Ribilanciare senza esagerare

Il ribilanciamento è una di quelle attività che ogni possessore di un portafoglio di investimento dovrebbe effetturare con cadenza periodica alla stessa stregua del tagliando dell’automobile o del rinnovo di un documento. Ridurre il rischio catturando opportunità a basso costo sono due dei benefici principali offerti dal ribilanciamento, ma questo tipo di attività ha delle criticità.

La prima è quella della periodicità. Meglio farlo una volta ogni 3 mesi, una volta all’anno, una volta ogni 5 anni, quando capita?

Esistono varie versioni riguardo alla frequenza, ma penso che importo in gioco e volatilità del portafoglio possono risultare due variabili decisive. Se avete investito pochi soldi e/o le oscillazioni sono contenute, il ribilanciamento ha senso con una frequenza da un anno in su.

Questo ci porta alla seconda criticità, i costi. A dire il vero ci sarebbe anche un problema di tasse che vengono pagate al realizzo dell’utile per acquistare quella fettina di portafoglio in perdita, ma il grosso proviene dai costi di transazione. Ribilanciare troppo spesso e per riallineare modeste percentuali rischia di produrre più danno che beneficio, proprio per effetto delle commissioni di negoziazione.

Che fare quindi?

Come detto ci sono diverse tecniche. Chi preferisce agire quando una percentuale fissa di scostamento viene raggiunta (ad esempio l’azionario passa da un peso originario di 50% a 56%, oltre la banda di +5% fissata originariamente come paletto). Questo tipo di azione non può essere valido su asset class investite in percentuali più basse. Un conto è il 5% su 50%, un conto è il 5% su 20%.

Ecco allora che può essere utilizzato un metodo alternativo caldeggiato da William Bernstein. Quando il peso della mia asset class subisce un’oscillazione del 20% rispetto al suo peso originario allora procedo con il ribilanciamento. In questo modo, asset class che hanno un peso del 20% sarebbero oggetto di manutenzione al superamento del 24% (o sotto al 16%) di peso totale sul portafoglio.

Ovviamente ciò che è investito per meno del 10% del portafoglio difficilmente sarà soggetto a ribilanciamento. Utilizzare il metodo del 20% è troppo oneroso, usare la percentuale fissa del 5% in alcuni casi è limitante. Come vedete ogni metodo ha i suoi pro e i suoi contro.

In definitiva credo che vada adottato un approccio di buon senso qualora l’attività viene eseguita dal singolo e non tramite strumenti automatizzati. Meglio evitare costi elevati piuttosto che agire da ragionieri, non sarà l’1/2% di eccesso che genererà differenze abissali di rendimento in futuro.

L’importante è fare un controllo periodico non ossessivo ed agire, compatibilmente con i costi sostenuti, quando si ritiene che l’attuale impostazione si sta allontanando troppo dalla versione originale

 

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One thought on “Ribilanciare senza esagerare

  1. Paolo F. 10 aprile 2017 / 8:09

    Buongiorno Archeowealth, ottimo articolo come sempre. Aggiungerei qualche piccola considerazione per essere il più disciplinati possibili.
    1) Il ribilanciamento è importante, riduce il rischio e permette di acquistare contro-tendenza l’attività sottopesata;
    2) Per evitare di disinvestire l’attività sovrappesata e pagare tasse e commissioni, scegliere indici ampi, in cui è lo stesso gestore dell’ETF che effettua il ribilanciamento, ad esempio anziché detenere un ETF azionario internazionale ed un ETF mercati emergenti, si può acquistare un ETF MSCI ACWI;
    3) Il ribilanciamento può essere effettuato rispettando la regola del 5 per asset che pesano almeno il 25% dell’asset allocation, del 20 per asset che pesano meno del 25%. In alternativa almeno una volta l’anno, anche per dedicare un poco di tempo all’analisi del proprio portafoglio;
    4) Per ridurre tasse e commissioni, utilizzare i versamenti periodi per ribilanciare.
    Un saluti a tutti i lettori.

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