Un supporto utile (e gratis) per il nostro piano di investimento

Cassetta Degli Attrezzi, Strumento, Casella

Il Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook è un rapporto che annualmente viene pubblicato dagli autori Dimson, Marsh e Staunton con contenuti statistici molto utili per investitori e pianificatori di percorsi finanziari.

Tutti i mercati finanziari sono concentrati in questo documento che racchiude oltre 100 anni di storia offrendo la giusta misura di cosa si intende per rendimenti storici delle principali asset class.

L’aspetto che personalmente apprezzo di più è il modo di presentare questi numeri di performance storica. Ovvero in termini reali, al netto dell’effetto quasi sempre negativo dell’inflazione (positivo quando abbiamo deflazione come nel 2020).

Consiglio a tutti una lettura del documento (anche di quelli relativi agli anni passati se avete tempo, voglia e conoscenza dell’inglese) perché spesso si trovano dei focus su temi molto interessanti. Qui trovate il link all’ultimo rapporto

Ma perché vi dicevo che apprezzo molto il fatto che i rendimenti vengono espressi in termini reali? Perché, come tante volte ho scritto su questo blog, incassare un interesse del 15% con un tasso di inflazione al 17% equivale ad una redditività reale dell’investimento del -2%. Incasso una cedola di 15 su un capitale di 100 e metto assieme 115. Peccato che il capitale di 100 a causa di un’inflazione del 17% ha perso potere d’acquisto e non mi posso più permettere di acquistare ciò che oggi costa 100, bensì solo 83. Ehi ma abbiamo una cedola di 15? Appunto 83+15 = 98 e quindi il risultato finale del mio investimento è -2.

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Quanto “costa” la volatilità

Grafico, Diagramma, Recessione

Uno degli errori più comuni che trovo spesso tra gli investitori è quello di prendere i rendimenti medi di un prodotto e di un indice e arrivare alla conclusione che X ha reso mediamente Y%, ad esempio negli ultimi 20 anni.

Il rendimento effettivo di un investimento finanziario non si misura purtroppo con una semplice media aritmetica e già nell’articolo dedicato alla sequenza dei rendimenti vi ho spiegato quanto importante risulti essere la volatilità.

Prima di spiegare come si converte un rendimento medio nel vero rendimento di un investimento, dobbiamo però riprendere il concetto di volatilità.

La volatilità è quella sanguisuga che,come l’inflazione, erode una parte del rendimento medio di un investimento.

Al netto della volatilità il risultato sarà il vero rendimento, ovvero il tasso annuo composto di crescita del capitale (la sigla inglese è CAGR).

La differenza tra il rendimento medio e il CAGR è determinata proprio dalla volatilità.

La volatilità è misurata come deviazione standard dei rendimenti.

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Da accumulatore e decumulatore

tvscale

Quando questo blog ha cominciato a pubblicare i suoi primi articoli (dicembre 2014 e per i nostalgici questo è stato il primo articolo) in Italia i blogger che si dedicavano alla finanza personale erano veramente pochi.

Naturalmente il trading, l’azione o il settore vincente, il forex, erano e rimangono molto apprezzati dai surfisti italiani del web. In pochi anni però c’è stata un’esplosione di blogger dediti alla personal finance, ognuno con la propria ricetta su come investire nel migliore dei modi durante la fase di accumulo del capitale.

Un compito tutto sommato facile perché rivolto prevalentemente ad una platea giovane e non di pensionati o persone in procinto di diventarlo.

Facile perché in fondo seguendo qualche regola di buon senso, il tempo consente ad ogni accumulatore di rimarginare quelle ferite che occasionali tempeste sui mercati vanno ad infliggere ad un piano di investimento.

Dove non arrivano poi i mercati con i loro rendimenti possiamo arrivare noi aumentando il risparmio o ricavando di più da extra lavori o, in casi estremi e con inevitabili effetti collaterali, rischiando di più sugli investimenti stessi.

Se i blogger maestri dell’accumulazione si sono moltiplicati, gli esperti di decumulazione non si vedono all’orizzonte e penso che difficilmente si paleseranno. Continua a leggere

L’asset allocation di ArcheoWealth (secondo trimestre 2021)

Il 2021 continua a stupire, almeno per quello che riguarda i risultati ottenuti dagli investimenti finanziari a maggior premio per il rischio.

Massimi storici a ripetizione a Wall Street, borse europee che finalmente si sono lasciate alle spalle i top di inizio secolo, utili aziendali che volano e mercato obbligazionario che sembra aver trovato un parziale equilibrio dopo un primo scrollone generato da un’inflazione decisamente più infuocata del previsto.

Il portafoglio di Archeowealth ringrazia perchè si trova nel bel mezzo di una bonanza finanziaria che alza ancora l’asticella delle performance. Quello che era un progresso  del 3,5% alla fine del primo trimestre, diventa così +8,3% al termine del primo semestre.

Il bilancio a 12 mesi supera il 17% al netto dei costi di un portafoglio di investimento che non supera i 18 centesimi per anno. Non andrà sempre così ma intanto i margini di sicurezza sul capitale inizialmente investito aumentano. E durante un percorso di pianificazione di lungo periodo questo è un primo importante step che offre maggiore tranquillità.

Il montante (ovvero il capitale che potrei utilizzare immediatamente dopo aver venduto tutto gli ETF sul mercato, che bello possedere strumenti liquidi!) in tre mesi è aumentato di quasi 3 mila euro superando di oltre 23 mila euro il valore di partenza di 50 mila euro del primo gennaio 2015.

Per i nuovi del blog questa è la data di partenza di un portafoglio di investimento che ha accompagnato trimestralmente i lettori con la speranza di convincerli dell’efficacia del portafoglio pigro con qualche piccolo ritocchino occasionale.

Il +46% dalla partenza per un’asset allocation bilanciata dovrebbe proteggere il capitale anche da shock simil Grande Crisi Finanziaria del 2008.Uno stress test condotto su una piattaforma professionale stima in 6-7% la massima perdita del portafoglio complessivo qualora si ripresentessa un altro default Lehman.

Non voglio cantare vittoria, visto che lo scopo è quello di incrementare il valore iniziale tenendo il passo dell’inflazione più un premio per il rischio, ma posso dire che una buona parte del capitale iniziale è al sicuro vista anche un’allocation non certamente di rischio sfrenato. La volatilità annua del portafoglio viaggia infatti attorno al 9%.

Il merito di questo risultato va ad una somma di stagioni fortunate, ma anche della capacità di mantenere il sangue freddo durante un bear market ed un quasi bear market (2020 e 2018). Non ho venduto perchè il mio obiettivo era investire e non speculare.

Con la performance del primo trimestre 2021 il cosiddetto CAGR, ovvero tasso di rendimento annuo composto, supera adesso il 6%, per la precisione diventa 6,2%. Oltre il mio target di lungo periodo. Continua a leggere