gli stessi indici erano diversi anni fa e le stesse modalità di investire su questi indici erano diverse. Lo S&P500 ad esempio non era costituito da 500 società fino agli anni 50, ma bensì solo da una novantina di aziende operanti nel settore delle ferrovie, industriale e delle utilities. Il numero di fondi comuni di investimento per replicare l’indice erano pochissimi e non c’erano indici a replica passiva tipo ETF.

I costi per acquistare delle azioni erano completamente diversi da quelli molto bassi di oggi. Ad esempio negli anni 50 per comprare azioni si potevano pagare anche commissioni di trading pari al 10%. Questi elementi potrebbero anche essere stati una delle causa che portavano gli investitori a chiedere premi al rischio più elevati sull’azionario rispetto ad oggi.

Basta confrontare le possibilità di investimento che hanno oggi i risparmiatori in termini di asset class, di strumenti finanziari, di costi, di tecnologia rispetto a solo 40-50 anni e capiamo come il balzo è stato enorme e questo non è un fattore da sottovalutare in quelli che sono i comportamenti dei mercati stessi. Poi c’è la tassazione. Solo per noi italiani nel giro di qualche anno è più che raddoppiata e questo di fatto abbatte in maniera notevole l’unico vero rendimento che contra, quello al netto di tutto.

Con questo voglio semplicemente dire che la storia degli indici è utile a tutti quanti per creare delle aspettative di ritorno dagli investimenti, per capire il comportamento dei mercati in certe situazioni, ma tutto questo si scontra con altri elementi che hanno subito nel corso della storia cambiamenti enormi per il risparmiatore, alcuni in peggio alcuni in meglio. I costi, la tassazione, la tecnologia, non possiamo prevedere come evolveranno e allora ecco che ci rimane solamente la possibilità di analizzare qualcosa di puro che la storia ci consegna (gli indici) utilizzando le informazioni passate con razionalità e buon senso. Non si può investire non tenendo in considerazione certi limiti, ma non si può investire non tenendo conto di quello che la storia ci ha insegnato in 100 e passa anni di finanza ben documentata.

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