Un mostro che oggi è il benvenuto

Mostro, Troll, Halloween

Decine e decine di studi mostrano come siamo da anni ormai entrati in una spirale di bassa inflazione, un qualcosa che appare ottimale per la crescita nel lungo periodo degli asset più rischiosi come le azioni, ma anche per quelli obbligazionari che tutto sommato non subiscono quelle oscillazioni negative che ci si potrebbe attendere in momenti di volatilità nei prezzi di beni e servizi. Le ultime settimane lo hanno dimostrato in pieno.

La dialettica attorno alle aspettative di inflazione che il mercato ha alzato in modo netto di recente, appare alquanto stucchevole soprattutto perchè pochi mesi fa i titoli dei media mainstream specializzati sbeffeggiavano proprio l’inflazione etichettandola come una specie di arcaico retaggio del passato.

Ricordate questa copertina?

Proprio su questo blog indicammo come quella copertina era la tipica espressione di un sentiment da effette gregge che offriva la possibilità di sfruttare in senso contrarian il contesto che si era venuto a generare. L’acquisto di obbligazioni inflation linked rappresentava il momento migliore per uscire dal recinto.

Adesso però il problema sembra essere giunto ad un punto di svolta. La pandemia ha innescato una serie di reazioni a catena volte a debellare la faccia opposta dell’inflazione, ovvero la deflazione. Gli effetti collaterali di tutto questo “concime” buttato su un campo inaridito potrebbero essere non facilmente comprensibili e stimabili.

Su Google la ricerca della parola inflazione ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2009. La gente comincia a preoccuparsi del fenomeno evidentemente. E voi come investitori lo state facendo?

La Federal Reserve con il suo cambio di atteggiamento ha preso atto da tempo non solo che tornare rapidamente al 2% di inflazione potrebbe non essere semplice, ma che per tornarci bisogna far capire sistematicamente ai mercati che i tassi di interesse non verranno alzati se le dinamica inflazionistica punterà al 2% oppure se per un breve periodo di tempo lo supererà. Insomma la FED starà dietro la curva dell’inflazione per cercare di lasciarla andare un po’ e riaccendere la fiammella. Lo ha ribadito Powell la settimana scorsa. Ma questa volta i mercati ci hanno creduto fino ad un certo punto.

Se i tassi a lunga scadenza, come è normale che sia quando ci si aspettano tassi di inflazione più alti, sono saliti, l’oro e il dollaro sono scesi. I tassi reali, ovvero la differenza tra tassi nominali ed inflazione attesa, sono saliti. Il mercato comincia quindi a scommettere su una politica monetaria più restrittiva e le borse pagano dazio. Lasciare andare l’inflazione va bene, ma attenzione a non farsela scappare di mano sembrano dire i mercati alla FED.

Abbiamo già spiegato perché le banche centrali hanno bisogno dell’inflazione, ma lo stesso vale più che mai anche per governi ed imprenditori che hanno aumentato il loro debito. L’inflazione è infatti l’arma più indolore a favore del debitore per ridurre i propri impegni verso i creditori.

Ma cosa potrebbe remare contro quelle forze strutturali come globalizzazione, demografia e tecnologia che hanno ridotto l’inflazione ad un qualcosa di ormai poco rilevante salvo fiammate occasionali (nelle aspettative vale sempre la pena di ricordarlo) come quella che stiamo vivendo?

Esistono varie correnti di pensiero, ma gli esperti del tema sembrano convergere verso alcuni temi specifici.

Certamente l’aumento della spesa pubblica che i Governi hanno dovuto mettere in campo per fronteggiare la crisi può essere la miccia che innesca l’esplosione. Tra bonus, sostegni alle fasce deboli, prestiti garantiti alle imprese ed investimenti, c’è un fiume di denaro (e di risparmio privato) che qualora si riversasse sul mercato in modo dirompente non potrebbe che mettere un po’ di pressione sui prezzi. I banchieri centrali non sembrano però preoccupati.

