Rendimento a scadenza…ma in quanto tempo?

Parto da un sondaggio fatto su Twitter da Newfound Research . L’oggetto del contendere era quanto del ritorno di un investimento obbligazionario americano a scadenza costante (10 anni) dal 1981 al 2012 (periodo di ribasso secolare dei tassi) fosse da imputare in termini percentuali all’apprezzamento di prezzo e quanto al flusso cedolare.

Un tema molto spesso dimenticato dagli investitori che si focalizzano sui rendimenti del passatoo che tendono a dimenticare l’importanza del flusso cedolare.

Tornando al sondaggio la metà dei followers della società americana si è espressa indicando in oltre il 50% di ritorno attribuibile al movimento ribassista dei tassi e quindi all’apprezzamento del bond.

Alla ricerca della verità (che ovviamente non è questa), Newfound Research  ha scomposto in tre parti il ritorno dell’investimento. Cedola, variazione prezzo dovuta alla variazione tassi e rendimento di rolling (vendo il decennale diventato a 9 anni di scadenza per ricomprare un 10 anni al fine di mantenere costante la durata).

Il risultato è spiegato dal grafico che già vi fa capire come il luogo comune esce distrutto. Continua a leggere

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Le strategie vincenti sono ovunque, ma…

Qualche settimana fa sul sito online dell’Economist è stato pubblicato un articolo interessante relativo alle cosiddette strategie Smart Beta.

Nulla di nuovo per i nostri lettori (ne abbiamo parlato in diverse occasioni), ma quello che a nostro modo di vedere può essere interessante è la riflessione che emerge dall’articolo.

L’utilizzo dei cosiddetti “fattori” all’interno degli ETF è la realizzazione in pratica di ciò che accademici internazionali hanno già ampiamente previsto, la macchina che sostituisce l’uomo (in questo caso il gestore di fondi). E’ la dura realtà perché questi strumenti altro non fanno che replicare strategie che già i gestori portano avanti. Value, dividendo, bassa volatilità, piccole e medie capitalizzazioni sono tutti fattori che un algoritmo può replicare a bassissimo costo.

Certo il gestore può utilizzare la flessibilità della mente umana, ma i costi da coprire (ricerca, remunerazione del team, ecc…) rendono spesso e volentieri lo smart beta più competitivo agli occhi di chi compra.

Un interessante studio accademico citato all’interno dell’articolo ha provato a capire come hanno lavorato certe strategie automatiche dal 1975 al 2016. Ad esempio nel caso del momentum la regola adottata è stata quella di selezionare nei sei mesi precedenti le azioni migliori (comprandole) e quelle peggiori (vendendole allo scoperto). Tutto questo ripetuto ogni mese ha generato un valore medio positivo mensile di 0.79%, quasi il 10% all’anno sufficiente a coprire i costi di trading. Continua a leggere

Pro e Contro gli ETF

In poche righe assistiamo ad un dibattito tra pro e contro degli strumenti di replica passiva più gettonati del momento, gli ETF. Sapete molto bene quanto preferiamo la replica passiva alla gestione attiva, ma bisogna essere sempre equilibrati ed obiettivi. Nè vegani, nè carnivori, ma una via di mezzo può essere un buon compromesso per investire con buon senso.

Ecco allora che stavolta chi viene messo sul banco degli imputati sono gli ETF, strumenti ottimali per un investitore di lungo periodo, ma che non sempre rappresentano la scelta migliore per chi vuole ampliare i suoi orizzonti di investimento.

Bassi costi

Pro: la replica passiva non richiede grandissimi costi di gestione. Tutto gira in modo sistematico, metodico, organizzato cercando di replicare con il minimo scarto l’indice di riferimento. Il risultato sono i bassi costi di gestione.

Contro: I costi dichiarati non sono i costi effettivi. Lo spread denaro lettera (differenza tra prezzo di acquisto e di vendita sul book di negoziazione) è un costo occulto. I costi di intermediazione che non vengono sostenuti all’atto di acquisto di un fondo sono un’altra significativa voce di costo che pesa qualora l’ETF venga posseduto per pochi anni o addirittura utilizzato per fare trading.

Diversificazione

Pro: comprando un indice la diversificazione dell’investimento è spinta ai massimi livelli.

Contro:  la capacità di avvicinarsi alla replica perfetta di un indice, non sempre è così elevata per un ETF. Alcuni strumenti poi sono concentrari su stili, settori o altro ancora. Diversificate così i componenti dell’indice, non necessariamente il vostro investimento.

Valore corretto

Pro: un ETF può essere scambiato in ogni momento della giornata garantendo agli operatori una possibilità continua di vendere o comprare seguendo le oscillazioni dell’indice di riferimento.

Contro: mentre un fondo viene sempre comprato o venduto al valore di NAV (Net Asset Value), un ETF può prezzare a valori diversi dallo stesso, creando un’inefficienza.

