Abbassare l’asticella

Una riflessione dopo aver letto un post sul blog di Michael Batnick IrrilevantInvestors.com focalizzato sui rendimenti di un investimento bilanciato negli ultimi 10 anni  in America.

Serve un  sano bagno di realismo ve lo dico subito.

Il grafico che segue mostra dal 2009 ad oggi quanto ha reso un portafoglio investito al 60% in azioni e al 40% in obbligazioni. In questo caso, lo ripeto, tutto made in Usa.

Il rendimento annuo composto è stato del 10.8% lordo per un ritorno totale del 152%.

Ipotizzando tassi a 10 anni americani al 2,5% e pesandoli per un 40% del portafoglio questo significa che la borsa americana dovrebbe viaggiare ad un ritmo di poco meno del 17% annuo da qui al 2027 per pareggiare il 10.8% annuo. Praticamente impossibile.

Anche abbassando l’obiettivo di un rendimento annuo 60/40 al 8% (numero che ricorre frequentemente nelle previsioni dei fondi pensioni americani), l’azionario dovrebbe ottenere un risultato annuo del 11,6% annuo per arrivare a questo livello. Anche qui stiamo rasentando l’improbabile. Continua a leggere

Azioni europee, affare o illusione?

Il professore Robert Shiller, già premio Nobel per l’economia ed ideatore del celebre metro di valutazione CAPE, in un’intervista a CNBC ha dichiarato che gli investitori americani farebbero bene a diversificare in azioni non domestiche.

Questa affermazione è generata dal combinato di valutazioni piuttosto elevate negli States (Cape di Shiller a 29)

Fonte: Robert Shiller

a fronte di valutazioni decisamente più interessanti presenti in altre aree geografiche come l’Europa.  Per quello che riguarda l’azionario europeo il Cape medio (al 31 marzo) è di 17.6 con la Germania a 19.6. “Europe is attractive” è stata la dichiarazione di Shiller il quale è convinto che la narrativa piuttosto pessimista sulle sorti dell’Unione Europea sta pesando eccessivamente sulle società europee

Grazie a Portfoliocharts.com abbiamo così provato a vedere qualche dato storico realtivo alle due principali borse europee, quella tedesca e quella inglese (ovviamente in valuta locale). Continua a leggere

La capitalizzazione composta…dei costi

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Il Presidente di Vanguard, il celebre John Bogle autore del libro The Little Book of Common Sense Investing: The Only Way to Guarantee Your Fair Share of Stock Market Returns, ha definito i costi che vengono sostenuti durante l’investimento come dei “mangiatori di rendimento” in grado di creare  la cosiddetta “Tiranny of compounding costs”.

Nel lungo periodo sappiamo molto bene come i costi sono un detrattore di rendimento e come un oculato ed attento contenimento degli stessi è in grado di generare valore anche se dal mercato non arrivano grandi soddisfazioni. Ne abbiamo parlato qui dove abbiamo anche ribadito come la variabile costi è una delle poche voci determinanti del rendimento che potete controllare.

Nello stesso tempo non vivo sulla Luna e sono perfettamente d’accordo con chi sostiene che nulla è gratis, nemmeno la consulenza finanziaria. Avere accesso a professionisti in grado di trasmetterci concetti di base sull’ educazione finanziaria o di spiegarci la complessità di certi prodotti, o ancora di creare sulla base delle nostre caratteristiche dei progetti di investimento, ha senso dopo tutto. Giusto, ma il processo messo in piedi deve avere un costo equo perchè altrimenti il rischio è trasferire una consistente parte della propria ricchezza ai consulenti finanziari con risultati deludenti per i vostri progetti futuri.

Seppur un pò estrema e  non pienamente calabile nel contesto italiano, il Robo Advisory americano Wealthfront ha nei giorni scorsi fatto un esempio molto interessante. Continua a leggere

60/40 o 40/60, questo è il dilemma

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Meglio 60% azioni e 40% obbligazioni oppure meglio 40% obbligazioni e 60% azioni, questa è una delle classiche domande che si pone l’investitore che deve scegliere come investire per i prossimi n anni. Il 60/40 (o 40/60) è una tipica ripartizione che troviamo spesso e volentieri anche nei fondi bilanciati a gestione passiva oppure nei fondi pensione con profili di rischio bilanciato.

