Le performance passate non sono indicative di quelle future…soprattutto se manipolate

Titolo provocatorio quello del post di oggi, ma che mira a fare un pò di chiarezza sui differenti modi di presentare i rendimenti  di un indice o di un prodotto finanziario. Abbiamo già parlato parzialmente di questi temi qui e qui , ma certi concetti è meglio ogni tanto rispolverarli e se possibile aggiornarli.

Di seguito scriverò tre modi alternativi di presentare un rendimento.

Rendimento di prezzo e Rendimento total return

Se l’indice nel quale ho investito partendo dal prezzo di 100 alla fine dell’anno raggiunge il valore di 110, ho un rendimento di prezzo del 10%. Se durante l’anno ho incassato un dividendo di 4 ho un rendimento total return di 100+10 di prezzo+4 di dividendo = 114 ovvero il 14%.

Se prendiamo l’indice S&P500 degli ultimi 20 anni il rendimento da solo prezzo è stato del 181%. Se però aggiungiamo i dividendi il rendimento totale diventa del 306%.

La differenza è notevole, ma questo trucchetto può essere usato anche per occultare performance non esaltanti. Se io confronto l’andamento del mio fondo con un benchmark solo prezzo il gioco è fatto. Peccato che un rendimento di mercato non è mai solo prezzo visto che ogni anno i dividendi (alti o bassi non importa)  su un indice li incasserete sempre generando l’indice corretto con cui confrontarsi, ovvero quello total return.

Rendimento nominale e rendimento reale Continua a leggere

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La regola del 300 per l’indipendenza finanziaria

Nelle settimane scorse mi ha incuriosito un post pubblicato dal blog inglese Monevator. L’oggetto dell’articolo è la cosiddetta regola del 300 utile a chi cerca l’indipendenza finanziaria.

Sinceramente non la conoscevo e, come puntualizza giustamente l’autore, possono esistere strumenti molto più raffinati e scientifici nel determinare il fabbisogno di denaro necessario per vivere senza dover dipendere dal lavoro, ma la semplicità con cui questa regola offre il risultato è un qualcosa che personalmente ho trovato sorprendente.

Cercherò di spiegare questa regola in modo semplice per renderla comprensibile (ed applicabile) a tutti.

Quando si pensa di aver raggiunto la libertà finanziaria è necessario disporre di un capitale adeguato al fine di mantenere lo stesso tenore di vita pre ritiro senza intaccare più di tanto il patrimonio finanziario.

Il primo esercizio da fare è quello di esplicitare il volume mensile medio delle spese sostenute. Prendiamo per esempio 2 mila Euro, ovvero 24 mila Euro in un anno. Continua a leggere

Rendimento a scadenza…ma in quanto tempo?

Parto da un sondaggio fatto su Twitter da Newfound Research . L’oggetto del contendere era quanto del ritorno di un investimento obbligazionario americano a scadenza costante (10 anni) dal 1981 al 2012 (periodo di ribasso secolare dei tassi) fosse da imputare in termini percentuali all’apprezzamento di prezzo e quanto al flusso cedolare.

Un tema molto spesso dimenticato dagli investitori che si focalizzano sui rendimenti del passatoo che tendono a dimenticare l’importanza del flusso cedolare.

Tornando al sondaggio la metà dei followers della società americana si è espressa indicando in oltre il 50% di ritorno attribuibile al movimento ribassista dei tassi e quindi all’apprezzamento del bond.

Alla ricerca della verità (che ovviamente non è questa), Newfound Research  ha scomposto in tre parti il ritorno dell’investimento. Cedola, variazione prezzo dovuta alla variazione tassi e rendimento di rolling (vendo il decennale diventato a 9 anni di scadenza per ricomprare un 10 anni al fine di mantenere costante la durata).

Il risultato è spiegato dal grafico che già vi fa capire come il luogo comune esce distrutto. Continua a leggere

Un prestito a tasso zero dallo Stato

Nel libro di Robert Hangstrom dedicato a Warren Buffett c’è un passaggio nel quale il guru (con la G maiuscola) di Wall Street fa un esempio molto illuminante circa l’enorme vantaggio fiscale che nel tempo viene generato dal reinvestimento automatico degli utili, senza mai “portare a casa” gli stessi con la classica vendita.

Quello che Buffett definisce “prestito a tasso zero del Tesoro” altro non è che un meccanismo di rinvio in avanti dell’applicazione dell’imposta in caso di plusvalenza. Più passa il tempo più la capitalizzazione composta lavora a nostro favore.

L’esempio di Buffett è semplicissimo.

