Il Rendimento Storico delle Azioni, un Mito da Sfatare

Ho trovato molto interessante l’articolo di Lance Roberts pubblicato su AdvisorPerspective circa alcuni miti finanziari da sfatare.
Uno di questi è quello relativo al ritorno annuo medio dei mercati azionari. Anche su questo blog abbiamo spesso citato la percentuale annua composta di rendimento di un investimento azionario sulla borsa americana partendo dal 1871. In 144 anni di borsa una persona (che per ovvi motivi anagrafici non esiste) avrebbe portato a casa poco più del 10% annuo nominale. Ma è corretto citare questo numero come aspettativa di rendimento nel lungo periodo al di là delle considerazioni di timing?

Giustamente Roberts mette i puntini sulle i ed è ciò che ogni investitore e consulente finanziario di buon senso dovrebbero fare. Alla fine della fiera ciò che conta è quello che vi metterete realmente in tasca e che potrete spendere quando lo riterrete opportuno.

Il preambolo è legato alla natura di questo 10% ottenuto dai mercati americani nella loro storia. Il 40% del rendimento è maturato grazie ai dividendi mentre la parte restante è generata da un effetto prezzo in linea con i tassi medi di crescita dell’economia.

Intanto questa performance è notevolmente influenzata dal momento in cui si entra sul mercato il quale oscilla naturalmente su quotazioni più alte e più basse. Ma non è questo il punto.

Quando si investe ciò che dobbiamo aspettarci dal mercato è un valore nominale che verrà decurtato dall’inflazione, trasformando il rendimento in reale, ma anche da tasse e commissioni. Roberts ha così provato a fare una simulazione decurtando quel famoso 10% di rendimento storica da tasse e commissioni (15% di aliquota media fiscale e 1% di Total Expense Ratio); già questo ha portato il rendimento annuo composto nominale (CAGR) al 9,07%.
Se poi togliamo l’inflazione media di questi 144 anni di storia quello che rimane è il 6,86%, un valore decisamente più basso.

rendimento storico -tasse e commissioni

D’accordo che nessuno ce l’avrebbe fatta, ma in termini monetari questa differenza di rendimento in 144 anni si sarebbe tradotta in 255 milioni di dollari in meno di ricchezza.
Ora tenete conto delle variabili in gioco. La tassazione della rendita finanziaria, che in Italia al momento è molto più alta, ma soprattutto i costi. Se questa simulazione è fatta con un costo del 1% ed una tassazione più bassa, provate a pensare cosa potrebbe succedere al vostro investimento azionario quando comprerete prodotti a TER al 2% o 2,50% in un contesto di tassazione italiana al 26%.

Il vostro rendimento potenziale di lungo periodo colerà a picco per effetto di questi fattori (l’inflazione non la possiamo prevedere). A fronte di due elementi di incertezza, rendimenti ed inflazione, avete due elementi di certezza su cui lavorare. Uno di questi due soggetti che pagate (lo Stato) non lo potete schivare, l’altro (il gestore) invece sì magari ricercando non solo quel fondo che ha le 5 stelle Morningstar o le performances migliori, ma piuttosto quello che costa meno (ovviamente con storia di performances decenti). Personalmente il sapere che una fetta così consistente del mio capitale accumulato nel lungo periodo verrà dirottato nelle tasche di un gestore esoso (che verrà pagato sempre e comunque) un po’ di fastidio lo crea e voi cosa ne pensate?

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