Non fa ancora caldo a Wall Street

caldo

Ormai ogni giorno appare qualche analista che indica nella borsa americana quella con le prospettive di rendimento più grame per la prossima decade e questo alla luce delle valutazioni raggiunte. La cosa che però nessuno vi dice è che se osserviamo il ritorno annuo di un investimento sulla borsa americana negli ultimi 10 o 20 anni siamo ben sotto la media storica.

Un lavoro egregio è stato fatto da Richard Bernstein sul suo blog. In pratica l’advisor americano ha ordinato le performance a 1, 3, 5, 7, 10 e 20 anni dello S&P500 in versione total return, quindi comprensiva di utili.

Negli ultimi 12 mesi ad esempio il ritorno totale è stato di quasi il 14% con il ritorno mediano del corrente bull market pari al 15,1%. Suddividendo idealmente in 5 quintili (quindi suddividendo in 5 fette le performance annue dal 1926 ad oggi della borsa americana), il risultato degli ultimi 12 mesi si inserisce nel terzo quintile. Non siamo di fronte ad un anno eccezionalmente “caldo” insomma. Continua a leggere

Vedere Cammello Pagare Moneta

camm

Cullen Roche sul suo blog sembra già allertare gli investitori circa le proposte che i gestori di fondi a gestione attiva (ma forse anche di Etf smart beta) potrebbero presto inviare, tramite la loro offerta di prodotti, alla clientela privata.

Se oggi lo scenario di bassi rendimenti attesi riguarda sia azioni che bond, sarebbe un assurdo dover pagare alte commissioni per avere bassi ritorni reddituali.

Tutta l’industria del risparmio gestito dovrà ridimensionare le proprie pretese sia per il contesto di mercato che per la concorrenza dei prodotti low cost.

Il processo sarà lento ma inevitabile, ma ovviamente ci sarà qualche fondo a gestione attiva che però cercherà di salvare conti, bilancio (e bonus) “imponendo” all’investitore  prodotti complessi e cari. E qui l’investitore dovrà alzare la guardia. Continua a leggere

Difendersi dai furbetti della finanza? Si può…

phishing

Durante le mie ultime vacanze estive ho letto in sequenza due libri dai quali ho estrapolato tanti concetti utili nella vita quotidiana di consumatore / risparmiatore, ma anche di investitore non sempre razionale.

Entrambi hanno per oggetto il modo in cui coloro che vendono un prodotto o servizio riescono a mettere in pratica una sorta di rete capace di persuadere anche il più diffidente dei consumatori.

Il primo libro Ci prendono per fessi. L’economia della manipolazione e del’inganno è stato scritto dal Premio Nobel Robert Shiller affiancato da Robert Akerlof già autore di
Economia dell’identità. Come le nostre identità determinano lavoro, salari e benessere.

L’argomento centrale (da cui la grafica della copertina con il pesce che viene preso all’amo) di questo libro è appunto il phishing.

Come scrivono gli autori, il phishing è un modo per indurre qualcuno a prendere una decisione che rechi benefici a chi esegue il raggiro e non a chi viene raggirato. Le nostre decisioni scaturiscono perlopiù dal racconto della nostra situazione che facciamo a noi stessi. Viene così introdotta nella teoria economica una nuova variabile: la storia che l’individuo racconta a se stesso.

Quante volte abbiamo acquistato un prodotto finanziario abboccando all’amo del consulente di turno il quale pensava più al suo budget che al vostro interesse finanziario? Quante volte ci siamo fatti dei viaggi incredibili circa un’operazione finanziaria presa in autonomia e che ancora ci portiamo dietro perchè non abbiamo avuto il coraggio di ammettere l’errore commesso? Quante volte abbiamo acquistato prodotti di cui non ci era chiarissima la struttura solamente per “sognare” ad occhi aperti un rendimento superiore alla media?

Ovviamente Robert Shiller cita innumerevoli casi di phishing nel mondo della finanza. Vi lascio con la curiosità di leggere il libro, ma uno spazio specifico è dedicato ai cosiddetti “noise traders”, ovvero coloro che affidano al rumore piuttosto che all’informazione le proprie decisioni. Questi traders (detti anche idiot) acquistano sull’onda di voci occasionali muovendosi come banchi di pesce impazziti da una parte all’altra; ovviamente in questo ambiente l’azione di phishing è possibile proprio quando ci sono investitori avveduti in grado di approfittarne.

