In fondo la pensano tutti così…

coda

L’effetto gregge è qualcosa che ciclicamente coinvolge gli investitori. Mossi da un mix di impazienza, paura di perdere occasioni (o soldi), bombardamenti da parte dei media mainstream e non solo, gli investitori tendono ad affrontare i momenti difficili salendo su un auto in corsa senza sapere chi guida oppure togliendosi un dente con le pinze solo perché comincia a fare male.

A volte i denti si possono curare e le automobili si possono fermare per qualche secondo per vedere se il conducente è ubriaco. Quello che si è visto di recente sui mercati obbligazionari ne è un esempio.

In quanti, pur di non correre rischi comprando azioni, sono andati ad investire in obbligazioni a rendimenti al netto di tasse e commissioni inferiori allo zero? Il meccanismo che è passato nella prima parte del 2016  è quello che Richard Bernstein ha chiamato sul suo blog lower for longest.

Noi non siamo certamente tra coloro che pensano che i tassi di interesse decolleranno nei prossimi anni, ma siccome non abbiamo la sfera di cristallo non siamo neanche tra coloro che hanno tenuto tutti i soldi su conti depositi o titoli di stato. Continua a leggere

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C’è Posta dal Giappone

La curva dei rendimenti è stata oggetto di analisi sul nostro blog diverse volte e questo soprattutto per la sua limpidezza nell’esprimere l’idea che il mercato si sta facendo della politica monetaria corrente, dell’inflazione e delle aspettative di crescita.
Se la curva dei rendimenti degli ultimi mesi è un vero e proprio incubo per le banche che si finanziano a breve per prestare a lungo, quello che sta succedendo a livello mondiale va ben al di là dei problemi legati alla redditività bancaria.
Prendiamo ad esempio il Giappone. La decisione di portare i tassi sui depositi in negativo di 10 punti base ha scatenato una vera e propria corsa agli acquisti sui bond a scadenze lunghe. Pensate che il rendimento del titolo di stato giapponese a 10 anni è sceso dallo 0,23% allo 0,05% di rendimento in 48 ore! Continua a leggere

Il Messaggio della Curva dei Rendimenti

Nel mese di ottobre citammo la curva dei rendimenti americani come una delle variabili più importanti per monitorare gli umori dei mercati. Un ulteriore appiattimento non sarebbe stato un buon segno ed infatti questo è quello che è successo. Prestando particolare attenzione a ciò che è evidenziato in grassetto vi riprendo il post di allora:

La curva dei rendimenti è una delle preoccupazioni principali della Federal Reserve nel momento in cui alzerà i tassi di interesse ed è anche il modo più esplicito da parte dei mercati di invitare la Fed a non farlo o per mostrare il proprio disappunto. Se la Fed alza i tassi ufficiali in modo modesto (diciamo 25 o 50 punti base) allora per semplici ragioni matematiche la differenza tra tassi a lunga scadenza e quelli a breve si riduce ma rimane pur sempre positiva (ovviamente a parità di tassi decennali). Se però la Fed alza i tassi ed il mercato risponde con una pressione sui rendimenti a lunga abbassandoli con acquisti massicci di TBond, allora il messaggio tanto tranquillizzante non è.

Perché questo? Perché il mercato metterebbe in chiaro come una manovra restrittiva in questo momento economico farebbe più male che bene. Questo è quello che succede ormai da 2 anni con un differenziale di rendimento passato da 270 punti base agli attuali 145.

Ma qual è la soglia del dolore? Personalmente credo che l’asticella che in passato è stata rappresentata dalla linea dello zero, alla luce dell’eccezionale politica di tassi a zero di questi anni può essere posizionata a 100/120 punti base, un livello che dal 2008 ha sempre arginato i tentativi di ribasso.

Bene ci siamo. Come potete vedere dal grafico seguente lo spread è entrato esattamente in quella zona ed  i mercati sono diventati improvvisamente nervosi. Abbattere questa fascia di supporto sarebbe fatale per la crescita economica americana.

10-2

Miss Yellen si è ficcata in un bel guaio ed ora dovrà dimostrare di saper  riprendere il controllo della curva dei rendimenti. Inevitabili a questo punto (per una questione di credibilità) rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. Queste mosse però non possono che alzare i tassi a breve e se questo non coinciderà con un analogo rialzo dei rendimenti sulle scadenze più lunghe, la parola recessione potrebbe essere una delle più ricercati su Google nei prossimi 12-18 mesi.