Ribilanciare senza esagerare

Il ribilanciamento è una di quelle attività che ogni possessore di un portafoglio di investimento dovrebbe effetturare con cadenza periodica alla stessa stregua del tagliando dell’automobile o del rinnovo di un documento. Ridurre il rischio catturando opportunità a basso costo sono due dei benefici principali offerti dal ribilanciamento, ma questo tipo di attività ha delle criticità.

La prima è quella della periodicità. Meglio farlo una volta ogni 3 mesi, una volta all’anno, una volta ogni 5 anni, quando capita?

Esistono varie versioni riguardo alla frequenza, ma penso che importo in gioco e volatilità del portafoglio possono risultare due variabili decisive. Se avete investito pochi soldi e/o le oscillazioni sono contenute, il ribilanciamento ha senso con una frequenza da un anno in su.

Questo ci porta alla seconda criticità, i costi. A dire il vero ci sarebbe anche un problema di tasse che vengono pagate al realizzo dell’utile per acquistare quella fettina di portafoglio in perdita, ma il grosso proviene dai costi di transazione. Ribilanciare troppo spesso e per riallineare modeste percentuali rischia di produrre più danno che beneficio, proprio per effetto delle commissioni di negoziazione.

Che fare quindi? Continua a leggere

L’Asset Allocation di ArcheoWealth (Update 1°trimestre 2017)

Consueto aggiornamento trimestrale del portafoglio di Archeowealth pubblicato ufficialmente, come i nostri lettori più affezionati ben sanno,a gennaio 2015 con una dotazione di 50 mila Euro.

La nostra volontà era quella di mostrare ai lettori che è possibile costruire portafogli efficienti anche con importi modesti. Realizzato tramite strumenti a replica passiva (ETF), l’obiettivo è quello di minimizzare il costo dell’investimento con al massimo una decina di strumenti compresi all’interno del portafoglio.

A fine 2016 il montante di capitale investito era salito a 56 mila Euro.

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Grazie al buon andamento dei mercati finanziari (soprattutto azionari) è diventato alla fine del primo trimestre 2017 di poco superiore ai 57.500 Euro. Una performance trimestrale al netto dei costi che segna +2,87%, percentuale che su base annua ci farebbe andare ben oltre quei 5,7% e 5,8% (sempre netto commissioni di gestione e intermediazione) collezionati rispettivamente nel 2015 e 2016.

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Flight to Quality

Il titolo rappresenta quella classica frase che ognuno di voi sente nei momenti di tensione finanziaria in cui gli investitori si rifugiano in massa verso i titoli più sicuri come i Treasury americani o i Bund tedeschi. Chissà poi perchè non è stata coniata una frase speculare per la situazione opposta, ovvero quando dai bond si va verso le azioni come nelle ultime settimane, mah.

L’eterno sogno di ogni grande investitore è quello di saltare da una parte all’altra evitando le perdite e massimizzando i guadagni. Ovviamente tutto questo è irrealizzabile, però con curiosità mi sono studiato la strategia che he presentato Meb Faber sul suo blog alcune settimane fa.

In parole povere Faber, autore dell’eccelente ebook Global Asset Allocation: A Survey of the World’s Top Asset Allocation Strategies ha simulato dal 1993 al 2015 una semplice strategia. Compro azioni dello S&P500 quando le valutazioni prezzo/utili espresse in termini di CAPE sono inferiori a 20; le vendo comprando Treasury a 10 oppure a 30 anni quando il CAPE supera 20, come ora. Ecco il risultato.

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Commodity o non Commodity, questo è il dilemma

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Una recente ricerca di Research Affiliates ha cercato di fare un po’ di chiarezza circa il significato da attribuire all’investimento delle materie prime all’interno di un portafoglio di investimento.

Parto però dalla conclusione a cui giunge la società americana. Esistono tanti indici di commodities, ma ognuno di questi ha delle inefficienze che generano nei prodotti replicanti dei disallineamenti piuttosto marcati rispetto al benchmark. A questo si aggiungono fattori di concentrazione ravvisabili su indici eccessivamente pesati su certe commodity (ad esempio energy).

Detto ciò, quello che ci interessa adesso è riprendere in considerazione i lati positivi delle commodity, con un però.