La pressione dei salari non sembra essere un qualcosa che invece potrebbe destare preoccupazione vista la concorrenza a basso costo esercitata ancora da paesi del mondo emergente, ma anche di sacche di disoccupazione soprattutto giovanile presenti nel mondo occidentale.

Euro, Soldi, Inflazione, Valuta, Finanza

I prezzi delle materie prime potrebbero invece essere un fattore in grado di muovere rapidamente ed in modo inaspettato i prezzi di produzione e quindi anche al consumo. La necessità di ricostituzione delle scorte nel caso di una ripresa vigorosa dell’economia, combinata ad un Dollaro debole, ad una politica monetaria accomodante anche nei paesi emergenti ed infine attività speculative da parte di mercati intrisi di liquidità potrebbero scatenare una seppur temporanea pressione sui prezzi. Il rally di petrolio, rame e commodities agricole degli ultimi mesi va proprio in questa direzione e nei prossimi mesi si scaricherà sui prodotti allo scaffale.

Situazioni di oligopolio. Proprio la tecnologia che finora ha offerto la sponda ad una riduzione strutturale dei prezzi potrebbe ritorcersi contro quel consumatore che ha affidato con leggerezza dati e soldi alle poche multinazionali soprattutto del tech che di fatto stanno diventando monopolisti o oligopolisti nei loro rispettivi settori. Google, Apple, Facebook, Microsoft, Amazon occupano ormai più di un quarto della capitalizzazione della borsa americana e questo strapotere vale anche nei loro rispettivi settori di appartenenza dove la concorrenza appare sempre più come un vecchio ricordo. Quando pochi soggetti hanno il cosiddetto pricing power, per i consumatori non sono mai buone notizie.

Guerra dei dazi. La globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta è probabilmente finita, così come per anni a venire la libera circolazione di merci e persone non sarà più la stessa. Probabile quindi che dazi e tariffe create per proteggere le produzioni nazionali, incentivare il lavoro domestico e far accettare politicamente agli elettori una situazione di tensione a livello economico, possa comunque portare ad un po’ di inflazione importata.

Attività di intermediazione bancaria sempre meno centrale, con la necessità per gli istituti di rispettare i requisiti regolamentari stringenti. Nuove attività di prestito di denaro come il crowdfunding potrebbero semplificare, velocizzare ed espandere la concessione del credito a livelli di popolazione anche con standing creditizi non eccellenti per il sistema bancario favorendo la diffusione del denaro verso consumi ed investimenti. E poi c’è la rivoluzione blockchain alle porte.

Le spese per educazione e salute rischiano di diventare sempre più elevate in futuro per effetto di uno spostamento dal pubblico al privato di molte prestazioni di questa natura. Considerando il peso che hanno nel quotidiano, sotto questo punto di vista pagare per istruzione e sanità potrebbero essere dinamiche in grado di alzare il costo della vita di tutti quanti.

Il Covid 19 ha sicuramente alterato tante dinamiche e, come ha dimostrato uno studio della FED di San Francisco di qualche mese fa, durante la pandemia i prezzi di beni e servizi Covid sensitive  come divertimenti, shopping al dettaglio, educazione sono crollati. Altri beni e servizi meno sensibili come cibo, salute e casa sono anch’essi scesi seppur con minore intensità.

Questa la storia vista finora. Il futuro non lo conosciamo. I mercati stanno provando ad immaginarlo ed hanno messo in conto più inflazione, quindi perdita di potere d’acquisto per i nostri risparmi/investimenti.

Meglio alzare la guardia su alcuni dei fenomeni citati  e se possibile adottare qualche cautela o copertura finanziaria contro inaspettati ritorni di un mostro addormentato che a quanto pare oggi sarebbe benvenuto nelle case di molti paesi del mondo.

Attenzione però a non dare troppo libertà a colui (o meglio sarebbe dire colei) che è stata in letargo per così tanto tempo.

 

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