Personalmente confermo ciò che ho già scritto in altre occasioni. Certo, scegliere se dare un maggior peso all’azionario rispetto all’obbligazionario (o viceversa) è un qualcosa che inciderà nei rendimenti e nella rischiosità alla quale saranno soggetti i vostri soldi. Alla fine di tutto però i pesi percentuali saranno un contorno ad un atteggiamento di ottimizzazione del processo di risparmio.

Accantonare regolarmente una certa quantità di denaro, evitare spese inutili, automatizzare il processo di investimento, allontanare le emozioni, sono solo alcuni degli atteggiamenti di buon senso che alzeranno da soli i rendimenti dei vostri investimenti abbassando il rischio.

Poi verrà l’asset allocation ma non preoccupatevi di capire quale sarà il peso ottimale, perdereste inutile tempo (a tal proposito consiglio la rilettura del post L’asset Allocation del Tempo). Scegliete quanto rischio volete prendervi ed avviate gli investimenti di conseguenza, ci sarà tempo per porre in essere i doverosi aggiustamenti.

Per i più curiosi ho deciso però di svelare l’arcano. Negli ultimi 20 anni meglio 60/40 a 40/60? Grazie al backtest tarato su azioni e obbligazioni americane (quelle con maggiore significatività storica), il risultato è quello espresso nell’immagine seguente: Continua a leggere

Piano di Investimento Consapevole

I rendimenti futuri rappresentano incertezza, il risparmio che investiamo periodicamente sul mercato rappresentano certezza. Su questi due elementi si giocano spesso le simulazioni dei pianificatori finanziari, ma purtroppo per motivi di spazio, di tempo e di marketing molti professionisti del settore tendono a semplificare eccessivamente il risultato finale della loro analisi.

Supponiamo di versare sempre la stessa cifra di denaro al mese per n anni. Oppure supponiamo di ottenere un rendimento medio del x% per i prossimi 30 anni. Peccato che non sempre la vita ci permette di versare lo stesso ammontare di denaro nel nostro Piano di Accumulo (frequenti sono le interruzioni causa emergenze o semplicemente panico da perdita). Peccato poi che i rendimenti non si muovono in modo lineare. Un anno guadagniamo il 30%, l’anno dopo perdiamo il 20% e l’anno dopo ancora perdiamo un altro 10%. I nervi vengono messi alla prova ed il piano di investimento pure.

Se tutto procedesse in modo piatto e regolare come descritto anche nei nostri post, investire sarebbe l’esercizio più semplice del mondo. La nave lascia il porto e tranquillamente arriva a destinazione. Invece gli ostacoli sono tanti e pur non potendo sapere a priori quanti, quali e quando arriveranno questi pericolim sarebbe molto più belllo sapere che tipo di  viaggio ci aspetta.

Ringrazio l’amico Tyler di Portfoliocharts.com per avermi dato la possibilità di utilizzare pubblicamente il grafico che vi riporto di seguito. Si tratta del più classico dei 60/40 (60% azioni – 40% obbligazioni tutte made in USA) a partire dal 1972.

6040 Continua a leggere

Lehman Moment…8 anni dopo

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Sono passati poco più di otto anni da quando Lehman Brothers fallì in quel drammatico 15 settembre del 2008. Il mondo sembrava sull’orlo del collasso finanziario, la depressione del ’29 era quasi inevitabile ed i prezzi delle azioni in caduta libera, molte attività obbligazionarie illiquide. Detto questo, per ricordare a me stesso che pure nei momenti più drammatici il discorso dell’orizzonte temporale è importante quanto e come quello sulla diversificazione, mi piace tirare le somme di dove ci troviamo ora rispetto a quei momenti (vi consiglio di leggervi anche questo post – Che bella palestra il 2000)

La tabella che segue riporta al 30 settembre 2016 l’andamento degli indici azionari mondiali a partire dal 16 ottobre 2008. Gli indici sono espressi in dollari per avere uniformità di giudizio ed alla performance complessiva affianchiamo il Cagr (tasso di rendimento annuo composto). Non abbiamo inserito la volatilità perché in questo caso ci interessa la direzione non tanto la rischiosità.

leh1Fonte Metastock

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La Semplicità Premia

copLa settimana scorsa un lettore ha posto un quesito a margine del post “Meglio stare insieme”.

