
Qualcuno mi ha detto che è una serie vecchia e che l’aveva già vista e che c’è pure un film: quindi mi scuso per chi l’abbia già vista ma io l’ho scoperta solo ora e ne sono rimasto letteralmente folgorato.
Quando la realtà comincia ad assomigliare a Gilead
The Handmaid’s Tale è una di quelle serie televisive che non sono fatte per “intrattenere”, perché continuano a metterti a disagio e perché, poco a poco e improvvisamente, sembrano parlare molto meno di un futuro immaginario e molto più del nostro presente.
The Handmaid’s Tale, tratta dal romanzo di Margaret Atwood, è una serie tv su Netflix da non perdere.
La storia racconta gli Stati Uniti dopo il collasso delle istituzioni democratiche e una guerra civile che porta al potere un movimento religioso ultraconservatore. Dalle macerie della democrazia americana nasce la Repubblica di Gilead, uno Stato teocratico e totalitario nel quale la religione viene trasformata in legge e la legge diventa uno strumento di controllo assoluto sulla vita delle persone.
Soprattutto delle donne.
Ed è difficile leggere oggi l’articolo del Financial Times sugli allarmi lanciati da centinaia di ex funzionari dell’intelligence americana senza pensare, almeno per un momento, a Gilead.

Gli ex funzionari citati dal giornale non sostengono naturalmente che gli Stati Uniti siano diventati una dittatura. Il loro allarme riguarda qualcosa di più sottile: l’indebolimento progressivo dei cosiddetti guardrails, i guardrail della democrazia, cioè quelle istituzioni, regole e consuetudini che impediscono a chi governa di concentrare troppo potere nelle proprie mani. Parlano di pressioni sugli apparati, richieste di lealtà personale, uso politico delle security clearance e progressivo indebolimento dei contrappesi istituzionali. La Casa Bianca contesta radicalmente questa interpretazione e sostiene che queste azioni servono invece a correggere precedenti abusi dello Stato.
Ed è proprio qui che The Handmaid’s Tale diventa interessante.
Perché Gilead?
Il nome non è casuale.
Gilead è un luogo biblico, una regione citata più volte nell’Antico Testamento. È associata anche all’espressione “balm in Gilead”, il balsamo di Gilead, simbolo di guarigione e salvezza.
La scelta degli autori della nuova repubblica è quindi perfetta nella sua perversità, perchè il regime non si presenta come qualcosa di malvagio, ma si presenta come una cura.
La società precedente viene raccontata come decadente, corrotta, moralmente malata, infertile, inquinata. Gilead promette di ristabilire ordine, fertilità, famiglia, religione e valori tradizionali.
Non dice ai cittadini: “stiamo costruendo una dittatura”.
Dice loro: “stiamo salvando il Paese”.
È uno dei meccanismi più antichi del potere autoritario.
La libertà raramente viene abolita annunciando che si vuole abolire la libertà. Viene ridotta sostenendo che è necessario farlo per difendere qualcosa di più importante: la sicurezza, la religione, la famiglia, l’ordine pubblico, la nazione.
Che cos’è davvero un’autocrazia
Un’autocrazia è un sistema politico nel quale il potere tende a concentrarsi nelle mani di una persona o di un gruppo ristretto e nel quale diventano progressivamente più deboli i meccanismi capaci di limitarlo.
Parlamento, magistratura, stampa, università, amministrazione pubblica, autorità indipendenti.
Una democrazia non vive soltanto perché ogni quattro o cinque anni si vota.
Vive perché nessuno dispone di tutto il potere.
Quando i contrappesi vengono indeboliti, quando la fedeltà personale conta più della competenza, quando il dissenso viene interpretato come tradimento e quando chi esercita un controllo sul governo viene considerato un nemico, la qualità della democrazia comincia a deteriorarsi.
È precisamente la dinamica che preoccupa gli ex funzionari intervistati dal Financial Times. Uno di loro arriva a dire che “i guardrail sono stati rimossi”; altri raccontano che numerosi ex appartenenti all’intelligence preferiscono non esporsi pubblicamente per paura di ritorsioni.
Ancora una volta: gli Stati Uniti del 2026 non sono Gilead.
Ma The Handmaid’s Tale pone una domanda molto più utile: quanto bisogna aspettare prima di preoccuparsi?
Una dittatura raccontata attraverso le donne
Una delle intuizioni più belle dell’adattamento televisivo è aver raccontato quasi tutto attraverso lo sguardo femminile.
Non vediamo soltanto il funzionamento politico dello Stato.
Vediamo cosa significa vivere dentro quel sistema.
June Osborne, diventata Offred ovvero “di Fred”, cioè di proprietà del capo famiglia Fred Waterford a cui è stata assegnata, è probabilmente il personaggio attraverso il quale questa contraddizione emerge con maggiore forza.
L’aspetto più raccapricciante è che queste “ancelle” (da cui il titolo “the Handmaid’s Tale”) non sono altro che schiave sessuali degli uomini che hanno creato Gilead e che non riescono a riprodursi con le loro mogli (perchè il mondo è diventato “infertile”).

