Anche le obbligazioni entrano in fascia arancione

Matita, Note, Masticato, Palla Di Carta

Le perdite accumulate dal mercato obbligazionario in questi primi mesi del 2021 sono sicuramente degne di nota. In alcuni casi, come ad esempio sulle scadenze ultralunghe, le perdite superano addirittura la doppia cifra percentuale. Fenomeno inevitabile quando i rendimenti arrivano a livelli così bassi come quelli visti in questi anni. Basta poco e la matematica bacchetta subito gli investitori che non hanno dato il giusto peso alla parola duration.

Il mercato obbligazionario americano è quello dotato di maggiore profondità storica. Questo ci permette di analizzare le sue dinamiche e tentare di interpretare cosa potrebbe succedere nei prossimi anni a chi investe in obbligazioni oggi. Non necessariamente questa sarà la strada giusta (chi lo sa se fra 50 anni saranno ancora i Treasury i titoli di riferimento degli investitori globali), ma possiamo fare qualche ragionamento anche in ottica di pianificazione.

L’andamento dei bond americani negli ultimi 150 anni è stato caratterizzato da quelli che possiamo definire super cicli. Grazie al blog earlyretirementnow.com (al quale “rubo” l’idea delle fasce colorate), ho completato un’analisi che si fermava al 2016.

Utilizzando i dati online presenti sui database di Shiller e Damodaran potremmo dire che anche l’ultimo ciclo di rialzo per l’investimento obbligazionario è forse arrivato a compimento. Ammesso e non concesso che lo 0,6% dei titoli decennali americani del 2020 rappresenti il minimo di questo ciclo.

fonte: http://www.earlyretirementnow.com

Le linee verdi mostrano i cicli di rialzo dei bond (ribasso dei tassi). Quelle arancio le fasi laterali o leggermente discendenti. Quelle rosse le fasi di ribasso.

I tempi come vediamo sono molto dilatati ed i tre cicli di mercato obbligazionario in rialzo (fasce verdi) sono stati caratterizzati da rendimenti reali annui molto simili e nell’intorno del 6% reale.

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Appurata questa informazione abbiamo la certezza che la prossima fase sarà certamente quella arancione. Salvo casi di deflazione profondissima che comunque le banche centrali cercheranno di scongiurare ad ogni costo, partendo da tassi così modesti come quelli attuali il 6% è ovviamente un obiettivo impossibile da raggiungere e pianificare.

Altro elemento comune alle tre fasi di rialzo del mercato obbligazionario quello di un’inflazione inesistente o addirittura di deflazione. Anche il ciclo appena concluso sarebbe stato caratterizzato dal segno meno per i prezzi al consumo se non fosse stato per l’opera decisamente energica ed opportuna delle banche centrali.

Se la prossima fase sarà quella della fascia arancione i tassi saliranno (lo stiamo già vedendo), l’inflazione si assesterà su livelli tra il 2 e il 3% (lo stanno già facendo) e il rendimento reale annuo di un investimento obbligazionario sarà leggermente negativo (non sappiamo per quanto).

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La durata di questa fase appena cominciata potrebbe anche essere prolungata lavorando in questo modo ai fianchi i ritorni reddituali di un investimento obbligazionario. Se questo lento dissanguamento semplicemente provocherà qualche danno collaterale il passaggio successivo, quello dello scoppio di un fenomeno inflazionistico violento, sarebbe devastante con perdite copiose per un periodo di tempo non irrilevante.

Quanta differenza con l’azionario fatto di sboom di breve durata e forte intensità ma anche rapidi recuperi. Ci stiamo già accorgendo che il porto sicuro obbligazionario non sempre è tale e non sempre è corretto pensare che con esso si rischia meno rispetto all’azionario.

Impossibile quindi per i bond holders anche solo immaginare per il futuro quel 2,1% reale che il Credit Suisse Yearbook 2021 dipinge come rendimento medio dal 1900 al 2020.