La bolla della new economy degli anni 2000 quando tutto ciò che aveva la parola web, internet o .com veniva piazzato da investitori istituzionali in collocamenti miliardari, oppure lo scandalo delle obbligazioni strutturate legate ai mutui subprime del 2007 con grandi investitori che camuffavano da tripla A discariche a cielo aperto guadagnando laute commissioni, sono solo due dei casi emblematici analizzati.

Il secondo libro che mi ha colpito in modo positivo è un classico (anche considerando l’anno di pubblicazione) di Robert Cialdini dal titolo Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì. Sono talmente tanti gli esempi che anche in questo caso il consiglio è di leggersi un libro che non annoia mai.

Uno dei passaggi che ben si può incastrare con l’analisi di Shiller illustrata in precedenza, riguarda la necessità per le persone di cercare  una forma di “riprova sociale” prima di prendere una decisione. Il passo del libro che riguarda questo fenomeno cita:

Quando siamo dubbiosi, quando la situazione è ambigua e regna l’incertezza, è più facile che guardiamo al comportamento altrui e lo prendiamo per buono. Mentre osserviamo le reazioni degli altri per risolvere la nostra incertezza, rischiamo però di trascurare un fatto importante: anche loro probabilmente stanno cercando una qualche riprova sociale.

Specialmente in una situazione ambigua, la tendenza di ciascuno a stare a guardare per vedere che cosa fanno gli altri può causare un fenomeno straordinario, la cosiddetta “ignoranza collettiva”.

Vi dicono qualcusa queste parole circa il comportamento degli investitori nelle fasi di esuberanza o pessimismo estremo? Si tende spesso a fare riferimento a guru o presunti tali, a seguire la massa, gli articoli di giornale, a non pensare con la propria testa con il risultato di generare una fase di ignoranza collettiva.

E piuttosto che perdere tempo con questo “rumore” per favore leggete tanto, anche questi libri. Capirete molto del comportamento umano in certi contesti storici rimandando al mittente l’amo che cercava di catturarvi.

Buona lettura a tutti.

Letture consigliate:

Robert Shiller – Ci prendono per fessi: L’economia della manipolazione e dell’inganno

Robert Cialdini – Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì

 

E’ ancora possibile guadagnare in doppia cifra con i bond statali? Oh Yes

Post molto sintetico ma credo estremamente pratico a difesa del mondo obbligazionario.

Non tanto per la convinzione che gli attuali livelli di rendimento rappresentino un’occasione clamorosa, ma semplicemente per smentire chi continua a mettere nella testa dell’investitore l’idea che le obbligazioni a lunga scadenza a questi livelli saranno una sicura fonte di perdita.

Forse lo saranno in termini nominali se i tassi di interesse saliranno, forse lo saranno in termini reali se l’inflazione salirà oltre i rendimenti nominali attuali. Tanti se, ma nessuna certezza.

Forse darà fastidio a coloro che  da mesi, se non anni, predicano la necessità di allontanarsi dalle obbligazioni governative. Se i tassi di interesse scenderanno però di 1 punto percentuale dai livelli attuali il guadagno in termini di prezzo sarà molto più alto rispetto ad una variazione analoga ma partendo da rendimenti più elevati.

Non ci credete vero? La tabella successiva chiarisce meglio il concetto.

Se improvvisamente una mattina vi svegliate e vi accorgete che i tassi a 30 anni americani sono scesi dal 3% al 2% quel guadagno del 22% che avrete ottenuto sarà molto più consistente di quello generato da un calo di 100 punti base (o 1% di rendimento) partendo ad esempio dal 6% per arrivare al 5%.

E’ semplicemente matematica.

1

Tradotto su un Btp a 30  anni (ad esempio il 3.25% 2046) che a 30 anni supponiamo renda  il 2.12% con un prezzo di 125, un calo di 100 punti base capace di portare il rendimento al 1.12% genererebbe un prezzo  di circa 154. Improbabile ma non impossibile.

Qui nessuno nega che la stessa regola vale al contrario, ovvero le perdite in caso di salita dei tassi. Attenzione però perché in questo caso avremmo un seppur modesto effetto cuscinetto esercitato dalle cedole, effetto che diventa amplificatore di guadagni nel caso di ribasso dei tassi presentato prima.

Quello che si vuole trasmettere ai lettore con questo post è che fino a quando qualcuno non mi dimostrerà di saper prevedere il futuro, indicare nelle obbligazioni governative una fonte sicura di perdite è una balla atomica.

Esiste anche la possibilità che le obbligazioni governative, a certe condizioni, possano addirittura generare guadagni in doppia cifra partendo dagli infimi livelli attuali e ve lo abbiamo dimostrato.

