Il Bello della Rottamazione

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C’è da scommettere che nuovi venti di crisi finanziaria porteranno le case di investimento a fare la cosa più ovvia del mondo con tutti quei fondi che, per politiche di gestione errate o semplicemente perché arrivati alla fine del loro “ciclo produttivo”, di fatto non incontrano più il gradimento del consumatore – investitore. Una bella ritoccatina alla vetrina, nuovi gadget e piano piano si mettono nella pattumiera fondi che di fatto non hanno speranza di vita. Peccato che su quei prodotti tanti investitori ci hanno creduto pagando fior di commissioni per anni.

Come ci dice Vanguard i fondi che vanno in liquidazione sono prodotti che nella maggior parte dei casi anche prima della scomparsa erano diventati una sorta di relitti spaziali vaganti. Circa il 75% degli stessi infatti non era più in grado di produrre extrarendimento rispetto al benchmark di categoria (la linea dello zero nella tabella).

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Dialogo tra Sordi

Un bel rapporto di State Street di qualche tempo fa intitolato il folklore della finanza, metteva giustamente in luce come i due attori principali del processo di investimento, i professionisti degli investimenti e gli investitori, per una serie di motivi parlavano due lingue diverse.

I primi alla ricerca costante di alfa di fatto spendono tempo e risorse in un’attività che non solo è difficilissima da realizzare, ma soprattutto non è così rilevante se guardiamo a quello che realmente interessa ad un cliente, una crescita costante del capitale nel tempo in linea con i suoi obiettivi, obiettivi che con l’alfa hanno veramente poco a che fare.

Dall’altra parte l’investitore privato sa che per raggiungere determinati successi finanziari servono tempo e pazienza, peccato che la voglia del mordi e fuggi e soprattutto l’eccessiva fiducia nelle proprie abilità porta a deviare troppo spesso da questa rotta.

Ecco così che tra i professionisti della finanza si scatena la guerra a chi ottiene un alfa maggiore (quindi la capacità di battere un benchmark con un rendimento anche di un solo cent superiore), battaglia spesso destinato all’insuccesso per matematica, natura e a volte incapacità dei gestori.Soprattutto in pochi si pongono la domanda fondamentale, ma ai nostri clienti interessa veramente sapere che abbiamo battuto un parametro di riferimento verso il quale ci siamo misurati?

La risposta è no o meglio sì. Al cliente interessa sapere che dispone di un cavallo di razza, peccato che correre una corsa su un ippodromo ovale quando la vita è un percorso ad ostacoli serve veramente a poco.

Sono i bisogni, sono gli obiettivi, sono i tempi, sono le tasse, sono gli imprevisti, solo alcuni dei reali benchmark che interessano realmente l’investitore privato.

Probabilmente il processo sarà ancora lungo, ma l’industria finanziaria sempre più influenzata dalla necessità di calibrare i propri prodotti sulle necessità dei singoli clienti, credo punterà in questa direzione.

Arriveranno errori ed eccessi (la bolla speculativa degli psicologi motivatori di finanza è già in corso), ma l’inevitabile obiettivo dell’industria finanziaria deve essere quello del vestito su misura, anche e soprattutto in un mondo sempre più influenzato dai social network e da quei Big Data. Nel mezzo (come sempre) occhio ragazzi a fregature e imbonitori.

Che Mestiere Difficile quello di Gestore di Fondi

In diverse occasioni abbiamo citato come i costi rendono fin da subito penalizzata qualsiasi tipo di gestione finanziaria a gestione attiva. Se la finanza è un gioco a somma zero, la finanza attiva (intesa come fondi) è un gioco a somma peggiore di zero. Nei giorni scorsi sul sito Bloomberg  è però apparso uno studio (Heaton,Polson,Witte) in cui si affianca al concetto dei costi anche quello della gestione attiva la quale rende nella maggior parte dei casi perdenti i gestori.
Questa teoria è spiegata con un esempio molto semplice. Consideriamo di avere un paniere di 5 azioni. L’indice colleziona un +18%, con 4 azioni che fanno +10% ed una che fa +50%. Questa divaricazione si basa sul fatto che i migliori (o peggiori) componenti di un indice tendono ad ottenere risultati nettamente diversi rispetto alla media, in meglio o in peggio. Continua a leggere

High Yield Sì, High Yield No

Morningstar di recente ha dedicato due articoli aventi ad oggetto gli investimenti in obbligazioni high yield, uno degli strumenti più gettonati dalla clientela privata (ma anche dai gestori che ricercano il rendimento assoluto) vista la penuria di rendimento offerta dall’intero mondo del reddito fisso. Per quello che riguarda la valenza dell’investimento nel lungo periodo ce ne siamo già occupati qui.

hyQuello che mi ha colpito di questi due articoli è la contraddizione del messaggio. In quello avente come autore il validissimo Samuel Lee  gli investitori che vogliono canalizzare i loro denari verso questo tipo di asset vengono invitati ad utilizzare strumenti a gestione attiva. Il motivo condivisibile è legato al fatto che la liquidità è un fattore critico per questi strumenti e il cosiddetto excess return può essere generato da gestori capaci di catturare occasioni anche molto illiquide sul mercato. Secondo Lee è un grosso errore utilizzare fondi passivi che replicano indici di un mercato con problemi di liquidità strutturali come quello degli high yield e del private equity.
La stessa Morningstar ha poi pubblicato un articolo in cui viene in realtà smentita la presunta superiorità della gestione attiva.
La tabella che riportiamo sotto ci fa vedere come nel 2014 il ritorno annuo dei fondi Continua a leggere

I Gestori di Fondi Attivi sono Bravi o Fortunati?

Nel post  Fondi a gestione attiva, la difficoltà di battere il benchmark abbiamo visto quanto difficile è per un fondo a gestione attiva battere il proprio benchmark di riferimento. Se le percentuali di fondi che falliscono sulle performances a 5 anni arrivano anche a superare il 70-80%, tra i migliori gestori in quanti riescono a ripetersi negli anni successivi?

Ad agosto 2014 l’Economist ha cercato di dare una risposta a questo quesito.
Il risultato è stato disarmante ed ha messo in evidenza le difficoltà dei gestori di fondi attivi nel riuscire a ripetere il successo conseguito negli anni precedenti.
Lo studio realizzato da uno dei più grandi gestori di fondi passivi al mondo, Vanguard, ha dimostrato come solo il 12% dei fondi che nel 2007 si posizionavano nel quintile superiore (il 20%) per performances (quindi quelli che gli investitori tendono a preferire per i loro investimenti) si trovava ancora nella stessa posizione a fine 2013. Addirittura il 27% di Continua a leggere