Fiscalità:

Pro: l’ETF ad accumulazione dei proventi permette di ottimizzare la fiscalità dell’investimento spostando in avanti la tassazione degli eventuali utili.

Contro: difficilmente troverete un fondo solo a distribuzione dei dividendi, quasi sempre esiste anche il clone ad accumulazione. Per quello che riguarda gli ETF, soprattutto obbligazionario, difficilmente ne trovate ad accumulazione dei proventi di fatto rendendo inefficacie l’ottimizzazione fiscale.

Leggi anche: Come scegliere il giusto ETF parte I

                        Come scegliere il giusto ETF parte II

Come scegliere il giusto ETF (parte I)

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Come visto nel post di ieri, un’ampia fetta degli investitori nel corso del 2016 si è indirizzata verso gli strumenti a replica passiva. Purtroppo quando fenomeni di questo tipo si verificano la tendenza a guardare qualsiasi cosa che si chiami ETF come “buona” diventa sempre più diffusa, ma la realtà è ben diversa.

La prima cosa da chiedersi quando si decide di acquistare strumenti a replica passiva come gli ETF è quale tipo di indice vogliamo acquistare con i nostri soldi.

C’è differenza tra S&P500 e Russell 2000 in termini di numerosità e capitalizzazione delle società americane rientranti nel paniere. Ovviamente le performance possono essere parecchio diverse da anno ad anno. Stesso discorso vale anche per gli indici europei. Tra ETF che replicano l’indice Msci Emu e Europe c’è una differenza di composizione geografica soprattutto relativa all’ampia fetta di azioni britanniche presenti  nel benchamrk Europe. Anche qui le differenze di performance possono essere notevoli anche per l’effetto cambio (vedi Sterlina); purtoppo spesso e volentieri ce ne accorgiamo solo dopo un pò troppo tempo.

Focalizzarsi fin da subito sull’indice che si vuole replicare è importante soprattutto se le cartucce da sparare non sono tantissime. In fase di Piano di Accumulo o di acquisto per importi modesti, acquistare ETF con sottostanti indici regionali o settoriali o comunqu di cui non si conosce bene la carta d’identità è un grave errore. Continua a leggere

Perchè acquisterò un ETF Multifactor

cestaI fattori o “factor” all’inglese, altro non sono che strategie di investimento basate su regole molto rigide le quali mirano a selezionare in modo automatico titoli azionari con determinate caratteristiche.

Si va dal fattore “Quality” a quello “Size”, passando da quello “Value” per arrivare al “Momentum” fino al Min Volatility. Ovviamente ne esistono anche altri, ma quattro di questi cinque sono presenti all’interno della gamma di ETF Multifactor commercializzati da iShares (qui trovate ad esempio la scheda della versione Europe, ma esistono anche quelli USA e World).

Ogni fattore ha le sue caratteristiche peculiari. Scegliendo il Quality cercheremo società con bilanci solidi (ROE, utili, debito,ecc…). Con il Size ci porteremo in casa sostanzialmente delle small cap. Attraverso il Value società con indici di convenienza fondamentale ottimali (prezzo/utili, prezzo/valore contabile, ecc…). Con il Min Volatility società tendenzialmente meno volatili e rischiose di tutto il restante listino.

Purtroppo la scelta di un singolo fattore presuppone una scommessa. Va benissimo inserire un fattore all’interno di un portafoglio per aumentare la diversificazione. Va meno bene se ci affidiamo ad esso  per coprire l’intero azionario mondiale o europeo o americano, solamente perchè crediamo che le azioni value faranno bene da qui ai prossimi 20 anni.

Il difetto di questa scelta sta proprio nell’incapacità  che ognuno di noi ha di prevedere il futuro. Continua a leggere

Il desiderio di essere sempre dalla parte giusta

Molto spesso gli investitori si fanno tentare da forme più o meno esoteriche di scommessa. “Acquistare” volatilità è una di queste e ringrazio un nostro assiduo lettore per avercelo ricordato.

Il desiderio di essere sempre dalla parte giusta fa parte dell’essere umani. Non si accettano le sconfitte finanziarie e si vuole che ogni Euro investito sui mercati progredisca giorno dopo giorno (per questo guardiamo continuamente il nostro deposito titoli).

Ecco allora che quando sui giornali appaiono costanemente titoli che richiamano i massimi storici delle borse contestualmente al minimo della volatilità si fa una bella associazione e si pensa che comprando quest’ultima si evitino le perdite sul mercato azionario e si guadagnino soldi salendo sull’onda della volatilità.

L’aspettativa di volatilità sullo S&P500 americano è misurata dall’indice VIX.  Quando la borsa scende il Vix sale e viceversa.

vix Continua a leggere

Navigare tra le obbligazioni emergenti

Studio interessante di SPDR Etf sul mercato sempre più ricco dei bond emergenti. In 15 anni il numero delle emissioni è cresciuto secondo Barclays del 1719%  superando i 9 trilioni di Dollari. Non tutto il mercato è accessibile agli investitori stranieri con l’investibile che comunque supera i 4 trilioni. Una bella sommetta che si  è andata ad infilare soprattutto nei prodotti gestiti  attivi ed a replica passiva.