Dal 1976 al 2016 la correlazione dell’indice di commodity scelto da ResearchAffiliates rispetto all’indice azionario S&P500 è stato di 0.17, irrilevante quindi. Rispetto all’indice di inflazione americana la correlazione positiva sale in modo considerevole a 0.46. I primi due messaggi sarebbero quindi, protezione dall’inflazione e capacità di diversificazione all’interno del portafoglio di investimento.

Il primo grafico ci mostra proprio la capacità che hanno storicamente avuto le commodity di ridurre la volatilità di un portafoglio di investimento inserendo 5 punti percentuali delle stesse (mediamente 53 punti base in meno di volatilità rispetto ad un classico 60% azioni 40% bond).

Fatta eccezione per il periodo immediatamente successivo al 2009, questa affermazione è vera, ma obiettivamente ha perso di peso nel corso dell’ultima decade. Anomalia, new normal o che altro, di fatto non tutto quello che è stato buono fino a oggi domani ripeterà i suoi effetti.

Questa statistica ha senso come quadro generale, ma obiettivamente non ci dice granchè sulla capacità che avranno nel prossimo futuro le commodity di attutire la volatilità con 5 punti di materie prime in portafoglio.

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60/40 o 40/60, questo è il dilemma

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Meglio 60% azioni e 40% obbligazioni oppure meglio 40% obbligazioni e 60% azioni, questa è una delle classiche domande che si pone l’investitore che deve scegliere come investire per i prossimi n anni. Il 60/40 (o 40/60) è una tipica ripartizione che troviamo spesso e volentieri anche nei fondi bilanciati a gestione passiva oppure nei fondi pensione con profili di rischio bilanciato.

Personalmente confermo ciò che ho già scritto in altre occasioni. Certo, scegliere se dare un maggior peso all’azionario rispetto all’obbligazionario (o viceversa) è un qualcosa che inciderà nei rendimenti e nella rischiosità alla quale saranno soggetti i vostri soldi. Alla fine di tutto però i pesi percentuali saranno un contorno ad un atteggiamento di ottimizzazione del processo di risparmio.

Accantonare regolarmente una certa quantità di denaro, evitare spese inutili, automatizzare il processo di investimento, allontanare le emozioni, sono solo alcuni degli atteggiamenti di buon senso che alzeranno da soli i rendimenti dei vostri investimenti abbassando il rischio.

Poi verrà l’asset allocation ma non preoccupatevi di capire quale sarà il peso ottimale, perdereste inutile tempo (a tal proposito consiglio la rilettura del post L’asset Allocation del Tempo). Scegliete quanto rischio volete prendervi ed avviate gli investimenti di conseguenza, ci sarà tempo per porre in essere i doverosi aggiustamenti.

Per i più curiosi ho deciso però di svelare l’arcano. Negli ultimi 20 anni meglio 60/40 a 40/60? Grazie al backtest tarato su azioni e obbligazioni americane (quelle con maggiore significatività storica), il risultato è quello espresso nell’immagine seguente: Continua a leggere

Investire tutto subito oppure in modo progressivo?

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Tra le incertezze che più frequentemente inquietano gli investitori c’è quella di decidere se investire una somma di denaro disponibile in una botta unica oppure tramite ingressi progressivi. La paura di entrare con tutta la posta è sempre presente. Quando il mercato è in rialzo, perchè non vogliamo fare la figura dei polli che entrano sui massimi. Quando il mercato è in ribasso, perchè vogliamo comprare a prezzi più bassi visto (ed anche qui non vogliamo fare la figura dei polli).

Peccato che spesso e volentieri questa strategia attendista dura moltissimo e si straduce in ingressi un pò confusi. Anzi molto spesso il cash rimane per tantissimo tempo la parte preponderante dell’investimento di fatto sprecando tempo e rendimenti preziosi. Se non avete bisogno di una ruota di scorta per le emergenze restare liquidi è una scelta sempre perdente.

Ma cosa è meglio fare? Una risposta a questo dubbio ha provato a fornirla Vanguard in una breve ricerca pubblicata nei giorni scorsi.

