La tecnica della scala per i bond (replica)

Altro articolo recuperato dagli archivi relativo al mondo delle obbligazioni. Questa volta parliamo di una tecnica di investimento tanto semplice quanto efficace nel contrastare un eventuale rialzo dei tassi.  Buona lettura.

La parola ladder in inglese significa scala e proprio la scalettatura di un investimento obbligazionario è una delle strategie migliori per evitare di subire passivamente un eventuale rialzo dei tassi di interesse nei prossimi mesi o anni.

Sappiamo che la duration di un investimento ha una valenza quasi pari a quella del rendimento (ne abbiamo parlato qui), soprattutto nella fase di consapevolezza del rischio che stiamo correndo quando investiamo.

Se intendiamo portare a scadenza un’obbligazione o pensiamo di mantenere per 10-15 anni un fondo obbligazionario o un Etf allora non ci sono problemi di capitale, lo recupererete certamente, ma se queste non sono le nostre finalità o se vogliamo essere in grado di sfruttare in modo più consistente un rialzo dei tassi il laddering è la vostra strategia.

Premessa, il cosiddetto bond ladder non si fa con fondi o ETF. Servono singole obbligazioni. Fidelity ha pubblicato una sorta di linee guida per coloro che decidono di adottare questa strategia.

La tabella, seppur in inglese, non ha bisogno di grandi presentazioni.

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Fonte Fidelity.com

Si comprano 5 bond con scadenze intervallate di 2 anni e poi si rinnova quello arrivato a scadenza con uno a scadenza più lunga a 10 anni. In questo modo si riducono i costi di transazione (il rimborso solitamente non si paga) e soprattutto si acquista una scadenza lunga con rendimenti probabilmente più elevati tramite l’incasso dell’obbligazione arrivata a scadenza. Continua a leggere

Siete Veramente Sicuri che gli Inflation Linked vi Proteggono Sempre dall’Inflazione? (replica)

Come per la settimana scorsa abbiamo fatto le obbligazioni a tasso variabile, anche questa settimana torniamo a pubblicare un vecchio articolo che mira a rispondere alle richieste di alcuni lettori. Il tema sono le obbligazioni indicizzate all’inflazione e la loro capacità di proteggere il potere d’acquisto.  Buona lettura.

Si sente sempre più spesso parlare negli ultimi mesi di deflazione, un evento non così frequente ma che ha fatto capolino diverse volte nella storia finanziaria moderna. Gli investitori dovrebbero però essere preoccupati delle conseguenze sui propri investimenti del fenomeno ben più frequente di inflazione.

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Se gli investitori non proteggono il loro portafoglio dagli effetti deleteri dell’inflazione il rischio è quello di trovarsi con un capitale notevolmente più povero negli anni successivi. La consolazione di non aver perso nulla potrà darvi un conforto psicologico, ma non certo finanziario.
Se ad esempio manteniamo a rendimento zero 10000 euro depositati su un conto corrente bancario, con un’inflazione annua del 3% ci ritroveremo con un capitale corretto per l’inflazione di circa 8600 euro reali dopo 5 anni.
In pratica pur disponendo nominalmente di 10000 euro, il potere d’acquisto sarà quello di 8600 euro alla data di partenza. Se 5 anni prima potevate acquistare un’utilitaria con tutti gli optional, ora il pack degli accessori lo dovrete pagare.
Ecco il motivo per cui la liquidità non può essere considerato un asset di investimento soprattutto agli attuali tassi di mercato. Negli ultimi 42 anni in ben 18 casi Continua a leggere

Le Obbligazioni a Tasso Variabile sono un Rimedio Contro il Rialzo dei Tassi? (replica)

Alcuni lettori hanno chiesto un chiarimento di quali potrebbero essere gli strumenti in grado di contrastare un rialzo dei tassi di interesse, riproponiamo questo articolo relativo alle obbligazioni a tasso variabile.  Buona lettura.

Le emissioni a tasso variabile sono spesso considerate lo strumento migliore per fronteggiare il rialzo dei tassi di interesse senza subire perdite in termini di prezzo rimanendo al tempo stesso ancorati alla dinamica dei tassi. In parte questa affermazione è vera così come è vero che storicamente il tasso variabile offre rendimenti superiori al classico money market, ma qualche puntualizzazione è doverosa e cercheremo di chiarirla in questo articolo grazie anche ad uno studio effettuato qualche anno fa dal gestore di index fund Vanguard.

