145 anni investiti in borsa per guadagnare solo in 10

Se l’orizzonte temporale è importante, rimanere investiti senza distrarsi troppo lo è altrettanto. Il grafico seguente l’ho scovato sul blog ofdollarsanddata.com ed è basato sulle performance mensili reali della borsa americana (comprensive di dividendi al netto dell’inflazione) estrapolate dal database di Robert Shiller.

Il titolo è provocatorio, ma assolutamente corretto. Dal 1871 al 2016 sono passati 1751 mesi. In questi 1751, compensando profitti e perdite, solo il 7% del tempo ha fornito un valore tale da far avanzare il montante finale dell’investimento. Il 7% sono circa 122 mesi e quindi 10 anni.

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Partendo dal 1871 ed arrivando a fine 2016, il colore blu ci mostra il periodo di tempo che di fatto ha aggiunto valore in termini reali all’investimento. Stiamo parlando del 7% del tempo appunto. Continua a leggere

Flight to Quality

Il titolo rappresenta quella classica frase che ognuno di voi sente nei momenti di tensione finanziaria in cui gli investitori si rifugiano in massa verso i titoli più sicuri come i Treasury americani o i Bund tedeschi. Chissà poi perchè non è stata coniata una frase speculare per la situazione opposta, ovvero quando dai bond si va verso le azioni come nelle ultime settimane, mah.

L’eterno sogno di ogni grande investitore è quello di saltare da una parte all’altra evitando le perdite e massimizzando i guadagni. Ovviamente tutto questo è irrealizzabile, però con curiosità mi sono studiato la strategia che he presentato Meb Faber sul suo blog alcune settimane fa.

In parole povere Faber, autore dell’eccelente ebook Global Asset Allocation: A Survey of the World’s Top Asset Allocation Strategies ha simulato dal 1993 al 2015 una semplice strategia. Compro azioni dello S&P500 quando le valutazioni prezzo/utili espresse in termini di CAPE sono inferiori a 20; le vendo comprando Treasury a 10 oppure a 30 anni quando il CAPE supera 20, come ora. Ecco il risultato.

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Ogni tendenza nasce da un cambiamento

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Da poco ho terminato la lettura del libro di Darrell Huff Mentire con le statistiche e tra i tanti ragionamenti di buon senso che l’autore appunta sul suo libro, uno in particolare ha trovato la mia assoluta condivisione. Fidarsi ciecamente delle proiezioni statistiche  significa molto spesso convincersi che possa esistere una tendenza senza cambiamento.

Cerco di spiegare meglio il concetto.

Oggi ancora più di allora (Duff scrisse il libro di statistica più venduto al mondo nel 1954), siamo inondati da proiezioni statistiche che tendono a mostrarci il futuro sulla base dell’andamento del passato.

Lo vediamo continuamente, dalle previsioni dei risultati elettorali, fino a questioni “secolari” sulla demografia o la crescita economica.

Ho notato nell’ultimo lustro un impressionante aumento della produzione di outlook o analisi di mercato da parte delle più importanti società di ricerca finanziarie nei quali si cerca di spiegare l’impatto che deflazione tecnologica o crescita zero della demografia o ancora dell’avvento della robotica nel mondo del lavoro, avranno sul futuro degli investimenti finanziari. Continua a leggere

Il maledetto lungo periodo

Poche settimane fa Morningstar ha pubblicato un interessante articolo  in cui veniva evidenziato come la rischiosità delle obbligazioni è molto più elevata di quello che pensa la maggior parte degli investitori.

Vero e falso commenta il vostro autore.

Vero perché tutte le due tabelle successive dimostrano, numeri alla mano, che l’obbligazionario ha fatto perdere denaro agli investitori con una frequenza maggiore rispetto all’azionario. Falso perché credo che la maggior parte delle persone non hanno a loro disposizione periodi di tempo così lunghi come quelli indicati nell’analisi. Quindi ci sta che l’obbligazionario rappresenti una solida fonte di reddito per investitori prudenti o avanti con gli anni.

Ma andiamo a scoprire i punti essenziali di questo articolo.

La prima tabella mostra il rendimento annualizzato di azioni e bond americani suddiviso per decade dal 1871 al 2016.

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Fonte: Morningstar

Gli anni’30 e gli anni 2000 sono stati quelli a più basso contenuto di rendimento per l’azionario, ma attenzione perché subito dopo vengono tre decadi in cui il rendimento più basso è stato realizzato proprio dai bond.

