Un decennio da ricordare per l’investitore azionario

Il meglio è ormai alle spalle per i mercati azionari?

Le borse mondiali stanno per chiudere un triennio straordinariamente positivo con un rialzo che supera l’80%. Le borse americane hanno fatto anche meglio. Il guadagno del principale indice statunitense, lo S&P500, sfiora il 100% in 36 mesi. Gli ultimi 3 anni hanno avuto sempre segno positivo in doppia cifra.

I sorrisi non mancano e allora ecco che un bel post statistico sul finire d’anno può aiutare a inquadrare la situazione in ottica 2022 e non solo. Come sa bene chi legge da tempo questo blog qui si ragiona sempre in un’ottica di lungo periodo. Come diceva qualcuno, tutto il resto è noia.

La domanda che ogni investitore poco avvezzo a maneggiare le statistiche si pone a questo punto del percorso è se siamo di fronte a rialzi di borsa eccezionali.

La risposta è no, anche se bisogna ritornare al 1997 per ritrovare numeri così generosi. Giusto per la cronaca, nel 1998 e nel 1999 le borse americane salirono ancora archiviando il bilancio triennale sopra al 100% di performance.

Periodi che sembrano aver qualche punto in comune con i movimenti di mercato di questi ultimi anni. Il 2021 sarà ricordato per la raffica di massimi storici realizzati nello stesso anno a Wall Street. Nel1995 si arrivò a ben 77 record storici eppure questo non privò le borse della benzina necessaria a spingersi più in alto nel lustro seguente che portò alla bolla delle dot.com.

Una sequenza impressionante di rialzi non è quasi mai sinonimo di borse destinate a crollare a breve.

Sarò sicuramente smentito l’anno prossimo, ma essendo quello azionario un mercato dove c’è chi compra e c’è chi vende, una condizione di forza di questo tipo è semmai un sintomo di denaro che vuole entrare sul mercato perché vede opportunità.

Ogni tanto la storia insegna che si vivono fasi irrazionali. A quel punto sui mercati entra in scena l’auto guarigione perfetta, ovvero un calo più o meno profondo che riporta alla realtà tutti quanti.

Di sicuro la decade che si chiude sulla borsa americana verrà ricordata dagli investitori.

Solo un anno si è chiuso in negativo (il 2018) con un rendimento annuo composto di oltre il 16%, che diventa 13,8% in termini reali depurato dall’inflazione.

La volatilità si è fermata al 13% garantendo una remunerazione per ogni unità di rischio superiore al punto percentuale.

Leggi anche: Quanto “costa” la volatilità

I due ribassi in doppia cifra visti negli ultimi 10 anni di borsa sono risultati del 20% e del 14% (chiusure mensili).

Il 73% dei mesi del decennio si sono chiusi in territorio positivo.

10 mila $ investiti a inizio 2012 sono diventati (dati a fine ottobre) oltre 43 mila $ (poco meno di 36 mila in termini reali).

Una bella differenza rispetto alla decade precedente.

Nel periodo 2002-2011 caratterizzato dalla Grande Crisi Finanziaria del 2008, due bear market hanno lasciato sul piatto dell’investitore in equity americano un bottino ben più magro e pari al 3,7% di rendimento annuo composto.

La volatilità realizzata in quel periodo fu misurata nel 16% annuo. Ogni unità di rischio venne perciò ripagata con appena 20 centesimi di rendimento. Non esattamente un grande premio per il rischio corso.

I due ribassi peggiori in doppia cifra del 2002-2011 risultarono molto profondi e pari al 50% e 27%.

Solo il 60% dei 120 mesi di periodo si chiusero in positivo.

Il già misero rendimento decurtato dall’inflazione si ridusse ad un ancora più magro 1,2% annuo. I 10 mila $ investiti ad inizio 2012, pur diventando nominalmente 14.500 a fine 2011, in realtà in termini reali si trasformarono in poco più di 11 mila $.

Una sbrodolata di statistiche che probabilmente mi ha fatto perdere per strada qualche lettore, ne sono consapevole.

Mi dispiace ma a volte i numeri sono necessari per affrontare un ragionamento e per staccarsi da notizie quotidiane quasi sempre inutili che bombardano la nostra mente (e il nostro piano) di investitori.

Il messaggio di fondo è questo. Il passato ha mille sfaccettature. Non necessariamente il futuro ripercorrerà le stesse orme in positivo o in negativo.

Purtroppo non abbiamo i mezzi per prevedere quando arriveranno i momenti più bui per i mercati azionari e con quale intensità si abbatterà la tempesta.

Meglio essere attrezzati per ogni emergenza con un’allocazione degli investimenti sulle varie asset class che deve essere costruita attorno al nostro profilo di rischio.

