By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 20 Luglio, 2026|

Nel 1935 una segretaria dell’Illinois di nome Grace Groner comprò tre azioni della società per cui poi lavorò per oltre 40 anni (Abbott Lab). Il tutto per un esborso complessivo di 180 dollari. Grace mise fisicamente quelle azioni in un cassetto e non le toccò  per oltre settant’anni, salvo reinvestire i dividendi incassati nelle stesse azioni. Quando Grace morì, nel 2010, quelle tre azioni moltiplicate da decenni di split, fusioni, dividendi reinvestiti, valevano 7 milioni di dollari.

Grace lasciò tutto in beneficenza al suo college e la sua storia, ripresa da giornali di tutto il mondo, è finita su Wikipedia diventando uno degli aneddoti preferiti di chi vuole dimostrare che con la pazienza si può diventare ricchi. Basta lasciare fermi i propri investimenti facendo lavorare il celebre interesse composto e il gioco è fatto.

Figurarsi se il messaggio non poteva essere raccolto e diffuso anche da una delle banche reti di promotori finanziari (ops scusate di consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede)  che più fa leva sulle emozioni dei risparmiatori utilizzando un marketing aggressivo ma efficace visti i risultati. Ovviamente in casi come questi, chi vuole indirizzare il messaggio in una precisa direzione omette quasi sempre una parte della realtà facendo leva spesso sullo scarso livello di preparazione finanziaria dei risparmiatori italiani.

Tralasciando il fatto che la signora americana non credo proprio pagasse il 3% all’anno su un total portfolio return income global enhanced sustainable opportunity FUND (avendoci pure lavorato non smetto mai di stupirmi di quanto ridicoli siano certi nomignoli dati ai prodotti gestiti, nulla in confronto ai nomi dati alle posizioni lavorative occupate dai dipendenti, ma sto andando fuori tema), mai viene citato forse quello che è stato il fattore determinante per Grace, la fortuna.

Ma nemmeno viene ricordata l’incredibile somma di rischi che Grace accumulò nel tempo, una singola azione della società per cui lavorava.

Fonte: cosaconta.bancamediolanum.it

Il problema degli aneddoti è che sono memorabili, emozionano, ma quasi sempre sono statisticamente inutili, a volte fonte di messaggi sbagliati e pericolosi.

Per ogni Grace Groner che ha comprato i titoli giusti e ha aspettato, ci sono migliaia di investitori che hanno fatto esattamente la stessa cosa “comprare e non toccare più nulla” con titoli di moda (ho detto Tiscali oppure Parmalat o magari Lehman Brothers), oppure dando fiducia estrema alla propria azienda destinando corpose quote di stipendio a pezzi di capitale sociale (ho detto Enron oppure Worldcom), o ancora con orizzonti temporali diversi (cosa sarebbe successo liquidando le stesse azioni 20 anni prima?).

Oggi quelle persone non hanno nessuna pagina Wikipedia dedicata, semplicemente, sono spariti pur avendo seguito le stesse regole di Grace.

Ed è qui che entra in scena un recente studio di Hendrik Bessembinder, già noto per la ricerca sulla concentrazione dei rendimenti azionari nel lungo periodo di cui ho ampiamente parlato qui.

Bessembinder si è messo nei panni di tanti di noi che spesso di fronte a performance spettacolari di singoli titoli si chiedono: Cosa sarebbe successo se dopo aver comprato la tal azione me la fossi tenuta in portafoglio e non avessi fatto assolutamente nulla?

L’autore della ricerca ha preso tutti i componenti dell’S&P 500 dal 1971 al 2025 e si è chiesto a quale destino sarebbe andato incontro se avesse comprato un pacchetto di azioni singole o raggruppate dell’S&P 500, lasciandolo semplicemente lì, dimenticato in un cassetto, senza ribilanciare, senza vendere i titoli che uscivano dall’indice, senza inseguire le mode del momento.

Alla fine, il risultato della ricerca ha confermato alcune convinzioni diffuse. Ma ne ha smentite altre.

Ad esempio ha smentito che concentrarsi sui titoli più grandi, ad esempio le solite Magnifiche 7 citate costantemente con Nvidia e Apple in testa, è una scelta vincente quasi per definizione.

Oppure ha annacquato il mito che un ETF passivo, con tutto il suo turnover interno e relativi ribilanciamenti, fa meglio dello stesso paniere iniziale ma fermo e immobile.

Senza andare troppo nel dettaglio della ricerca ci sono alcuni punti fermi che secondo chi vi scrive possono essere utili da portare a futura memoria.

Meglio abbandonare la caccia al prossimo “Campione del Mercato”

Lo studio dimostra matematicamente l’altissimo rischio delle scommesse concentrate su singoli titoli (Stock Picking estremo). Poiché la maggior parte delle singole azioni estratte a sorte perde contro l’indice a distanza di 10 anni, detenere poche azioni in portafoglio aumenta la probabilità di sotto-performare l’indice di riferimento.