Ma andiamo alla seconda tabella, quella su cui si focalizza Morningstar e che misura i rendimenti annui per decade ma in termini reali, ovvero depurati dall’inflazione. Continua a leggere

60/40 o 40/60, questo è il dilemma

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Meglio 60% azioni e 40% obbligazioni oppure meglio 40% obbligazioni e 60% azioni, questa è una delle classiche domande che si pone l’investitore che deve scegliere come investire per i prossimi n anni. Il 60/40 (o 40/60) è una tipica ripartizione che troviamo spesso e volentieri anche nei fondi bilanciati a gestione passiva oppure nei fondi pensione con profili di rischio bilanciato.

Personalmente confermo ciò che ho già scritto in altre occasioni. Certo, scegliere se dare un maggior peso all’azionario rispetto all’obbligazionario (o viceversa) è un qualcosa che inciderà nei rendimenti e nella rischiosità alla quale saranno soggetti i vostri soldi. Alla fine di tutto però i pesi percentuali saranno un contorno ad un atteggiamento di ottimizzazione del processo di risparmio.

Accantonare regolarmente una certa quantità di denaro, evitare spese inutili, automatizzare il processo di investimento, allontanare le emozioni, sono solo alcuni degli atteggiamenti di buon senso che alzeranno da soli i rendimenti dei vostri investimenti abbassando il rischio.

Poi verrà l’asset allocation ma non preoccupatevi di capire quale sarà il peso ottimale, perdereste inutile tempo (a tal proposito consiglio la rilettura del post L’asset Allocation del Tempo). Scegliete quanto rischio volete prendervi ed avviate gli investimenti di conseguenza, ci sarà tempo per porre in essere i doverosi aggiustamenti.

Per i più curiosi ho deciso però di svelare l’arcano. Negli ultimi 20 anni meglio 60/40 a 40/60? Grazie al backtest tarato su azioni e obbligazioni americane (quelle con maggiore significatività storica), il risultato è quello espresso nell’immagine seguente: Continua a leggere

Con i piedi per terra

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Oggi poche parole, ma un paio di grafici che definirei molto consistenti.

Il primo è relativo ai bond ed alla probabilità di rendimento che saranno capaci di offrire da qui a 10 anni.

I rendimenti di oggi offrono una ragionevole, per non dire elevata, probabilità di indicare all’investitore di quale sarà il ritorno totale del suo investimento fra 10 anni.

Il grafico ha un’ampiezza storica piuttosto lunga (1871-2015) e quindi ci sono pochi dubbi circa il fatto che l’acquirente di obbligazioni di oggi sa già in anticipo quale sarà probabilmente il suo rendimento totale annuo all’esaurimento della prossima decade.

bondIl secondo grafico invece ci fa passare al lato azionario.

Dal 1881 al 2015 il rendimento annuo di un indice azionario americano (9%) è stato generato per la metà da dividendi, per quasi il 20% da crescita degli utili, per quasi il 30% da inflazione e per appena il 3% da espansione di multipli di prezzo.

azio Continua a leggere

La correzione in Borsa arriverà, ma quando?

Ormai non passa giorno in cui viene celebrata la straordinaria bassa volatilità che contraddistingue i mercati azionari, soprattutto americani. Gli indici principali rimangono vicini ai massimi storici e correzioni degne di nota è da mesi che non si affacciano dalle parti di Wall Street.

Stiamo vivendo momenti eccezionali, senza ombra di dubbio situazioni che si vedono una volta a generazione. Di fatto l’ipoteca sui bassi rendimenti prospettici a livello azionario è messa; più si andrà avanti con questa situazione, intendo dire senza correzioni di mercato capaci di normalizzare il percorso, più i ritorni reddituali del futuro si faranno grami per gli investitori di oggi.

Guardate questa tabella estrapolata dal sito del sempre ottimo Aswath Damodaran.

annualFonte:http://pages.stern.nyu.edu/~adamodar/

Dal 2003 la borsa americana ha chiuso in negativo solo una volta nel 2008 con un calo, come ben ricordiamo tutti, devastante. Da allora otto anni consecutivi di rialzo, a loro volta preceduti da 5 anni consecutivi di rialzo (2003-2007). Paradossalmente e nonostante il bull market secolare in corso, hanno perso di più i bond in termini di frequenza. Due annate negative infatti le abbiamo avute nel 2009 e nel 2013.

