By |Categorie: Pensione|Pubblicato il: 22 Giugno, 2026|

C’è un grande malinteso che circola nelle sale virtuali sempre più affollate della finanza personale. Una pericolosa illusione che un numero sempre crescente di calcolatori online e simulazioni varie sta creando nei risparmiatori: vivere finanziariamente bene dopo aver smesso di lavorare sembra ormai essere diventata quasi esclusivamente una questione di “ottimizzazione” matematica.

Ti dicono che se accumuli una somma di denaro X, entro N anni, applicando al capitale un tasso di prelievo del Y% allora sei praticamente a posto per il resto dei tuoi giorni

E lo ammetto, anche io sono in un certo senso colpevole visto che faccio largo uso di  simulazioni e calcolatori quando cerco di capire come è possibile raggiungere un certo obiettivo finanziario, oppure se una fase di decumulo è sostenibile sotto determinate condizioni.

Le simulazioni ben fatte, semplici o complesse non importa, una loro utilità ce l’hanno soprattutto per rafforzare la solidità di un piano finanziario. Ma ottenere delle conferme probabilistiche spacciandole per certezze significa illudere le persone. E forse qui sta la criticità principale della narrativa sempre più diffusa che accompagna il “retirement finanziario”,  figlio di tempi in cui esigiamo costanti certezze possibilmente a prezzo zero.

La realtà è che i calcolatori online tutto ci offrono meno che la certezza del sentiero finanziario esatto che la vita ci metterà davanti in futuro.

Non tanto perché quei numeri che escono sono frutto del caso, di formule inesatte, oppure perché fattori fuori dal nostro controllo potrebbero cambiare le assunzioni di base (se il piano è costruito bene una buona parte di tutto ciò dovrebbe essere già contemplato), ma perché il giorno in cui si smetterà di lavorare ci si troverà in una situazione completamente nuova, soprattutto dal punto di vista mentale. E questo nessun piano è in grado di prevederlo.

Ultimando il libro che dovrebbe arrivare nelle librerie prima dell’autunno e che sarà dedicato proprio a quello che ho chiamato il terzo tempo della vita finanziaria delle persone, mi sono reso conto di un particolare a cui, in tanti anni di esperienza vissuta sul campo, avevo dato scarsa attenzione.

Se i mercati finanziari sono incerti nella loro evoluzione, la nostra mente lo è ancora di più. E questo è un fattore determinante nel raggiungimento concreto del risultato preventivato anni prima con tanta cura e attenzione.

La transizione da una fase di accumulo della ricchezza a una di decumulo è un vero e proprio shock a livello psicologico ed emotivo. Vanno accettate azioni e comportamenti che non sentiamo come naturali, a volte vere e proprie costrizioni non vissute benissimo dal punto di vista psicologico in certi contesti di mercato e di vita.

Asset allocation e tecniche di decumulo sono sì importanti, ma a volte ho l’impressione che da parte dei cosiddetti content creator si stia ormai arrivando a forme quasi paranoiche di ricerca della perfezione su questi due argomenti. Una specie di competizione a chi arriva prima con le risposte definitive a temi indubbiamente molto sexy agli occhi delle loro community di lettori.

Il punto vero è che se non si analizza prima di tutto cosa succede davvero nella testa di un risparmiatore quando smette, scusate il gioco di parole, di risparmiare e poi inizia a spendere, si rischia di raccontare favole prive di un contatto con la realtà.

Un articolo dal titolo The Emotional Side of Retirement , ha elencato i risvolti psicologici di questo passaggio supportandoli con studi scientifici fondamentali. L’ho trovato molto interessante e ho pensato dunque di commentarlo e integrarlo ricercando qualche spunto utile circa la cosiddetta “psicologia del decumulo”.

Spesso quando si sente parlare del passaggio lavoro-pensione, viene indicato il tasso di sostituzione (rapporto tra primo assegno pensionistico e ultimo stipendio) come uno dei fattori cruciali di questa fase, quello da cui dipenderà il benessere futuro del pensionato di turno. Se il rapporto è alto, diciamo 80%, tutto bene, se è basso si rischia la miseria.

