C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel modo in cui ci comportiamo con gli investimenti.
Quando decidiamo di comprare un bene, un prodotto, un servizio, siamo contenti se il prezzo scende.
Aspettiamo i saldi per comprare un vestito. Se un’automobile che desideriamo viene scontata del 20%, probabilmente ci sembrerà più interessante, non meno. Se invece il suo prezzo aumenta improvvisamente del 30%, difficilmente penseremo: “Fantastico, ne compro due”.
Con gli investimenti tendiamo a fare esattamente il contrario.
Quando una parte del nostro portafoglio sale molto, vorremmo averne ancora di più.
Quando un’altra scende o rimane indietro per anni, cominciamo a domandarci perché continuiamo a tenerla.
E spesso arriviamo alla conclusione apparentemente più logica: vendiamo ciò che non sta funzionando e spostiamo quei soldi su ciò che sta guadagnando.
È uno degli errori più comuni dell’investitore.
Ed è esattamente il motivo per cui esiste il ribilanciamento.
Perché diversificare significa accettare che ci sarà sempre qualcosa che non ci piace
Un portafoglio ben costruito non contiene soltanto gli investimenti che pensiamo saliranno di più.
Contiene asset class diverse proprio perché non sappiamo quali saranno quelle che saliranno di più.
Azioni americane, europee, mercati emergenti, aziende grandi e piccole, obbligazioni e altre componenti possono attraversare periodi molto diversi.
In alcuni anni una parte del portafoglio correrà, un’altra rimarrà indietro, qualcuna potrebbe farlo per parecchio tempo: ed è qui che la diversificazione diventa psicologicamente difficile.
C’è un bello sketch di Carl Richards (di cui abbiamo pagato le royalties per poterlo usare), che è uno dei più importanti formatori di consulenti finanziari USA e che utilizza degli sketch per spiegare concetti di pianificazione finanziaria.

Questo sketch ci dice che c’è sempre un qualcosa che ci da’ fastidio rispetto alla diversificazione: se la diversificazione è fatta bene, ci sarà sempre uno strumento che non vi “piace”.
Magari è l’asterisco dello sketch qui sopra: è quell’ETF che magari è in rosso, che è rimasto indietro e che vi da’ voglia di venderlo.
E, invece, ricordiamoci perché diversifichiamo: un portafoglio di investimenti non è una collezione di strumenti che salgono tutti oggi nello stesso modo, come un monolite. Ma ti deve preparare a qualcosa di imprevedibile un domani.
Date un’occhiata al vostro portafoglio di investimenti: e focalizzatevi su uno di questi che vorreste, da tempo, vendere. Ma fatevi la seguente domanda: “Sta scendendo (o non salendo) oppure si sta comportando in maniera differente da tutto il resto del portafoglio?”.
QUELLA DIFFERENZA È ESATTAMENTE LA RAGIONE PER CUI E’ IN PORTAFOGLIO.
Vi racconto una piccola storia.
Nel 2024 e 2025, lo S&P500 e il Nasdaq 100 sono saliti a perdifiato (in $) e hanno lasciato nella polvere le small cap globali, i mercati emergenti e anche lo S&P500 equal weight: mi sono arrivate mail e chiamate di alcuni clienti che avevano cominciato a chiedermi di eliminare proprio queste ultime componenti per investire ancora di più nell’S&P 500 (e ovviamente nel Nasdaq 100).
Un cliente mi scrisse addirittura che non stava soltanto perdendo denaro: stava perdendo fiducia nel processo (ergo: “sto perdendo fiducia in te, Valerio, in caso non l’avessi capito”: l’avevo perfettamente capito, non c’erano più le condizioni per andare avanti, responsabilità mia, e gli ho inviato la chiusura del contratto).
È una reazione comprensibile, ma nasconde una trappola: stiamo implicitamente assumendo che ciò che ha funzionato meglio ieri continuerà necessariamente a funzionare meglio domani.
E i mercati non funzionano così.
È qui che entra in gioco il ribilanciamento
Immaginiamo di aver costruito un portafoglio molto semplice:
70% azioni e 30% obbligazioni.
Dopo alcuni anni molto positivi per le Borse, potremmo ritrovarci con:
80% azioni e 20% obbligazioni.
A quel punto non abbiamo più il portafoglio che avevamo deciso di avere.
Abbiamo un portafoglio più aggressivo.
Il ribilanciamento serve semplicemente a riportare il portafoglio verso l’asset allocation stabilita nel piano.
Ma per farlo dobbiamo compiere un’azione psicologicamente piuttosto scomoda.
Ridurre ciò che è salito molto e aumentare ciò che è rimasto indietro.
In altre parole: vendere una parte dei vincitori e comprare una parte dei perdenti.
Non perché sappiamo che domani i perdenti diventeranno vincitori: questo non lo sappiamo e non ne conosciamo il timing di un eventuale cambio di testimone.
Ma perché stiamo riportando il portafoglio al livello che avevamo deciso fosse corretto per finanziare i nostri obiettivi.
Questa distinzione è fondamentale: il ribilanciamento non è una previsione sui mercati ma è manutenzione continue e costante del piano.
Il problema è che il nostro cervello vorrebbe fare esattamente il contrario
Il comportamento dell’investitore medio, se lasciato solo, è pro-ciclico: tendiamo ad associare inconsciamente l’aumento del prezzo a una diminuzione del rischio e la diminuzione del prezzo a un aumento del rischio.
Se un investimento sale da anni, ci sembra sicuro: se scende da mesi, ci sembra pericoloso.
Ma il prezzo che vediamo oggi contiene già gran parte della storia che ci ha portato fin lì.
Comprare sempre più di ciò che ha appena ottenuto performance straordinarie significa rischiare di concentrare progressivamente il patrimonio proprio nelle attività che sono diventate più costose.
È per questo che un investitore diversificato attraverserà inevitabilmente periodi nei quali guarderà una parte del proprio portafoglio e penserà:
“Perché continuo ad avere questa roba?”
Paradossalmente, è spesso il segnale che la diversificazione sta facendo esattamente il proprio lavoro.
Diversificazione non significa che tutto sale contemporaneamente
Questo è forse il concetto più importante.
Un portafoglio diversificato non serve a possedere contemporaneamente tutti gli investimenti migliori.
Serve a evitare che il nostro futuro dipenda dalla capacità — che nessuno possiede — di sapere in anticipo quali saranno.
Torniamo all’esempio di prima: tra inizio 2024 e fino a settembre del 2025, small cap e mercati emergenti erano rimasti indietro per anni mentre poche grandi società americane dominavano i rendimenti.