Fonte: Netflix – Offred, ma prima di Gilead era June Osborne
Elisabeth Moss costruisce un personaggio costantemente diviso tra ciò che mostra e ciò che pensa.
Il volto è spesso immobile, la voce è obbediente, ma gli occhi raccontano un’altra storia.
Ed è proprio attraverso primi piani lunghissimi che la serie riesce a rendere visibile una delle caratteristiche fondamentali delle società autoritarie: la distanza tra la persona pubblica e quella privata.
In un’autocrazia impari rapidamente che non puoi sempre dire ciò che pensi: e lentamente quella censura esterna diventa autocensura.

Fonte: Netflix – June Osborn prima di essere catturata e diventare schiava sessuale
C’è una scena, quella del momento della “cerimonia” mensile, di cui non vi svelo altro perché dovete vederla da soli, che è terrificante e nello stesso tempo cinematograficamente splendida per l’inquadratura e per la fotografia: la follia della religione applicata alla riproduzione umana. Gli sceneggiatori meriterebbero un Oscar solo per aver avuto questa idea.
Aunt Lydia: quando la violenza crede di essere virtù

Zia Lydia è forse ancora più inquietante.
Non è semplicemente una carnefice: ma è una donna convinta, almeno in larga parte, di essere nel giusto.
Ann Dowd interpreta magistralmente questa miscela di affetto, fanatismo e crudeltà.
Lydia può mostrare tenerezza verso le ancelle pochi minuti dopo averle sottoposte a una punizione atroce.
Ed è proprio questo a renderla terrificante.
La violenza più pericolosa non è sempre quella esercitata da persone che sanno di essere malvagie, ma è quella esercitata da persone convinte di essere moralmente superiori alle proprie vittime.
La religione, in quel momento, non è più fede.
Diventa giustificazione del potere. E ci sono echi, neanche troppo subliminali, ai kapo’ dei lager nazisti, e non solo per i colori dei vestiti delle zie Lydia della serie.
Serena Joy: costruire la propria prigione
Ma forse il personaggio più complesso è Serena Joy Waterford.

Come moglie sottomessa al “comandante” Waterford
Serena ha contribuito ideologicamente alla costruzione del mondo nel quale vive: anzi, da scrittrice famosa, ne ha scritto proprio i documenti fondativi.
Ha sostenuto un modello sociale fondato sulla famiglia tradizionale e sulla subordinazione della donna. Donne che non devono saper né leggere ne’ scrivere.
Poi quel sistema prende sul serio le sue stesse idee e la imprigiona.
Yvonne Strahovski interpreta magnificamente questa contraddizione: Serena è contemporaneamente vittima e corresponsabile.
Può essere crudele con June e, nello stesso tempo, rendersi conto che l’ordine che ha contribuito a costruire ha cancellato anche la sua libertà.
È uno degli avvertimenti più intelligenti della serie.
Quando si costruisce una società illiberale pensando che le limitazioni riguarderanno soltanto “gli altri”, prima o poi quelle limitazioni possono arrivare anche a noi.

Prima di diventare fanatica religiosa era una scrittrice di successo
La bellezza che rende tutto ancora più angosciante
Poi c’è la fotografia.
The Handmaid’s Tale è visivamente splendida.
Ed è proprio questo contrasto a renderla ancora più disturbante:
Il rosso quasi liturgico delle ancelle/ le schiave sessuali.
Il verde profondo delle mogli.
Il marrone/grigio delle “zie”, quelle che “gestiscono” le ancelle.
Il nero dei comandanti.
Il bianco dei copricapi che restringono letteralmente il campo visivo delle donne.
E poi c’è il verde spento delle Martha, le donne destinate al servizio domestico nelle case dei comandanti. Anche il loro nome viene dalla Bibbia: Marta, nel Vangelo di Luca, è la donna occupata a servire mentre la sorella Maria ascolta Gesù. Gilead trasforma ancora una volta un riferimento religioso in una funzione sociale: le Martha cucinano, puliscono, servono e amministrano silenziosamente la vita domestica.
Non sono schiave sessuali come le ancelle, ma non sono neppure donne libere. Il loro colore discreto, quasi mimetico, racconta perfettamente la loro condizione: devono esserci senza essere viste, indispensabili ma prive di autonomia e identità pubblica.
Ma si riveleranno delle risorse inaspettate per combattere il regime teocratico di Gilead.