In realtà non percepire più uno stipendio per sostituirlo con una pensione sicuramente inferiore è solo la punta dell’iceberg. Indipendentemente dal famoso tasso di sostituzione, che non per tutti ha lo stesso valore, sono altre le potenziali problematiche che possono disturbare il progetto di “retirement”.

Improvvisamente ci sono cinque pilastri emotivi fondamentali che il lavoro ci garantiva gratis ogni giorno e che rischiano di venire meno. Fattori che probabilmente nemmeno si percepivano quando si stava dentro un vortice dal quale non si vedeva l’ora di uscire il prima possibile:

  1. L’organizzazione del Tempo: Il lavoro, può piacere o meno, ma impone un ritmo alla giornata. Toglie tante persone dall’imbarazzo di scegliere “cosa fare” appena svegli. Lo so che state pensando che sarebbe bello alzarsi dal letto ogni mattina senza avere l’obbligo di recarsi in ufficio o in fabbrica, farsi ore di coda nel traffico, vedere e collaborare con colleghi a cui non siamo minimamente interessati, prendere ordini da un capo incompetente, andare in ferie solo quando ce lo concedono altri. Sicuramente è bellissimo essere liberi, ma solo se si ha la certezza che da quella mattina e per il resto della vita saremo in grado di organizzare da soli una nuova vita. Chi pensa che questo sia facile non ha letto tanti studi che trattano il fenomeno della depressione post lavorativa. Per alcune persone la causa è proprio l’incapacità di avere una vita propria priva di “guide”.
  2. Lo Scopo e il Significato: Contribuire a un progetto, risolvere problemi, aiutare clienti o colleghi ci fa sentire utili, anche se di queste cose in fondo in fondo ci interessa il giusto. E la mancanza di obiettivi è un altro dei fattori di rischio per la salute post pensione.
  3. L’Identità e lo Status: alla domanda “Chi sei/Cosa fai?”, le persone rispondono con il nome di una professione (sono un ingegnere, un manager, un insegnante). Dal giorno dopo chi si diventa? Pensionati lo si dice sottotono, fancazzisti (se siamo in FIRE) non è un termine socialmente apprezzato. Per alcuni queste risposte possono essere motivo di imbarazzo.
  4. Le Relazioni Sociali: Gran parte delle nostre interazioni umane quotidiane avviene sul posto di lavoro. Spesso ci si rende conto troppo tardi che, rimosso il contesto aziendale, molte amicizie erano solo legami di convenienza o di vicinanza fisica, lasciandoci improvvisamente isolati e delusi.
  5. Il Senso di Realizzazione: Anche se il lavoro non ci ha mai particolarmente esaltato, certi momenti in cui abbiamo superato delle sfide lavorative hanno alimentato la nostra autostima. In pensione, quelle sfide spariscono e l’autostima va cercata altrove.

Non necessariamente questi fenomeni si ritrovano in ogni persona che smette di lavorare ci mancherebbe, ma di sicuro non li troverete mai in nessuna pianificazione finanziaria.

Se la vita si svuota di significato dal giorno dopo, possiamo anche avere milioni di euro, il safe withdrawal rate più sicuro del mondo, l’asset allocation più di grido del momento, ma tutto potrebbe rivelarsi incredibilmente inutile.

Al sottoscritto potete anche non credere, in effetti che ne so io del tema visto che in pensione ancora non ci sono, ma le considerazioni viste poco fa poggiano su solide basi scientifiche e hanno dei riflessi finanziari diretti.

Il sociologo Robert Atchley ha studiato a lungo le fasi del pensionamento. Una sua ricerca ha dimostrato che il pensionamento non è un evento singolo, ma un vero e proprio processo diviso in fasi (euforia, seguita da un calo di entusiasmo, e infine da un graduale assestamento verso la serenità). Gli individui che legano la propria autostima e la propria identità esclusivamente al ruolo professionale, soffrono un trauma significativamente maggiore rispetto a chi coltiva ruoli multipli (genitore, volontario, sportivo, hobbista) durante la vita lavorativa. Come la sequenza dei rendimenti è importante sia negli anni che precedono che in quelli che seguono la decisione di smettere di lavorare, “investire” nei propri interessi personali almeno 5 o 10 anni prima del grande passo (e dopo) è determinante nel successo finale di tutto il processo di “retirement”.