Come si sono comportati i gestori con riferimento a questa particolare asset class?

Nella tabella riportata qui sotto abbiamo una risposta poco incoraggiante.

etf1Fonte: Spdr Etf

Che l’universo siano i bond in valute forti (Dollaro ed Euro in particolare) o le valute locali emergenti, sulla distanza dei 5 anni oltre il 90% dei gestori fa peggio dei rispettivi benchamrk di riferimento.

Costi e tanto altro tra le motivazioni che hanno determinato questo andamento deludente. Nel rapporto di SPDR si intravedono però particolari interessanti. Continua a leggere

Replicanti

Prendendo spunto dall’immagine e dal post dell’ottimo blog Monevator.com cerchiamo di fare luce in modo semplice e breve tra i cosiddetti strumenti a replica passiva, ovvero quei prodotti che di fatto mirano a ritornare la performance di un determinato indice.

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Fonte: Monevator.com

Si comincia con quello che purtroppo in Italia è poco diffuso ma che rappresenta lo strumento meno costoso e più puro attualmente in circolazione, ovvero gli Index Fund di cui Vanguard è forse il più importante player mondiale.

Gli strumenti sottostanti l’indice replicato dal fondo sono detenuti fisicamente (tutti o a campione), il fondo è aperto a tutti e non ci sono costi di intermediazione a differenze del secondo replicante in ordine di purezza.

Arriviamo così all’Etf a replica fisica. Simile all’index fund anche in qualità di fondo con patrimonio separato e quindi non a rischio default dell’emittente, in questo caso al vantaggio di poterlo comprare e vendere in giornata si contrappone il fatto che esistono costi di intermediazione che lo rendono poco conveniente per chi muove importi modesti.

Sotto agli Etf a replica fisica ci sono quelli a replica sintetica. Continua a leggere

Etc, Questo Sconosciuto (Parte Seconda)

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Ieri  abbiamo cercato di capire come funzionano gli ETC, soprattutto quelli a leva. Abbiamo individuato le criticità che certi strumenti hanno e soprattutto abbiamo capito che non possono essere utilizzati per replicare un sottostante nel lungo periodo.

Se avete comprato ETC negli ultimi tempi desiderosi di scommettere sulla ripresa del petrolio oppure di andare a leva sul rame, state tranquilli, non siete soli…anzi.

Una recente statistica di Bloomberg conferma come l’utilizzo degli ETF da parte dei Millennials è in costante aumento ed ha ormai superato il 40% degli strumenti utilizzati contro  il 17% dei Baby Boomers.

La cosa ancora più interessante è vedere quali sono le azioni preferite dai Millennials in base ad un sondaggio TD Ameritrade. Ed ecco che appare un ETN leva 3 long sul WTI

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Strumenti quindi questi da maneggiare con cura. Vanno benissimo per il trading intraday o al limite di qualche giornata, meno bene per posizionarsi nel lungo periodo su una certa asset class.

Ma sapete realmente cosa sono gli ETC? Continua a leggere

Etc, Questo Sconosciuto (Parte Prima)

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Spesso e volentieri sento investitori o consulenti finanziari che si lamentano circa l’andamento di strumenti estremamente complessi come gli ETC sulle materie prime a leva. Ho volutamente preso un orizzonte temporale preciso per farvi capire che non solo la conoscenza dei prodotti su cui si investe è fondamentale, ma anche l’orizzonte temporale di certe operazioni ha un senso ben preciso.

Dal 4 marzo al 29 luglio il prezzo del WTI (petrolio quotato a New York) è rimasto sostanzialmente invariato. Due (ma ce ne sono altri) ETC a leva 3 quotati a Milano hanno entrambi perso. Ohibò direte voi? Come è possibile? Almeno uno dei due avrebbe dovuto essere prossimo allo zero o addirittura positivo!

Invece no ed una parte della spiegazione del perché questo succede l’avevamo già fornita qui.

1Fonte Metastock

Una prima considerazione da fare semplice e banale è questa. Acquistare un ETC per replicare il prezzo a pronti (o spot) di una materia prima è una missione già persa in partenza. Quando si acquista un ETC, ad esempio sul petrolio, si acquista di fatto un contratto futures nella maggior parte dei casi a scadenza più vicina (esistono alcune eccezioni che cercano di smussare le inefficienze ma non risolvono il problema).

2Fonte: barchart.com

Come si vede dalla tabella riportata qui sopra e che mostra la struttura dei prezzi del petrolio Wti per tipologia di scadenza, il petrolio per la maggior parte del tempo presenta una struttura di prezzi crescenti per scadenza, quello che in gergo viene definito Contango.  Continua a leggere