Chi oggi, con altezzose e apparentemente approfondite analisi, vi sta illustrando le vie dorate in borsa della Bending Spoons o della Space X di turno, non sta facendo altro che appagare la vostra ingordigia di sapere subito il nome dell’azione del secolo che vi farà andare in pensione con 20 anni di anticipo. Chi divulga l’informazione racconta una storiella, chi ascolta metabolizza quella storiella perché vuol credere che sia vera. E il circo può andare avanti.

Per il risparmiatore comune, lo strumento giusto rimangono gli ETF ampiamente diversificati e a basso costo. Tutte le strategie basate su una manciata di titoli, spesso anche molto costose, meglio rispedirle subito al mittente.

Attenzione all’eccessiva concentrazione degli indici attuali

C’è però spazio anche per un avvertimento a tutti quegli investitori che praticano il cosiddetto buy ETF and chill.

Negli ultimi anni l’S&P 500 ha visto una concentrazione senza precedenti. Le prime 10 aziende pesano quasi il 40% dell’intero indice. Come afferma Bessembinder l’outperformance recente delle aziende più grandi è però un’eccezione storica. I colossi che raggiungono il vertice della capitalizzazione di mercato storicamente tendono a rallentare la loro crescita e a generare rendimenti mediocri in futuro.

I dati ci dicono che dal 1971 al 2013 la strategia di “compro solo il titolo leader” è stata un disastro (4,56 dollari contro 78,62 del paniere completo rispetto al dollaro inizialmente investito), zavorrata da episodi molto negativi come, per esempio, quelli vissuti da IBM o da Microsoft nel 2000. Dal 2014 al 2025, invece, si è ribaltato tutto. Grazie soprattutto ad Apple, la strategia “compro solo il leader” ha moltiplicato per 13 il dollaro iniziale, contro il per 5,6 volte delle prime 50 azioni e  le 4,6 volte del paniere diversificato dell’indice. Per 43 dei 55 anni analizzati, la concentrazione sui titoli leader ha distrutto valore relativo.

Secondo il ricercatore americano un buon consiglio da dare a un investitore potrebbe essere quello di affiancare a un ETF S&P 500 classico (pesato per capitalizzazione) anche una quota di ETF Equal-Weighted (tutte le società hanno lo stesso peso). Questo mitigherebbe il rischio di un’inversione di tendenza nell’effetto traino vissuto finora con le mega-cap tecnologiche.

Idea che non può che trovarci d’accordo visto che da tempo la raccomandiamo ai nostri clienti nella costruzione dei portafogli.

Fonte: Hendrik Bessembinder

Non è vero che la casualità è vincente

I portafogli casuali battono l’indice meno della metà delle volte e man mano che si restringe il numero di titoli in portafoglio, le probabilità di sottoperformare aumentano. E aumentano ancora di più su periodi lunghi. Con un solo titolo scelto a caso, la probabilità di battere l’indice a 10 anni scende al 41%.

Il valore dell’inattività

L’evidenza che un portafoglio completamente fermo (ma ribilanciato) ai suoi componenti iniziali replichi fedelmente l’indice, dimostra che l’eccessivo movimento di portafoglio (compravendite continue, inseguimento dei trend del momento, stock picking) è inutile e dannoso.

Hendrik Bessembinder

Poiché lo studio non include i costi di transazione e le tasse sulle plusvalenze, nella realtà pratica il portafoglio “Do-Nothing” beneficerebbe di un enorme risparmio fiscale (differimento della tassazione) e commissionale rispetto a una gestione attiva.

E questo spiega per l’ennesima volta (e se mai ce ne fosse bisogno), la scarsa utilità per l’investitore comune di seguire questa attività per vie dirette o indirette. Figurarsi pagare laute commissioni di gestione a qualcuno che molto probabilmente non farà meglio del mercato nel suo complesso.

Molto meglio concentrarsi su buone pratiche di gestione come il ribilanciamento oppure le regole di accumulo e decumulo.

La strategia vincente per il risparmiatore, anche questo studio di Bessembinder lo conferma, è comprare un paniere molto diversificato di azioni e “non fare nulla” per i successivi 10 anni. Quando dico che l’ETF è l’invenzione finanziaria del secolo…

Ma questa sarà sempre la metà dell’opera. Il difficile sarà tenere i nervi saldi quando le cose non andranno esattamente nello stesso modo prospettato dai calcolatori online in fase di pianificazione. Ma questo è tutto un altro tema che sono abbastanza convinto tornerà di grande attualità non appena l’orso deciderà di uscire dal letargo. Speriamo molto tardi.

Buon investimento.

2 commenti

  1. giuseppe 22 Luglio 2026 at 11:20 - Reply

    Complimenti per l’interessante articolo e grazie per i tuoi, come sempre, preziosi suggerimenti.
    zio pino

  2. Federico 20 Luglio 2026 at 13:35 - Reply

    Articolo interessantissimo, direi fondamentale per qualunque investitore.

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