La più grande società di risparmio gestito in stile passivo del mondo ha fatto un esercizio molto semplice. Ha simulato per tre paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia) cosa sarebbe successo ad un ideale portafoglio di investimento 60% azioni 40% obbligazioni, acquistando in una soluzione unica, oppure in alternativa in modo progressivo nell’arco di 12 mesi. Continua a leggere

Speciale Asset Allocation: The Ivy Portfolio

Proseguiamo nella nostra analisi delle asset allocation più “gettonate” negli Stati Uniti. Questa settimana ci occupiamo del celebre Ivy Portfolio reso famoso dal libro dell’analista americano Meb Faber. Il libro sostanzialmente cerca di spiegare le strategie di investimento dei gestori finanziari di Harvard e Yale, due delle università più importanti degli States.

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Quella che vedete qui sotto è la composizione semplificata di questo modello (ovviamente tarata sull’investitore americano). Lo stesso Faber propone un approccio di momentum mentre i dati che mostreremo a seguire prevedono una simulazione basata sulla staticità ed il solo ribilanciamento. Ancora una volta la fonte è Portfogliocharts.com.

20% Azioni America

20% Azioni Internazionali (ex-Us)

20% Governativi Usa

20% Commodities

20% Reit

Come si è comportato questo portafoglio dal 1972 ad oggi?  Al netto dell’inflazione e al lordo di eventuali commissioni e tasse, il grafico riportato qui sotto mostra  il risultato storico di Ivy Portfolio. Un rendimento medio annuo del 6,6% con una volatilità del 11,4%.

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Speciale Asset Allocation: Permanent Portfolio

Questo tipo di portafoglio valido “permanente” trova il suo padre fondatore in Harry Browne e può essere analizzato nei dettagli acquistando il libro The Permanent Portfolio: Harry Browne’s Long-Term Investment Strategy.

La caratteristica peculiare del Permanent Portfolio è quella di aver un approccio molto netto e stabile verso l’investimento, dividendo la torta in quattro parti uguali.

Quella che vedete qui sotto è la composizione ideale (ovviamente tarata sull’investitore americano).

25% Azionario America

25% Treasury Lungo Termine

25% Treasury Breve Termine o Conti Deposito

25% Oro

Ma come si è comportato questo portafoglio dal 1972 ad oggi?  Ringrazionado PortfolioCharts.com per averci concesso il diritto di pubblicare i suoi grafici, al netto dell’inflazione e al lordo di eventuali commissioni e tasse, il grafico sotto mostra  il risultato storico dell’All Seasons Portfolio. Un rendimento medio annuo del 4,6% con una volatilità del 7%.

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E’ tempo di formulare le aspettative di rendimento per il 2017

Per chi ha tempo e voglia di leggere il sempre interessante outlook 2017 di Vanguard questo è il link.

Personalmente condivido molte delle considerazioni fatte dal più grande gestore di fondi passivi al mondo, soprattutto con riferimento alle attuali valutazioni di obbligazionario ed azionario, entrambi a livelli di valutazione non particolarmente appaganti, ma nemmeno da bolla speculativa conclamata.

Sempre una buona bussola di riferimento per costruire portafogli e relative attese di rendimento, la previsione a 10 anni che Vanguard formula poggia su tre ipotesi di asset allocation. Si parte dal 80% azioni 20% bond, passando dal 60/40 fino al 20/80.

Nella formulazione di Vanguard il 60% dell’azionario è americano ed il 40% internazionale, mentre lato bond i pesi sono 70% Usa e 30% internazionali.

Quella che vedete sotto è la mappa dei rendimenti attesi in termini reali (quindi depurati dall’inflazione) dallo scenario peggiore (il quinto percentile) a quello migliore (il 95esimo percentile). Mediamente, tenendo conto degli attuali tassi di mercato e delle valutazioni fondamentali dei principali indici azionari, possiamo vedere come i rendimenti annui attesi da qui ai prossimi 10 anni netto inflazione possono ragionevolmente essere compresi tra 2% e 5% a seconda dei profili di rischio.

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La tabella successiva mostra gli stessi concetti ma con rendimenti nominali, quindi senza considerare l’inflazione. In questo caso è ragionevole attendersi secondo Vanguard valori compresi tra il 3% e il 7%. Continua a leggere