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Intanto chiariamo subito il concetto di rischio. Vero è che l’indicizzazione al tasso variabile abbassa quasi a zero il rischio tasso, ma spesso e volentieri questo beneficio si lega ad un accresciuto rischio emittente. Tolti i classici titoli di Stato o qualche sovranazionale, farete infatti molta fatica a trovare emissioni free risk di Stati Uniti o Germania, tanto per citare due nazioni considerate prive di rischio. Molto più probabile che l’indicizzazione al parametro interbancario sia collegata ad un bond corporate investment grade o addirittura high yield. In questo caso (ed il 2008 insegna) l’insensibilità ai movimenti dei tassi viene sopraffatta dalla perdita di prezzo derivante dall’aumentato rischio credito sull’emittente. Continua a leggere

Conoscere il proprio nemico (replica)

Nel mese di agosto pubblichiamo gli articoli più cliccati dai nostri lettori nel corso degli ultimi 12 mesi. Buona lettura!

L’inflazione è uno dei peggiori nemici dell’investitore (rendimento nominale vs rendimento reale), ma anche dello Stato esattore fiscale. Ora vi spiego perché, ma perdonatemi se virtualmente sorrido ogni volta che sento dire (anche a presunti esperti del settore finanziario), che gli attuali tassi di interesse impediscono qualsiasi forma di investimento sul mercato obbligazionario perché non redditizi. Redditizi per chi?

Ma andiamo con ordine, l’esempio è tanto semplice quanto concreto. Se investo in un’obbligazione al prezzo di 100 e cedola nominale del 4% ottengo per l’appunto un rendimento del 4%. Lo Stato mi chiede, all’atto di riscossione della cedola, il 12,5% se abbiamo investito in titolo di Stato o sovranazionale, il 26% se trattasi di bond corporate.

Quindi lo 0,50% nella migliore delle ipotesi va in tasse riducendo il mio rendimento nominale a 3,5%. Se al termine del primo anno l’inflazione risultasse del 4% noi investitori dovremmo restituire tutto il guadagno (3,50%) più 50 punti base (0,50%) visto che il mio potere d’acquisto si sarebbe ridotto dello 0,50%.

Alla fine della partita investitore -0,50%, Stato +0,50%. Continua a leggere

Se anche le obbligazioni perdono come le azioni… (replica)

Nel mese di agosto pubblichiamo gli articoli più cliccati dai nostri lettori nel corso degli ultimi 12 mesi. Buona lettura!

Breve post che ricorda a tutti i naviganti l’importanza di un numerino spesso e volentieri ignorato.

Parliamo di duration che come ben sapete è fondamentale quando costruiamo un portafoglio e vogliamo capire che razza di volatilità (e quindi di rischio di oscillazioni anche negative) dovremo sopportare.

Di questo fondamentale concetto che ogni investitore in obbligazioni dovrebbe essere a conoscenza ne abbiamo parlato qui https://investireconbuonsenso.com/2015/02/22/ha-senso-investire-in-prodotti-a-duration-hedged/

e qui https://investireconbuonsenso.com/2017/08/21/gestire-la-duration-di-un-portafoglio-bond-2/.

Nel mese di maggio sono però successi diversi eventi che dovrebbero ricordare ai più come anche lo obbligazioni possono arrivare a perdere quanto un azione.

Per fare questo vediamo  tre esempi  operativi realmente accaduti nel mese di maggio.

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La Lezione Turca (tanto per ricordare)

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Era il 2016 e le cose sono peggiorate parecchio da allora ma come vedrete rileggendo il post certi errori degli investitori sono sempre uguali.

 

L’affare Lira turca si complica e non è questa la sede per ragionamenti di natura geopolitica. Dal punto di vista finanziario però una bella lezioncina anche stavolta l’investitore dovrebbe averla imparata.

L’andamento della Lira turca è stato decisamente deprimente negli ultimi anni. Come evidenziato dagli analisti Forex di Age Italia nel loro ultimo rapporto settimanale, la versione total return di un investimento in Lire Turche (quindi tenendo conto del cambio e delle cedole incassate) negli ultimi 6 anni è stata inesistente.

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Vi siete sbattuti a destra e a manca, avete sopportato la volatilità, avete visto il valore della vostra obbligazione scivolare paurosamente, tutto per avere zero. Anzi mi correggo, meno di zero perché in questi anni l’inflazione italiano ha remato contro di voi. Continua a leggere

Guardate avanti altrimenti inciampate!

Tra gli errori più comuni commessi dagli investitori certamente possiamo annoverare quello del cosiddetto guardare dallo specchietto retrovisore. Con questo si intende la tendenza ad utilizzare le performance del passato come guida per il futuro.