Fonte: Neflix
Ancora più cupo è il grigio delle cosiddette “Unwomen”, le donne considerate inutili, ribelli o incompatibili con l’ordine morale di Gilead e mandate nelle Colonies.
Sono territori contaminati da sostanze tossiche e radiazioni, dove le donne vengono condannate ai lavori forzati, spesso costrette a rimuovere terreno avvelenato con protezioni rudimentali, sapendo che malattie e morte arriveranno rapidamente.
Il grigio dei loro abiti sembra quasi cancellarne definitivamente l’identità: non appartengono più neppure a una categoria utile alla società di Gilead. Sono state espulse simbolicamente prima ancora che fisicamente.

Fonte: Vanity Fair- Emily, una delle ancelle a cui viene tolto il desiderio fisico sessuale e mandata ai lavori forzati
Le Colonies richiamano inevitabilmente, sul piano visivo e narrativo, alcune immagini dei lager e del sistema concentrazionario nazista: uniformi che annullano l’individualità, lavoro forzato, fame, condizioni disumane, eliminazione progressiva delle persone considerate indesiderabili e quella terribile logica dell’“annientamento attraverso il lavoro”.
Il paragone va naturalmente maneggiato con attenzione: la Shoah e il sistema dei campi nazisti sono una realtà storica specifica, culminata nello sterminio industriale di milioni di persone, mentre Gilead è una distopia letteraria. Ma Atwood e la serie utilizzano consapevolmente meccanismi che la storia del Novecento ci ha già mostrato: prima si definisce un gruppo come inferiore o pericoloso, poi lo si priva dei diritti, quindi della dignità e infine persino della propria individualità. È proprio questo richiamo storico a rendere le Colonies così difficili da guardare.
Ogni colore identifica un ruolo sociale.
Gli abiti non sono semplicemente costumi: sono una gerarchia resa visibile.
Anche la luce è spesso straordinariamente pittorica. Interni bui, fasci di luce laterale, composizioni geometriche quasi rinascimentali, ambienti magnifici nei quali avvengono cose terribili.
Gilead è spesso bellissima da vedere ed è una scelta narrativa molto intelligente.
Perché il male politico non necessariamente vive in luoghi brutti: può essere ordinato, elegante, molto cerimoniale e perfettamente organizzato.
Gilead non reprime tutti nello stesso modo. Classifica le persone, assegna loro una funzione e stabilisce perfino attraverso il colore degli abiti quale valore abbiano per lo Stato. Quando non hanno più alcuna funzione, diventano semplicemente “Unwomen”. È una delle intuizioni più sinistre della serie.
Quando Dio diventa uno strumento dello Stato
Il parallelo più inquietante riguarda però la religione.
Gilead prende frammenti della Bibbia, li seleziona, li interpreta e li trasforma in diritto positivo.
Non è la religione a governare perché è il potere politico che utilizza la religione per rendere le proprie decisioni indiscutibili.
Perché se una legge viene presentata come volontà divina, contestarla non significa più soltanto dissentire dal governo: significa essere peccatori.
Meccanismi analoghi possono essere osservati, con storie e intensità molto diverse, nelle teocrazie contemporanee.
Nella Repubblica islamica dell’Iran, ad esempio, norme religiose sono incorporate direttamente nell’ordinamento dello Stato e incidono profondamente sulla libertà e sulla condizione delle donne.
Anche all’interno di alcune comunità religiose ebraiche ultraortodosse esistono interpretazioni molto rigide dei ruoli di genere.
E naturalmente la storia del cristianesimo conosce ampiamente fenomeni analoghi.
Il punto non è stabilire quale religione sia “peggiore”: lungi da me affrontare questo tema. Il problema nasce quando una particolare interpretazione religiosa smette di essere una scelta individuale e diventa obbligo imposto dallo Stato.
È esattamente ciò che accade a Gilead.
L’ipocrisia e le contraddizioni di Gilead
Alla fine, neanche i più ferventi e integralisti dei comandanti che “comandano” Gilead riescono a scappare alla natura umana: che è fatta di avidità (di potere e di controllo) e di paura (di essere assassinati). Ma soprattutto c’è una ipocrisia pesantissima di fondo in cui gli uomini non riescono a vivere in uno stato teocratico dove i vizi e le perversioni sono punite con la morte.
Ed è qui che entrano in scena gli “Jezebels”: che altro non sono che bordelli di lusso g dedicati esclusivamente ai comandanti uomini e dove “praticano” donne che non possono essere ancelle, mogli, marthas o unwomen. Insomma, un’altra categoria ancora, un po’ come la Maria Maddalena della Bibbia.
Perchè Jezebel? Il nome Jezebel (in italiano Gezabele) deriva dall’ebraico Izéḇel e significa “senza colei che è nobile”. Nel linguaggio comune e figurato, indica una donna spietata, manipolatrice, immorale o seduttrice.
Vale la pena soffermarsi un attimo sul suo significato distopico:
- È un club d’élite situato in un vecchio albergo ristrutturato.
- Le “Jezebels” sono donne che si sono rifiutate di sottomettersi ai ruoli tradizionali di Gilead (ancelle, marte, non-donne). Molte erano professioniste, accademiche o donne istruite prima del regime.
- Per evitare la morte o i lavori forzati nelle Colonie radioattive, hanno accettato di essere sterilizzate e costrette alla prostituzione a beneficio dei Comandanti e degli ospiti stranieri.
- Il nome mostra l’estrema ipocrisia dello Stato teocratico di Gilead. In pubblico, il regime predica la purezza e punisce severamente il sesso non riproduttivo; in privato, i leader usano le “Jezebels” per i propri desideri personali.
- All’interno del club, queste donne indossano vecchi costumi da bagno, abiti da sera, trucco e piume dell’era pre-Gilead. Tutti questi oggetti sono considerati illegali e peccaminosi nel resto della società.
Perché viene usato questo nome?
- Inversione della colpa: Il regime di Gilead usa il nome biblico in modo dispregiativo. Etichettando queste donne come “Jezebels” (immorali, tentatrici, peccatrici), lo Stato puritano le spoglia della loro dignità e giustifica il loro sfruttamento.