Thaler e Shefrin hanno dimostrato che gli esseri umani tendono a mettere il denaro in cassetti mentali differenti: il reddito corrente (lo stipendio), il patrimonio attuale (i risparmi accumulati) e la ricchezza futura. Un esempio classico è quello che ho spiegato come fallacia dei dividendi.

La Fallacia dei Dividendi Gratuiti

La propensione a spendere il denaro varia a seconda del cassetto mentale in cui lo abbiamo riposto.

Siamo geneticamente e culturalmente programmati per spendere il “reddito corrente” e proteggere in modo quasi ossessivo il “patrimonio attuale”. Quando si vede il capitale che comincia diminuire, anche se tutto è pianificato e sostenibile, ci sentiamo a disagio. Abbiamo passato decenni a coccolare ogni sera il nostro deposito titoli, godendo per la sua tendenza a crescere nel cosiddetto lungo periodo, poi arriva quel bastardo del breve periodo che ci impone di cominciare a prelevare soldi per vivere.

In una ricerca del 2018  si è scoperto che solo il 31% dei pensionati preleva regolarmente soldi dai propri portafogli di investimento. L’idea di vendere quote del capitale la viviamo come una specie di violenza, di mancato rispetto di quelle rigorose regole di buy and hold portate avanti come monaci buddisti durante l’accumulo. Si è scoperto che i pensionati possono essere fino a cinque volte più avversi alle perdite rispetto a chi sta ancora accumulando ricchezza.

Comprendere che questa è una distorsione cognitiva proprio legata alla contabilità mentale aiuterà ad accettare il decumulo come la naturale e corretta finalità del risparmio di una vita.

Spendere soldi in pensione per viaggiare, praticare hobby, fare corsi o frequentare contesti associativi non deve essere vista come una costrizione, un buttare via anni di sacrifici, una perdita di tempo, ma una vera e propria spesa sanitaria preventiva.

Siamo abituati a pensare che il problema principale della finanza personale sia la scarsità di risorse. Certo, per molti lo è. Ma esiste una larghissima fetta di risparmiatori disciplinati che si scontra con il problema opposto: l’incapacità psicologica di spendere.

Il passaggio dal risparmio forzato alla spesa genera una profonda dissonanza cognitiva. Quando lo stipendio si azzera, scatta dentro di noi una risposta quasi ancestrale di paura della scarsità. Il pensionato comincia a farsi domande angoscianti: “E se vivessi troppo a lungo?”, “E se i mercati crollassero domani?”, “E se avessi un’emergenza medica improvvisa?”.

Questa paura porta a un comportamento paradossale: persone con patrimoni decisamente superiori alle proprie necessità reali continuano a vivere in regime di austerità, privandosi di grandi e piccoli piaceri quotidiani proprio nel momento in cui si ritrovano finanziariamente liberi.

La ricchezza per qualcuno possono essere 500 mila euro, per altri 1 milione, per altri ancora 10 milioni. Tutto è molto personale, non esiste un valore preciso per definirsi ricchi visto che il patrimonio che la compone non è altro che uno mezzo per comprare tempo di qualità ed esperienze. Morire con il portafoglio al massimo storico significa aver calcolato male l’equazione della propria vita.

Ecco perché può rivelarsi utile, se naturalmente è possibile farlo, cominciare una lunga e spesso meno redditizia attività di disimpegno parziale dalla propria attività lavorativa prima di entrare in “retirement”. Acclimatarsi a un ambiente nuovo, fatto di stimoli diversi, oppure assenti, è fondamentale per capire a cosa si sta andando veramente incontro aprendosi a nuovi progetti.

Rimangono sempre quei cassetti mentali da sistemare. Fare vendite casuali quando si ha bisogno di soldi è qualcosa che continuerà a essere vissuto male. Meglio impostare un sistema automatico di prelievo periodico. Scegliamo la tecnica di decumulo che sentiamo più adatta alle nostre necessità, quello che conta è che l’automatismo di vendita dei titoli e di accredito sul conto corrente possa essere il più possibile automatizzato o comunque calendarizzato per percepire l’evento come una specie di stipendio in ingresso che riduce drasticamente il dolore psicologico del prelievo manuale.