Vi consiglio di andarvi a rileggere questi tre post che abbiamo pubblicato in passato:

Investire sulla Borsa Americana

Investire al netto della Borsa Americana

Quando le perdite sono in doppia cifra

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I pericoli di un mondo basato sulle medie

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Anche all’interno del nostro blog trovate spesso e volentieri riferimenti alle medie matematiche. Medie di rendimento obbligazionario, medie di valutazioni azionarie, medie di performance, ecc…

Siamo i primi a riconoscere i limiti di un approccio storico basato su numeri che trovano il loro fondamento su campioni più o meno ampi. Limiti che possono derivare certamente dal fatto che il futuro non necessariamente ripete il passato, ma anche per la numerosità più o meno ampia del campione analizzato. Un conto è parlare di semplice media aritmetica dei rendimenti  della borsa americana dal 1928 al 2015 (11,40%), un conto è invece parlare di mediana (13,87%),ancora diverso è parlare di media geometrica (9,50%).

Questo è uno dei motivi per cui cerchiamo di fornire nei back test di alcuni celebri portafogli di investimento informazioni ulteriori legate alla frequenza dei rendimenti attorno alla media stessa.

Comprendiamo ovviamente il limite che presentano certi numeri quando magari vengono utilizzati per simulare piani di investimento ed aspettative di rendimento. Ecco perchè spesso e volentieri richiamo il mercato americano e le sue statistiche nei miei post. Più ampio è il database a cui attingere più affidabili possono essere le analisi.

Proprio in questi giorni sto terminando la lettura di un libro datato temporalmente, ma che in America è una vera pietra miliare della statistica. Continua a leggere

Volatilità = Perdite in Borsa = Mezza Verità

volLa volatilità è un concetto che solitamente incute timori in un investitore poichè è spesso (se non sempre) associata a fasi di mercato calanti. Quando le borse scendono, lo fanno in modo rapido, con oscillazioni scomposte e da qui l’associazione volatilità = bear market.

E’ vero, tutto ciò? La risposta è no, non è sempre vero e quindi diffidate da chi vi dice che ci dobbiamo aspettare un mercato molto più volatile e perciò ribassista.

Ma mettiamo in fila le cose e cerchiamo di capire meglio tutti questi concetti.

Punto 1) Il Dow Jones nell’ultimo mese ha vissuto il periodo meno volatile della sua storia. Tra massimo e minimo la distanza non è stata superiore al 1.4%.

Punto 2) Il Vix (ovvero l’aspettativa di volatilità sul mercato azionario americano S&P500) ha chiuso il quinto anno consecutivo con un livello medio inferiore a 20. Per un semplice effetto statistico di ritorno verso la media il 2017 (o al massimo il 2018) sono candidati a rivedere un Vix sopra 20.

vix Continua a leggere

Decennio Perduto

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Di decennio perduto per Europa e mondo emergente si può certamente parlare adesso che stiamo per cominciare il 2017. I confronti sulla decade appena archiviata 2006-2016 sono infatti impietosi per le due geografie azionarie.

Portare a casa l’1,4% (azionario Euro) e l’1,7% (azionario emergente) come rendimento annuo composto, rappresenta  in termini reali una performance insufficiente a coprire la perdita di potere d’acquisto accumulato nell’ultima decade. Su questo punto ritorneremo dopo perchè sono doverose alcune precisazioni che ridimensionano un attimo questi dati.

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Fonte: Metastock al 20/12/2016

Basti pensare che per i paesi emergenti l’inflazione media a livello complessivo è stata negli ultimi 10 anni del 5%, mentre per la zona Euro il risultato è stato questo.

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Con un tasso medio del 1,8% anche in Europa il mercato più volatile e rischioso non ha permesso di coprire nemmeno con i dividendi la perdita del potere d’acquisto. Possiamo quindi dire serenamente che non sempre il lungo periodo (inteso come 10 anni) ripaga gli investitori azionari. Ecco perchè spesso e volentieri ricordiamo che i dati del passato sono utili statistiche, ma basare i proprio piani di investimento esclusivamente su di essi è un’errore.

Per onestà intellettuale vale però la pena sottolineare due cose. Continua a leggere