Conoscere i Mercati: Obbligazionario Emergente

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Uno degli errori che frequentemente si verificano tra gli investitori è quello di indirizzare il proprio denaro verso una serie di strumenti consigliati da terzi o consulenti, oppure scovati in rete prendendo spunto da qualche analisi di mercato, o ancora estratti da articoli di giornal. Spesso però la decisione non è supportato da una corretta ponderazione dell’impatto  che questi strumenti avranno sul nostro portafoglio globale di investimento e soprattutto sulla sua diversificazione. Con questo post proeseguiamo la serie di analisi  sintetiche cominciate qui con la prima puntata per favorire una presa di coscienza maggiore di quello che state facendo quando comprate un ETF o un fondo a replica passiva di un benchmark.
Questa settimana l’analisi viene effettuata sul mercato obbligazionario emergente.

Quando si acquistano prodotti obbligazionari legati ai mercati emergenti è necessario sapere cosa si compra e soprattutto quali tipi di rischio si portano dentro al nostro portafoglio.
Troppo spesso basta la parola emerging markets abbinata ad un succulento rendimento per convincere un titubante risparmiatore, ma non tutti i bond emergenti sono uguali anche in termini di rischio.

La prima distinzione fondamentale da fare è quella tra investimenti in obbligazioni emesse nelle cosiddette Hard Currency (Usd, Eur, Gbp) sintetizzate nell’indice JpMorgan Emerging Market Bond Index e quelle emessi in Local Currency (valute locali del paese emergente) sintetizzate dal JpMorgan Government Bond Index Markets.

Le prime, quelle in hard currency pari ad un quinto dei fondi presenti sul mercato mondiale, di fatto mantengono incorporato un rischio paese emittente mentre la valuta è quella di un paese sviluppato (la più diffusa è il Dollaro).

Le seconde, pari ad un quarto dei fondi disponibili per la clientela nel mondo bond emergenti, hanno un rischio valutario ancorato non più a Dollaro o Euro, ma alle valute locali del paese emergente di emissione.

spreadfIl grafico ci mostra come in questo momento le emissioni in valute locali incorporano un premio rispetto alle emissioni in hard currency pari a circa lo 0.90%, premio legato al fatto che la fragilità di molte divise emergenti deve essere compensata garantendo un ritorno maggiore di tasso di interesse. Questo spread non è statico e unidirezionale ma varia nel corso del tempo e dei paesi emittenti.

Ai fondi composti da bond emessi in local currency ed in hard currency si aggiungono poi quelli composti da emissioni solo corporate sintetizzate dal JpMorgan Corporate Emerging Market Bond Index. La maggior parte delle emissioni in questo caso sono in Dollari Usa, ma negli ultimi anni anche le local currency si stanno ritagliando il loro spazio.

Quarta ed ultima categoria di fondi che troviamo sulla nostra strada per investire nel mondo bond emergenti è la cosiddetta blended. In questo caso le tre categorie citate sopra vengono mixate tra loro.

Quando si acquistano questi tipi di prodotti i rischi da tenere in debita considerazione sono diversi. Il primo è certamente quello emittente. Tolte le emissioni sovranazionali in divisa emergente, in questo caso l’investitore deve considerare a quale paese o serie di paesi affida il suo denaro. Il differenziale di rendimento pagato da un paese rispetto ad un classico Treasury americano rappresenta il premio che il mercato chiede per prestare denaro all’emittente emergente. Se l’emittente è una società il premio richiesto dal mercato è solitamente più alto.

Secondo rischio è quello valutario. Come visto qui, tassi di inflazione, politiche monetarie, rischi geopolitici, possono incidere sul valore di monete tendenzialmente più volatili delle cosiddette hard currency.

Questi fattori di criticità si tramutano in fasi di instabilità dell’investimento molto più forti rispetto ad altri investimenti obbligazionari.

mgstarQuesta tabella ci mostra i massimi drawdown di varie asset class negli ultimi 10 anni. Le perdite massime sui settori emerging bond sono molto più sostanziose rispetto a quelli classici di un bond aggregate globale.

Questo ci permette poi di fare un altro appunto. Anche quando comprate un classico Global Aggregate comprerete paesi emergenti, nello specifico (ed allo stato attuale) circa il 16% del portafoglio. Attenzione quindi a non eccedere nell’investimento diretto in emerging market e considerate sempre anche le esposizioni indirette.

Andando direttamente sui prodotti come gli ETF di iShares possiamo poi notare come la concentrazione su certi paesi è tutto sommato accettabile grazie alla diversificazione che ne consegue acquistando un paniere di bond inseriti all’interno di un fondo.
Nel caso di questo ETF rappresentativo di un investimento in emissioni emergenti in hard currency (dollaro Usa)  notiamo ad esempio come ogni paese non partecipa per più del 5,5% all’interno dell’ETF.
Passando alla versione local currency notiamo invece una minore diversificazione paese legata al fatto che comunque la liquidità su certe valute esotiche tende ad essere più bassa e quindi è preferibile per i gestori investire sulle valute emergenti più scambiate a livello mondiale fissando magari il numero massimo di paesi presenti; questo porta l’asticella del rischio massimo per singolo paese/valuta al 10%.

I prodotti in questione hanno costi mediamente più alti di quasi il doppio rispetto ai classici Global Aggregate con spread denaro lettera più elevati in fase di acquisto e vendita per effetto di una minore liquidità, due fattori di spesa da tenere in debita considerazione se si utilizzano questi prodotti non per investimento di medio lungo periodo, ma per solo trading.

Leggi anche: Conoscere i mercati: azionario emergente

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                      Emergenti sono ed emergenti rimangono

                      Il fascino esotico della scommessa valutaria

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