Supponiamo di investire 1€ e di raddoppiare il capitale al termine di ogni anno. Alla fine del primo anno disporremo quindi di 2€. Possiamo scegliere di mantenere l’investimento oppure di realizzare il profitto incassando il denaro per poi reinvestirlo successivamente al netto delle tasse. In quel caso al termine del primo anno di investimento disporremo di 1,74€ (ipotizzando una tassazione del 26%), 2€ nel caso di non realizzo dell’utile. Continua a leggere

Speciale Inflation Linked (Parte II)

Nel primo articolo dedicato allo strumento degli Inflation Linked abbiamo capito a quali scopi è destinata questo tipo di obbligazione. Il grande pregio dei titoli indicizzati all’inflazione, TIPS o BTPi o altro ancora, è quello di fare capire a noi comuni mortali il valore dei tassi di interesse reali.

Anni fa questo indicatore rappresentava un qualcosa di oscuro ed accessibile solo ad operatori specializzati. Ai giorni nostri basta prendersi un titolo qualsiasi e rendersi conto di quali sono le aspettative di inflazione da parte del mercato. Se infatti il titolo Inflation Linked offre un rendimento reale, la differenza tra il rendimento nominale offerto da un classico BTP a cedola fissa ed un rendimento reale offerto da un BTP indicizzato all’inflazione, altro non è che l’aspettativa di inflazione sull’anno X.

Aspettative appunto e non necessariamente il mercato azzeccherà in pieno la previsione. Questo spiega perchè, prima della scadenza, il titolo indicizzato subirà delle oscillazioni.

Se però noi scomponiamo in vari pezzi l’inflation linked, ci rendiamo conto come in realtà il suo rendimento è determinato anche da altre componenti. Continua a leggere

Speciale Inflation Linked (parte I)

Un pò di esperienza personale e soprattutto l’ampio materiale presente in rete, mi permettono di fare un pò di chiarezza su che cosa sono i titoli Inflation Linked. Dopo anni di torpore e deflazione, i titoli Inflation sono stati riscoperti dal marketing finanziario alla disperata ricerca di temi obbligazionari capaci di fronteggiare, nell’immaginario degli investitori, il rialzo dei tassi. Sotto forma di fondo o di obbligazione l’importante è assecondare le voglie dei clienti impauriti dal rialzo dei tassi e/o future fiammate dell’inflazione. Per gli effetti collaterali c’è sempre tempo verrebbe da dire.

Peccato che questi strumenti non possono essere paragonati ad un perfetto “hedge” contro l’inflazione, a meno che non decidiate di comprare  un titolo Inflation Linked governativo e portarlo a scadenza.

I titoli Inflation con maggiore storia sono quelli americani, i cosiddetti TIPS, nati nel 1997. I titoli hanno, come i Btpi (non i Btp Italia che hanno struttura diversa), una cedola nominale di partenza ed un valore facciale di 100 che salirà nel corso degli anni per effetto dei tassi di inflazione che via via verranno capitalizzati andando ad aumentare il valore del bond. Questo è il motivo per cui quando comprate Inflation Linked il prezzo dell’obbligazione (sopra sotto o uguale a 100) verrà aumentato di una quota di inflazione già accumulata nel corso del tempo dal bond. Continua a leggere

La tecnica della scala per i bond

La parola ladder in inglese significa scala e proprio la scalettatura di un investimento obbligazionario è una delle strategie migliori per evitare di subire passivamente un eventuale rialzo dei tassi di interesse nei prossimi mesi o anni.

Sappiamo che la duration di un investimento ha una valenza quasi pari a quella del rendimento (ne abbiamo parlato qui), soprattutto nella fase di consapevolezza del rischio che stiamo correndo quando investiamo.

Se intendiamo portare a scadenza un’obbligazione o pensiamo di mantenere per 10-15 anni un fondo obbligazionario o un Etf allora non ci sono problemi di capitale, lo recupererete certamente, ma se queste non sono le nostre finalità o se vogliamo essere in grado di sfruttare in modo più consistente un rialzo dei tassi il laddering è la vostra strategia.

Premessa, il cosiddetto bond ladder non si fa con fondi o ETF. Servono singole obbligazioni. Fidelity ha pubblicato una sorta di linee guida per coloro che decidono di adottare questa strategia.

La tabella, seppur in inglese, non ha bisogno di grandi presentazioni.

ladder
Fonte Fidelity.com

Si comprano 5 bond con scadenze intervallate di 2 anni e poi si rinnova quello arrivato a scadenza con uno a scadenza più lunga a 10 anni. In questo modo si riducono i costi di transazione (il rimborso solitamente non si paga) e soprattutto si acquista una scadenza lunga con rendimenti probabilmente più elevati tramite l’incasso dell’obbligazione arrivata a scadenza. Continua a leggere