Con rendimenti decennali al 1,7% come ora e inflazione attesa sopra al 2%, i numeri di rendimento reale annuo ottenuti nelle fasce arancioni (-0,4% e -0,9%) potrebbero essere una realtà concreta. Anzi potrebbero essere presi da un pianificatore finanziario come dato realistico di rendimento atteso.

Evidente che coloro che pensano di vivere di rendita con gli investimenti obbligazionari potrebbero essere costretti a rivedere i loro piani. Ma questo lo abbiamo già ripetuto decine di volte.

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Cercare di sviare questa realtà investendo in corporate bond ad alto rendimento piuttosto che obbligazioni emesse dai paesi emergenti potrebbe rivelarsi molto pericoloso. Questi strumenti sono strettamente correlati all’andamento dell’azionario. Quindi il rischio sarebbe di veder andare male l’uno e l’altro.

Quindi perché dovremmo mantenere obbligazioni in portafoglio? Probabilmente per l’effetto solito di cuscinetto ammortizzatore della volatilità dell’azionario e di serbatoio sempre capiente dal quale attingere per comprare, con un classico ribilanciamento, a prezzi più bassi le azioni sotto stress. Concetti sempre validi e che giustificano comunque la presenza di un po’ di obbligazioni in portafoglio. Ma attenzione a dare per scontati certi assunti.

La storia della correlazione positiva tra tassi e azioni ad esempio è sempre valida? Purtroppo no.

Il grafico ci mostra come il fenomeno della correlazione positiva tra tassi e borse è un qualcosa che sa molto di ventunesimo secolo. Su i tassi (quindi giù i prezzi dei bond), su le azioni e viceversa. Ma dal 1965 al 2000 non è proprio andata così. I tassi salivano, l’inflazione pure e le borse pagavano dazio come naturalmente i prezzi dei bond. E viceversa. Quindi la correlazione tra tassi e borse a quel tempo era inversa.

Se il periodo della bassa inflazione è giunto al suo punto terminale come nel 1966 anche le correlazioni classiche per come le abbiamo conosciute potrebbero saltare e le obbligazioni potrebbero non rappresentare più quell’asset utile a decorrelare l’azionario. Già ora la correlazione tassi e borse è a zero. Siamo alla svolta? Ovviamente non lo sappiamo però tutto sembrerebbe portarci all’ingresso di diritto nella fascia arancione (come se non ne avessimo avuto abbastanza delle fasce colorate).

Non ho idea se il futuro ci riserverà effettivamente questa dinamica, ma ancora una volta ribadisco convinto che non si può esulare dall’investire in azioni. Nemmeno durante l’età della pensione. Nemmeno quando prezzi forse un po’ tirati “invitano” ad una correzione più o meno imminente.

Leggi anche: L’importanza di gestire al meglio il capitale finanziario durante la pensione

Inevitabile la volatilità da sopportare, ma nel lungo periodo questo è un fenomeno accettabile. Non farlo renderebbe l’obiettivo di prelevare ogni anno il 3-4% del capitale per integrare la pensione un comportamento destinato a depauperare il capitale stesso in un numero di anni certamente inferiore a quello che avevamo previsto. E soprattutto per le generazioni successive ai Baby Boomers integrare la pensione sarà un obbligo e non una scelta se l’obiettivo sarà quello di mantenere un tenore di vita simile a quello precedente il ritiro.

Tutto questo sarà valido almeno fino a quando il mercato obbligazionario non tornerà ad offrire rendimenti reali positivi. A quel punto chissà, potremmo disporre di un nuovo motore di reddito. Nel frattempo il suo compito non sarà quello di generare reddito aggiuntivo. Piuttosto quello di proteggere da eventi ancora più avversi che potrebbero capitare nel breve periodo al mercato azionario. O semplicemente quello di offrire una stampella in caso di emergenza per spese impreviste.

Tutto ciò sperando di non conoscere nei prossimi anni il sapore amaro di una fascia rossa di iper inflazione. Ognuno è libero di toccare ciò che vuole…

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