Il Nasdaq 100 era più che raddoppiato (+114%), lo S&P 500 a +68% in meno di due anni e i mercati emergenti (EEM) e le small cap/piccole e medie imprese (RTY, Russell 2000) erano saliti “solo” di un terzo o poco più.
Poi la situazione è cambiata: nel momento in cui scrivo, mentre l’S&P 500 da settembre 2025 è salito di circa un 20%, le small cap hanno guadagnato oltre il 27% e i mercati emergenti oltre il 33%.

E da inizio 2026?

Uguale, mercati emergenti e small caps (nonché lo S&P500 equal weight che noi abbiamo come elemento di diversificazione ulteriore dei portafogli), hanno fatto “meglio“ dei vincenti del 2024 e 2025.
I media finanziari, quelli che scrivono sempre di fine imminente del mondo, hanno cominciato a parlare di una diversificazione che aveva “ricominciato a funzionare”: in realtà, la diversificazione non aveva mai smesso di funzionare.
Semplicemente, per un certo periodo alcune sue componenti avevano fatto peggio di altre.
Ed è esattamente ciò che dobbiamo aspettarci da un portafoglio realmente diversificato.
Prendo poi a prestito un grafico della SCF/RIA americana a cui ci ispiriamo, Ritholtz Wealth, che ci ricorda che anche se lo S&P500 è comunque ai massimi storici, ci sono moltissimi titoli che lo compongono come indice che sono ai minimi da un anno – questo per ricordare a quei clienti che vorrebbero investire in “singole azioni”, perché pensano che noi possediamo informazioni privilegiate che milioni di investitori non hanno:

Alcune “darlings” della salita del 2024 e 2025, ovviamente molte legate al mondo AI, sono in pesante ribasso nell’ultimo anno: e vi posso assicurare che c’è stata gente che ha comprato questi titoli ai massimi e ora si trova ad un -40%/-50% e anche -60% (per non parlare di chi si è impelagato nel mercato azionario sud coreano: ovviamente tutti entrano ai massimi).
C’è poi un modo ancora più intelligente di ribilanciare: usare il risparmio
Per chi sta ancora costruendo il proprio patrimonio esiste un’altra possibilità: ed è quella che utilizziamo frequentemente con i clienti Meridian che hanno un piano di risparmio definito.
Torniamo al nostro portafoglio.
Avevamo deciso:
70% azioni
30% obbligazioni.
Le azioni salgono molto e il portafoglio si sposta verso il 75/25.
Il modo tradizionale per ribilanciarlo sarebbe vendere una parte delle azioni e comprare obbligazioni, ma se il cliente sta risparmiando, per esempio, ogni mese o ogni anno, possiamo fare qualcosa di più efficiente.
Destinare progressivamente i nuovi risparmi alla parte del portafoglio che è rimasta sotto il proprio peso obiettivo.
In questo modo il portafoglio viene riportato gradualmente verso l’asset allocation prevista senza necessariamente vendere gli investimenti che sono saliti.
Il vantaggio non è soltanto comportamentale, ma è anche economico.
Vendere un investimento in guadagno può generare costi di transazione e, soprattutto, realizzare una plusvalenza sulla quale può essere dovuta la relativa tassazione.
Utilizzando invece i nuovi flussi di risparmio per acquistare le componenti sottopesate, possiamo in molti casi ribilanciare il portafoglio riducendo vendite, costi e realizzazione anticipata di capital gain.
È una piccola differenza operativa che, ripetuta per molti anni, può diventare importante.
Ed è anche un buon esempio di cosa significhi avere un piano, invece di limitarsi ad avere un insieme di investimenti.
(sorvolo sul fatto che ci siano clienti che si lamentano perché compriamo sempre gli ETF che sono rimasti “indietro”…appunto!)
Ribilanciare significa tornare al piano, non indovinare il mercato
Naturalmente non esiste una regola secondo la quale bisogna ribilanciare continuamente: vendere e comprare troppo spesso può generare costi, fiscalità e operatività inutile.
Per questo il portafoglio va monitorato e il ribilanciamento effettuato quando gli scostamenti dall’asset allocation diventano sufficientemente significativi, tenendo conto anche dei nuovi flussi disponibili.
Ma il principio rimane sempre lo stesso: ovvero, non ribilanciamo perché pensiamo che ciò che è salito stia per scendere.
Non compriamo ciò che è rimasto indietro perché siamo certi che domani recupererà.
E non modifichiamo l’asset allocation perché abbiamo letto una previsione sul prossimo movimento dei mercati.
Ribilanciamo perché il portafoglio si è allontanato dal piano. Quel piano deciso all’inizio con il cliente con la sua “giusta” asset allocation.
Come dicono gli americani: purpose, plan, peace of mind.
Definiamo il tuo obiettivo, scriviamo un piano con la sua asset allocation, trova serenità e occupati delle cose importanti della tua vita.
Questa è la differenza tra investimento e inseguimento dei mercati.
Il portafoglio giusto è quello che continua a finanziare la nostra vita
In Meridian partiamo sempre da qui: l’asset allocation non nasce da una previsione su quale mercato salirà di più nei prossimi dodici mesi.
Nasce dagli obiettivi.
- Quando vogliamo smettere di lavorare?
- Quanto reddito dovrà generare il nostro patrimonio?
- Quali spese importanti dovremo affrontare?
- Quanto tempo abbiamo?
Da queste domande nasce un piano e da quel piano deriva un’asset allocation.
Il ribilanciamento serve semplicemente a evitare che, anno dopo anno, i movimenti dei mercati trasformino quel portafoglio in qualcosa di diverso da ciò che avevamo progettato.
Ed è proprio nei momenti in cui farlo ci sembra meno naturale che la disciplina diventa più importante.
Perché la tentazione sarà sempre la stessa: vendere ciò che ci ha deluso e comprare ciò che ci ha entusiasmato.
Il problema è che, quando un investimento è diventato abbastanza entusiasmante da farci desiderare di comprarlo e un altro abbastanza deludente da convincerci a venderlo, i loro prezzi hanno già raccontato buona parte di quella storia.
Un buon piano finanziario serve anche a proteggerci da questo: come diceva qualcuno, il peggior nemico dei nostri investimenti? Siamo noi stessi.
PS chi lo diceva è Warren Buffet non uno qualunque, insomma.

Sì è vero, infatti quando sale troppo l S&P 500 compro sempre un po di’ Berkshire se è rimasta indietro trovando tutto il resto privo di senso compiuto ahahaha CIAO
Sì certamente ribilanciamento e manutenzione si ma citando uno che diceva essere stato mandato sulla terra per insegnare ad investire “solamente l’equity salverà il tuo denaro” “non ho mai visto nessuno diventare ricco con le obbligazioni” e come dargli torto ? Io l’ho seguito con un 10% obbligazionario solo per motivi affettivi perché le comprava mio nonno che fu il primo ad insegnami la virtù del risparmio ed investimento ma non mi servono :-)
ah ah! ma non tutti sono convertiti all’azionario, mica sono tutti come te :) oppure devono parcheggiare dei soldi per delle spese previste o hanno bisogno di un fondo di emergenza….in quel caso si deve ribilanciare…ma anche dentro l’azionario si deve ribilanciare mi raccomando!!!
Bell’articolo che arriva al momento giusto.
il momento è giusto ed è un caso…ma in realtà deve essere un metodo di lavoro costante e continuo…buon investimento!