Ecco qui la domanda:

Un portafoglio che comprenda un azionario e un obbligazionario globale sarebbe sufficientemente diversificato? Si potrebbe fare a meno di materie prime, oro e immobiliare o sono settori indispensabili? Rigirando la domanda, se li aggiungessimo, aumenteremmo in qualche modo il rendimento finale, la decorrelazione e l’efficienza, abbasseremmo la volatilità e i drawdown? Grazie

Qualche doverosa premessa prima di una risposta. Ogni periodo storico è diverso, ogni asset class in certi tempi è portatrice di maggior rendimento e minor volatilità oppure l’opposto.

Aggiungere ingredienti alla ricetta può sempre rappresentare un buon modo per investire su asset class dal potenziale di rendimento più interessante, oppure su strumenti in grado di ammortizzare i cali. Quando però si abusa degli ingredienti si corre il rischio di andare in overdiversificazione.

La semplicità deve essere un pilastro cruciale per ogni investitore. Portafogli con più di 8-10 prodotti cominciano ad essere “eccessivi” anche perchè si presume che con questi numeri massimi sarete già in grado di coprire i principali temi di mercato.

La domanda del lettore è un quesito classico dalla difficile risposta. Ho fatto un back test dal 1987 al 2015 per vedere cosa sarebbe successo ad un semplicissimo portafoglio investito per il  60% in azioni americane e per il 40% in bond americani. Ho poi provato a diversificare questo portafoglio mettendolo a confronto con uno più complesso. L’azionario è stato suddiviso tra 25% di azioni USA, 25% di azioni internazionali e 10% di REIT. Il residuo è andata tra 10% Bond USA, 10% Global Bond, 10% Corporate Investment Grade, 10% Commodity.

Ecco il risultato

portCome potete vedere non ci sono grandissime differenze, anzi la semplicità estrema è premiante.

Ho deciso allora di provare con un terzo portafoglio molto più complesso e frammentato.

assetEd ecco i risultati sempre dal 1987 al 2015.

port2Niente da fare, il portafoglio più semplice rimane vincente.

Ma come direte voi? E allora tutta questa menata della diversificazione? Intanto la diversificazione più importante è proprio racchiusa nel portafoglio semplice. Azioni e titoli governativi.

Poi come vi ho detto i periodi storici non sono sempre uguali ed infatti se facciamo lo stesso esercizio dal 2000 al 2015 ecco il risultato

port3A quanto pare stavolta la diversificazione più spinta ha funzionato garantendo un maggior rendimento seppur a costo di una volatilità più alta, ma comunque in grado di garantire uno Sharpe ratio migliore del portafoglio semplice.

Come vedete non ci sono soluzioni valide per tutte le stagioni. A volte la diversificazione lavora meglio, altre volte no. Quello che conta è però avere un portafoglio semplice negli stili di investimento.

Perdersi in qualche rivolo settoriale, o scommessa secca su un bond o una materia prima, tanto per citare alcuni esempi, rischia di annullare tutti gli effetti benefici di questo “pasto gratis”.

Rimante semplici nell’investire, evitate i prodotti poco trasparenti e che promettono ritorni assoluti e positivi in ogni condizione di mercato. Se poi limitate i costi allora state già avvicinandovi ad un ottimale modo di investire i vostri soldi.

Go Global

Eccoci tornati dopo un periodo di vacanze nel “Grande Nord” europeo.

La mente preogressivamente si è liberata dalle tossine “finanziarie” accumulate durante l’anno ed ora è bella pronta a ripartire. Passare un periodo di tempo cercando di limitare al massimo l’interesse per i mercati finanziari (impossibile azzerarlo, deformazione professionale e internet che ti insegue) è un esercizio utilissimo per ridare alla mente quella giusta dose di elasticità e curiosità. Allora, pronti via. Il prima articolo di settembre ci mette subito davanti la necessità di rendere meno “domestico” il portafoglio di investimento. Scelta necessaria per alzare le prospettive di rendimento riducendo il rischio.