Una Jezebel – – fonte: Netflix

Il comandante Waterford con la sua “ancella” diventata Jezebel – fonte: Netflix
E allora cosa dobbiamo fare?
La risposta non è vivere nel terrore ma è quasi il contrario.
Una democrazia si difende soprattutto prima che sia necessario difenderla drammaticamente: significa partecipare, informarsi, leggere giornali diversi, proteggere l’indipendenza della magistratura.
Difendere una stampa libera anche quando pubblica cose che non ci piacciono.
Accettare che chi governa debba essere controllato.
Considerare il dissenso una componente fisiologica della società e non un tradimento.
E soprattutto insegnare ai nostri figli una cosa apparentemente semplice: nessun leader, nessun partito, nessuna religione e nessuna ideologia deve essere sottratta alla possibilità di essere criticata.
È forse questo il vero messaggio di The Handmaid’s Tale.
La libertà non scompare necessariamente tutta insieme, ma può essere ceduta poco alla volta. Ad esempio:
- Una piccola eccezione.
- Una norma temporanea.
- Un avversario che “in fondo se l’è cercata”.
- Un’istituzione che “ostacola il governo”.
Finché, a un certo punto, ciò che sembrava impossibile diventa normale.
Eppure la serie contiene anche un altro messaggio.
Gilead controlla quasi tutto.
Ma non riesce a controllare completamente il desiderio umano di essere liberi.
June continua a resistere.
Le donne comunicano, si aiutano, rischiano, disobbediscono. Persino alcuni personaggi che hanno contribuito alla costruzione del regime cominciano a riconoscerne la mostruosità.
Ed è interessante che proprio l’articolo del Financial Times finisca su una nota simile. Pur elencando molti motivi di preoccupazione, una delle ex analiste CIA intervistate richiama la lunga tradizione americana di democrazia e libertà e dice, in sostanza, di non credere che gli americani accetterebbero passivamente una deriva autoritaria.
È probabilmente il modo migliore di guardare anche The Handmaid’s Tale.
Non come una profezia, ma come un avvertimento, perché le democrazie sono fragili perché sono costruite da esseri umani.
Ma proprio per questo possono essere difese dagli esseri umani.
E la storia ci insegna che, per quanto il potere possa cercare di controllarla, l’aspirazione alla libertà è tremendamente difficile da cancellare e da eliminare ed è questo che, alla fine, ti fa sempre tirare un sospiro di sollievo alla fine di ogni episodio.
Buona visione!