Concludendo, quando pianifichiamo il pensionamento, va bene fare simulazioni e usare calcolatori online, ma non esageriamo.

Passiamo magari meno tempo a ottimizzare i centesimi di euro sui fogli Excel, oppure le percentuali delle classi di investimento che dovrebbero comporre un teorico portafoglio di investimento. Tanto, mi dispiace deludervi, non saranno mai quelle perfette.

Molto meglio fare qualche buona approssimazione finanziaria in grado di confermare che la rotta è quella giusta, concentrando tempo ed energie mentali su come riempire le giornate future, con chi le passeremo, quale significato daremo al capitolo più importante e libero della vostra vita.

A quel punto, e solo a quel punto, anche la pianificazione finanziaria potrà avere elevatissime probabilità di rivelarsi veramente efficace.

Buona pensione.

10 commenti

  1. Barbara 3 Luglio 2026 at 18:55 - Reply

    Ciao Lorenzo, dovevo dirtelo: dopo questo articolo ho rifatto il mio calcolatore da zero — decumulo simulato fino a 95 anni, tasse, inflazione e centinaia di scenari, incluso quello in cui i soldi finiscono prima. Meno rassicurante, più onesto. E per il resto, quello che un calcolatore non dirà mai, aspetto il tuo libro a fine settembre :)

    • Lorenzo Biagi 3 Luglio 2026 at 21:07

      Complimenti, ottima revisione!

  2. Barbara 2 Luglio 2026 at 16:36 - Reply

    Ciao Lorenzo, mi hai incuriosita al punto che non vedo l’ora di leggere il tuo prossimo libro. C’è già una data di uscita?

    • Lorenzo Biagi 2 Luglio 2026 at 16:44

      Fine settembre, salvo intoppo lato editore, in libreria.

  3. Barbara 2 Luglio 2026 at 15:35 - Reply

    Ciao Lorenzo, articolo molto interessante, e concordo su gran parte dei punti, soprattutto sui “cassetti mentali” del denaro: quella distinzione tra reddito corrente, patrimonio e ricchezza futura spiega benissimo perché sia così difficile, per chi ha risparmiato una vita, iniziare poi a prelevare con serenità.

    Vorrei però aggiungere una prospettiva, visto che sono anche io tra le persone che gestiscono uno di questi calcolatori (questo, per chi fosse curioso: https://risparmiozen.com/calcolatore-pensione-anticipata/). La parte psicologica che descrivi è importante, ma nella mia esperienza non è quasi mai la prima preoccupazione di chi usa questi strumenti. Chi ha un impiego fisso, in genere, può già contare su una pensione pubblica o aziendale che fa gran parte del lavoro. Chi invece si mette a fare simulazioni di pensione anticipata è più spesso l’opposto: un libero professionista, un imprenditore, un nomade digitale, qualcuno che ha scelto un percorso alternativo e sa che dovrà costruirsi tutto da solo, senza rete di sicurezza garantita.

    Per molti di loro il calcolatore non è un’illusione di certezza, ma il primo momento in cui la realtà si fa concreta: scoprire che per avere 2000 euro al mese di rendita, partendo da zero, servirebbero 500 euro al mese per oltre 45 anni, è il tipo di numero che porta a rivedere i piani da cima a fondo, spesso con più consapevolezza che ansia.

    C’è poi un altro elemento che, secondo me, pesa quanto la psicologia del decumulo: non si è mai davvero pronti per quello che verrà. A 20 anni si pensa da single, liberi. Poi arriva magari un matrimonio, dei figli, e cambia tutto, anche le spese. Diminuiranno quando i figli lasceranno casa? Non lo sa nessuno in anticipo. E c’è anche chi non desidererà mai figli o un compagno di vita, e parte quindi da presupposti tutti suoi.

    Ma bisogna iniziare comunque, anche solo con un numero approssimativo. Perché quando i soldi ci sono già, tanti dei nodi psicologici che descrivi così bene, alla fine, si sciolgono da soli.