In una interessante ricerca, il “quant” americano Meb Faber ha sbattuto sulla faccia degli investitori americani una realtà che si fatica a voler accettare quando hai la borsa più forte del mondo e stai guadagnando un sacco di soldi dalle obbligazioni. Faber ha fatto un ragionamento semplice. Mediamente un 4% è il rendimento atteso sull’azionario USA (basandosi su vari criteri di valutazione come il CAPE di Shiller) per la prossima decade e 1,6% il rendimento atteso sui bond. Fate un classico 60/40,  togliete costi e fiscalità e mixate il peso azioni/bond a vostro piacimento, ma rimarrebbe ben poco. E allora che si fa?

Beh qui un po’ di fortuna  ce l’abbiamo perché Faber dice “Go Global” e tra il global ci sono anche gli investimenti in Europa esenti da un rischio aggiuntivo che è quello del cambio.

Un classico 60/40 su titoli americani dal 1926 al 2015 reso mediamente l’8,5%. L’inflazione ha eroso quasi 3 punti, ma si tratta in termini reali di oltre il  5% all’anno, risultato irripetibile per la prossima decade, almeno  sui parametri di valutazione attuali di borse e bond.

Quindi non bisogna più investire in America? Assolutamente no. Qui hanno sede più della metà delle capitalizzazioni mondiali e da qui parte tutto. Potrebbero esserci borse non americane che andranno meglio o che andranno peggio non raggiungendo nemmeno il 4% annuo. Bisogna diversificare, solito messaggio trito e ritrito.

Tranquilli non siete i soli a soffrire della sindrome da “home bias”. Come ha dimostrato Vanguard in una sua ricerca i risultati sono sconsolanti anche in altre regioni economiche finanziariamente ben più sviluppate di quella italiana.

E tranquilli questo non è un vizio solo dei piccoli investitori ma anche degli istituzionali come vediamo dal grafico successivo.

meb

Faber ha così elaborato il ritorno medio di un investimento 60/40 global ed ha trovato come, a fronte di un rendimento leggermente più basso (7,4%), la rischiosità del portafoglio e la massima perdita si sono abbassati (il tutto ovviamente visto da chi ha un rischio cambio basato sul Dollaro).

Il mercato vive di cicli e non necessariamente i mercati ex USA cominceranno a sovraperformare Wall Street domani. Certamente però non costa nulla diversificare su aree più convenienti che possano permetterci di alzare le aspettative di rendimento abbassando la volatilità come indica la storia.

Una piccola rinuncia di rendimento per un evidente vantaggio di maggiore protezione del nostro capitale.

Ma attenzione, gli investimenti non si limitano ad azioni internazionali ed obbligazioni statali, ci sono diversi rivoli che permettono di abbassare ulteriormente le correlazioni (o come si dice in gergo aumentare il beneficio della diversificazione).

Ad esempio gli asset reali (Oro, REIT, Inflation Linked, Commodities, ecc…). Faber, autore del libro Global Value: How to Spot Bubbles, Avoid Market Crashes, and Earn Big Returns in the Stock Market  ha creato così  il Global Portfolio dimostrando come, sulla base di dati di oltre 40 anni,  a parità di rendimento i rischi si abbassano.

Il massimo della vita con un asset allocation facilmente replicabile da ciascuno di noi e fruibile tramite l’ebook Global Asset Allocation: A Survey of the World’s Top Asset Allocation Strategies (English Edition) dove troverete le asset allocation più gettonate negli Stati Uniti dagli investitori che non vogliono gestire in modo troppo complesso i propri soldi.

A volte i consigli più semplici sono anche quelli più efficaci e invece troppo spesso si vede la finanza come un qualcosa di complicato. Ricordate che semplicità uguale risparmio di costi inutili, quindi maggiori utili e più tempo da dedicare alle proprie passioni.

Leggi anche: Portafoglio 60/40, cosa possiamo aspettarci per il futuro