Se un fondo, un’azione o un qualsiasi strumento finanziario realizza performance mirabolanti allora è degno della mia attenzione (ed investimento), se invece ha il segno meno davanti alla performance passata il prodotto viene regolarmente snobbato. I back test sono proprio l’esatto esempio di come distorcere la realtà.

Per chi segue strategie di momentum e quindi fa investimenti con orizzonte temporale di brevissimo periodo, questa logica può anche essere corretta; per chi invece sviluppa investimento con un orizzonte temporale più ampio questa rischia di essere una strategia limitante oltre che non garante dei migliori risultati.

In questi mesi ad esempio l’investimento in fondi o ETF obbligazionari avente come sottostante i bond emergenti è stato al centro delle attenzioni e delle preoccupazioni degli investitori visto che le perdite sono arrivate a toccare oltre l’8% da inizio anno, come nel caso dell’ETF iShares JPM Em.Bond Eur hedged. Continua a leggere

2018 anno di perdite su tutto? Possibile…

Il 2018 è un anno seriamente a rischio di  chiusura negativa sugli indici azionari ed obbligazionari. In termini di performance trimestrali rolling è già accaduto quest’anno che bond ed azioni vantassero performance negative e Vanguard puntuale ha fornito una serie di riscontri statistici interessanti focalizzati sul mercato americano proprio su queste due asset class.

Negli ultimi 30 anni  (+ primo trimestre 2018) gli indici Msci Usa e Bloomberg Barclays US Aggregate Bond sono stati monitorati nelle loro chiusure mensili. In 363 il bilancio mensile negativo per l’azionario è arrivato 126 volte (34% dei casi), mentre per l’obbligazionario 112 volte (il 31% dei casi). Stupiti vero dal fatto che equity e bond hanno avuto la medesima frequenza di perdite mensili? Continua a leggere

Se anche le obbligazioni perdono come le azioni…

Breve post che ricorda a tutti i naviganti l’importanza di un numerino spesso e volentieri ignorato.

Parliamo di duration che come ben sapete è fondamentale quando costruiamo un portafoglio e vogliamo capire che razza di volatilità (e quindi di rischio di oscillazioni anche negative) dovremo sopportare.

Di questo fondamentale concetto che ogni investitore in obbligazioni dovrebbe essere a conoscenza ne abbiamo parlato qui https://investireconbuonsenso.com/2015/02/22/ha-senso-investire-in-prodotti-a-duration-hedged/

e qui https://investireconbuonsenso.com/2017/08/21/gestire-la-duration-di-un-portafoglio-bond-2/.

Nel mese di maggio sono però successi diversi eventi che dovrebbero ricordare ai più come anche lo obbligazioni possono arrivare a perdere quanto un azione.

Per fare questo vediamo  tre esempi  operativi realmente accaduti nel mese di maggio.

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Valuta forte ed investimenti

I cataloghi dei collocatori di prodotti gestiti sono sempre più ricchi di strumenti a copertura del rischio cambio. La logica è ovviamente quella di ridurre il rischio valutario, estraendo solamente il buono dagli asset sottostanti.

L’ultimo anno ha fatto capire agli investitori cosa vuole dire perdere il 15% sul Dollaro nel giro di un solo anno, sia sull’azionario che sull’obbligazionario. Questo perchè essendo il Dollaro la valuta più scambiata al mondo, una buona fetta degli indici azionari internazionali o delle emissioni obbligazionarie sono appunto denominati e scambiati in Dollari. La democrazia di un’oscillazione valutaria è totale. Se compro un Treasury americano o lo S&P500, un -10% è uguale sia per l’obbligazione che per l’azione.

Servendomi dell’ottimo sito PortfolioVisualizer ho cercato di capire cosa è successo dal 1999 al 2017 per i bond globali hedged (ovvero coperti) e quelli non hedged (quindi aperti al rischio cambio). Ovviamente essendo il sito di origine  americana la copertura dal rischio di cambio è legato alle valute diverse dal Dollaro.

In questi 18 anni di analisi non ci sono grandi dubbi. Per un investitore tenere aperto il rischio cambio ha più che raddoppiato la volatilità, quasi raddoppiato il drawdown e portato ad un rendimento annuo leggermente inferiore. Esattamente ciò che gli studi accademici ci dicono da tempo.

Nel lungo periodo i cambi non fanno la differenza se non aumentando la volatilità dei rendimenti di portafoglio.

Fonte: PortfolioVisualizer

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