    • Lorenzo Biagi 2 Luglio 2026 at 16:26

      Ciao Barbara grazie del commento. Le considerazioni sul punto di partenza e sulla questioni della vita che possono cambiare le condivido. Il problema di questi calcolatori, compreso quello che mi hai linkato, è che rischiano di illudere le persone con informazioni non sempre corrette e soprattutto complete.
      Ad esempio, che senso ha comunicare a una persona con 200k che vuole avere una rendita di 1000 euro che fra 13,5 anni può andare in pensione?
      Quel dato, che come scritto sotto al calcolatore si basa sulla regola del 4%, è fuorviante.
      Un decumulo di 1000 euro al rendimento del 3% dopo 22 anni è finito, il capitale va a zero.
      Se poi quel 3% è nominale e l’inflazione è al 2% i soldi finiscono dopo 18 anni. Una persona di 60 anni che a 78 ha esaurito i risparmi va incontro a grossi problemi. Una di 40 che a 60 si ritrova senza soldi e senza lavoro pure.
      E poi la regola del 4% non tiene conto di costi e tasse, la durata testata come sicura è max 30 anni e tanto altro. Ho dedicato un intero capitolo a questa regola nel mio prossimo libro proprio per smontare tante illusioni, ma anche per evidenziarne alcuni pregi.
      Le cose tecnicamente sono un pò più complesse da come vengono raccontate e se un calcolatore può essere buona cosa per accendere una scintilla, per tenere accesa una lampadina serve ben altro e occhio a non bruciarsi prima -).

  4. Simone 24 Giugno 2026 at 08:27 - Reply

    Articolo molto interessante, il mio sogno personale è poter lavorare sempre fino la fine dei miei giorni anche perché ho la fortuna di esprimere e realizzare me stesso nella professione che svolgo, se il mago della lampada mi desse 10mln (così da coprirmi gli anni mancanti) con la condizione di non poter più lavorare non accetterei perché passerai da essere un produttore ad un consumatore, perdendo il senso di tante cose quindi gli aspetti psicologici e di vita sono forse l asset class più importante ove investire

  5. Paolo 22 Giugno 2026 at 21:10 - Reply

    Bellissimo articolo, nel quale ritrovo tutte le considerazioni che ho maturato negli anni, sia osservando i pensionati sia pensando a me stesso come futuro pensionato. Beh, stranamente oggi ho l’impressione che l’epifania l’ho avuta il giorno del congedo (dal servizio militare di leva, nella truppa mica da ufficiale di complemento; da sergente in congedo, mica da ufficiale superiore; da lagunare di stanza nell’isola di S. Andrea, mica da peacekeeper in teatri di guerra). Il giorno prima ero un lagunare, il giorno dopo mi sono trovato essere un borghese qualunque. :-) I modi in cui in cui si arriva a capire le cose, a volte, sono strani, quasi inspiegabili. Attendo il libro in pubblicszione!

    • Lorenzo Biagi 22 Giugno 2026 at 21:46

      Grazie Paolo, hai perfettamente centrato il punto e soprattutto nulla di tutto ciò è replicabile con un ETF e via. A settembre, incrociando le dita, si toglie il velo sul nuovo libro e non vedo l’ora di conoscere la tua opinione!

  6. Fabrizio 22 Giugno 2026 at 11:56 - Reply

    Confermo in toto la necessità di giungere al fire ben preparati emotivamente prima ancora che finanziariamente. Io sono andato in fire lo scorso anno all’età di 47 anni dopo una intensa carriera lavorativa e posso dirvi che la pensione da giovani è la cosa più bella del mondo a patto di viverla attivamente, con una serie di attività quotidiane da svolgere senza stress ma che devono dare il senso di avere ancora una utilità, un valore aggiunto. E così nel mio piccolo, oltre a fare il genitore e seguire a tempo pieno i figli, mi dedico anche a fare sport, cura personale, relazioni sociali, cucina, orto, cura del giardino e della casa, vivere il mare (dove vivo) e la montagna (dove ho appositamente comprato una casetta), e, ovviamente, seguire il patrimonio creato con tanto sacrificio. Posso assicurarvi che, vivendola in modo pieno, la vita da giovane pensionato è la migliore che possa esistere.

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