Equilibrio ragazzi, sempre e comunque in ogni momento di mercato.

Leggi anche: Rialzo dei tassi, con un esempio non fa così paura

La Semplicità Premia

copLa settimana scorsa un lettore ha posto un quesito a margine del post “Meglio stare insieme”.

Ecco qui la domanda:

Un portafoglio che comprenda un azionario e un obbligazionario globale sarebbe sufficientemente diversificato? Si potrebbe fare a meno di materie prime, oro e immobiliare o sono settori indispensabili? Rigirando la domanda, se li aggiungessimo, aumenteremmo in qualche modo il rendimento finale, la decorrelazione e l’efficienza, abbasseremmo la volatilità e i drawdown? Grazie

Qualche doverosa premessa prima di una risposta. Ogni periodo storico è diverso, ogni asset class in certi tempi è portatrice di maggior rendimento e minor volatilità oppure l’opposto.

Aggiungere ingredienti alla ricetta può sempre rappresentare un buon modo per investire su asset class dal potenziale di rendimento più interessante, oppure su strumenti in grado di ammortizzare i cali. Quando però si abusa degli ingredienti si corre il rischio di andare in overdiversificazione.

La semplicità deve essere un pilastro cruciale per ogni investitore. Portafogli con più di 8-10 prodotti cominciano ad essere “eccessivi” anche perchè si presume che con questi numeri massimi sarete già in grado di coprire i principali temi di mercato.

La domanda del lettore è un quesito classico dalla difficile risposta. Ho fatto un back test dal 1987 al 2015 per vedere cosa sarebbe successo ad un semplicissimo portafoglio investito per il  60% in azioni americane e per il 40% in bond americani. Ho poi provato a diversificare questo portafoglio mettendolo a confronto con uno più complesso. L’azionario è stato suddiviso tra 25% di azioni USA, 25% di azioni internazionali e 10% di REIT. Il residuo è andata tra 10% Bond USA, 10% Global Bond, 10% Corporate Investment Grade, 10% Commodity.

Ecco il risultato

portCome potete vedere non ci sono grandissime differenze, anzi la semplicità estrema è premiante.

Ho deciso allora di provare con un terzo portafoglio molto più complesso e frammentato.

assetEd ecco i risultati sempre dal 1987 al 2015.

port2Niente da fare, il portafoglio più semplice rimane vincente.

Ma come direte voi? E allora tutta questa menata della diversificazione? Intanto la diversificazione più importante è proprio racchiusa nel portafoglio semplice. Azioni e titoli governativi.

Poi come vi ho detto i periodi storici non sono sempre uguali ed infatti se facciamo lo stesso esercizio dal 2000 al 2015 ecco il risultato

port3A quanto pare stavolta la diversificazione più spinta ha funzionato garantendo un maggior rendimento seppur a costo di una volatilità più alta, ma comunque in grado di garantire uno Sharpe ratio migliore del portafoglio semplice.

Come vedete non ci sono soluzioni valide per tutte le stagioni. A volte la diversificazione lavora meglio, altre volte no. Quello che conta è però avere un portafoglio semplice negli stili di investimento.

Perdersi in qualche rivolo settoriale, o scommessa secca su un bond o una materia prima, tanto per citare alcuni esempi, rischia di annullare tutti gli effetti benefici di questo “pasto gratis”.

Rimante semplici nell’investire, evitate i prodotti poco trasparenti e che promettono ritorni assoluti e positivi in ogni condizione di mercato. Se poi limitate i costi allora state già avvicinandovi ad un ottimale modo di investire i vostri soldi.

Grafico della Settimana: Micex Russia

Continuano i post che mirano a mettere in evidenza gli andamenti grafici più interessanti ed originali di asset finanziari assolutamente replicabili da ogni investitore tramite fondi/ETF/ETC/Azioni/Obbligazioni/Valute.

La speranza è che questi spunti possano essere di aiuto nelle scelte di investimento presenti e future.

I grafici, per volontà dell’autore, non saranno commentati proprio perchè verranno selezionati solo quelli che “parlano da soli”.

Questa settimana presentiamo l’indice Micex russo. L’indice è espresso in valuta locale e quindi la salita del mercato azionario va sempre attualizzata in Euro tenendo conto del valore del Rublo. Da questa prima impressione i massimi storici toccati dalla borsa russa ci dicono che la svalutazione ha fatto bene alle aziende russe e che le sanzioni fanno più male agli europei che agli ex sovietici.

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