Nel 2020 con una correzione superiore al 30% in 30 giorni non avete venduto?

Allora spiegatemi per quale motivo dovreste vendere ora che quella stessa correzione non farebbe altro che riportare gli indici ai livelli pre Covid.

Siete in procinto di finanziarie uno degli obiettivi fissati nel momento in cui il vostro piano di investimento è stato disegnato? Allora forse è meglio mettere al sicuro quella parte di capitale ancora esposta ai marosi dei mercati finanziari.

Le performance dei mercati non sono controllabili e nemmeno prevedibili. Ma le nostre scelte possono fare la differenza quando abbiamo un obiettivo ben preciso da raggiungere.

Abbiamo vissuto un periodo di eccellenti ritorni sull’investimento azionario, questo è fuori discussione. Ma non sono stati rendimenti eccezionali.

Dal 1985 al 1995 i ritorni decennali dell’indice Msci World (il tipico benchmark degli ETF globali) non scesero mai sotto quel 12,6% di performance annua raccolta oggi dallo stesso indice facendo partire l’orologio indietro di dieci anni.

Il ritorno ventennale si mantiene oggi di poco superiore al 8% annuo, in netto recupero rispetto ai valori post 2008. Siamo però ancora ben lontani dai rendimenti annui superiori al 10% ottenuti dall’indice azionario globale nei periodi precedenti la Grandi Crisi.

La media di rendimento annuo delle borse mondiali negli ultimi 40 anni si ferma oggi ad un rotondo 10% in termini nominali. Un bel numero facile da ricordare e che serve come riferimento per i piani di investimento di lungo perioro.

Prima ancora che si levino alti al cielo i soliti cori di “oddio come sono care le borse, meglio essere prudenti”, credo sia opportuna un’altra lenzuolata di statistiche.

La storia ci dice che dal 1928 al 2021 lo S&P500 ha perso mediamente dal punto massimo al punto minimo di un anno di calendario il 16%.

In 34 di queste annate il ribasso non arrivò alla doppia cifra (quindi un calo peggiore del 10%). In 7 occasioni il ribasso non si spinse nemmeno oltre il 5% (ultima volta il 2017). Nel periodo 2007-2011 il ribasso medio annuale è stato del 24%. Nel periodo 2012-2017 dell’8%.

Questi fenomeni chiamati in gergo finanziario drawdown, si sono registrati 53 volte nella storia quasi secolare della borsa americana.

In 21 occasioni lo S&P500 ha perso più del 20%, una volta ogni 4 anni e mezzo.

Un calo superiore al 30% si è registrato 13 volte. Una volta ogni 7 anni.

Fonte: awealthofcommonsense.com

Per un trader tentare di azzardare di quanto il mercato affonderà nel 2022 potrebbe anche avere un senso. Lo stesso per quegli investitori (che poi tali non sono) che investono con orizzonte temporale di pochi anni o che hanno la necessità di utilizzare quei capitali investiti a breve.

Ma per chi investe con una prospettiva temporale più lunga e superiore ai 10 anni, non è che il problema non esiste (e il 2009 è lì a ricordarcelo), ma statisticamente si riduce ad un 5% di probabilità di perdere soldi.

Fonte: awealthofcommonsense.com

A questo punto dobbiamo decidere da che parte ci vogliamo schierare (sempre con la doverosa premessa che le statistiche del passato non necessariamente saranno una risposta agli eventi futuri).

Al solito possiamo utilizzare i dati americani come parametro di riferimento.

Se oggi investiamo con un orizzonte temporale di un anno c’è una probabilità su quattro di non rivedere gli stessi soldi fra 12 mesi.

Se oggi investiamo con un orizzonte temporale di 10 anni c’è una probabilità su 20 di non rivedere i nostri soldi alla fine del percorso.

Se investiamo con un orizzonte temporale di 20 anni, ci sono zero probabilità di perdere soldi.

Sarà una magra consolazione quella di arrivare al 2031 e rendersi conto di essere finiti in mezzo a quell’eccezione statistica.

Sarebbe però anche una incredibile beffa scoprire che abbiamo perso l’occasione di far crescere il capitale di quel 9,4% di rendimento medio annuo decennale che ha caratterizzato le borse mondiali dagli anni ’70 ad oggi. Le borse sono care ed è impossibile ripetere quella performance? Cambierebbe qualcosa nella percezione che ognuno di noi ha del guadagno se invece di 9,4% il risultato fosse del 6,4%? Direi proprio di no.

Qualche elemento in più per pianificare i vostri investimenti azionari fino al 2030 ora lo avete a disposizione. Fatene buon uso.

Buon investimento.

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