Capire la volatilità

indexLeggendo il libro Nassim Taleb – Giocati dal caso: Il ruolo della fortuna nella finanza e nella vita (Saggi)   ho trovato una parte ben scritta e utile a spiegare con semplicità il significato della cosiddetta volatilità, termine che trovate sempre più spesso nei factsheets dei fondi o che i consulenti finanziari cercano sempre di affiancare al rendimento soprattutto quando le cose non vanno particolarmente bene.
Taleb fa l’esempio di un investitore che investe al 15% di rendimento annuo con una volatilità del 10%, ovvero con un tasso di errore annuo del 10%. Cosa significa questo? Continua a leggere

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Le Perdite Non Sono Tutte Uguali

I nervi degli investitori sono messi alla prova molto più spesso di quello che pensiamo ed è per questo motivo che una buona programmazione di lungo periodo, abbinata a fisiologiche opere di ribilanciamento di portafoglio, aumentano notevolmente le possibilità di ottenere un rendimento percentuale in grado di soddisfare gli obiettivi che ogni investitore ha fissato nella propria mente.

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Dal sito di Meb Faber Research abbiamo una eccellente indicazione statistica di cosa è successo ad un classico portafoglio bilanciato 60% azioni 40% obbligazioni in termini di drawdown (perdita dai massimi).

Per ogni investitore l’atteggiamento mentale verso la discesa del prezzo di un proprio investimento è molto più negativo rispetto alla salita. Se investiamo 50€ e dopo 1 anno ci troviamo con 100€ allora metabolizziamo un guadagno di 50€. Ma se successivamente da 100€ il nostro portafoglio perde di valore fino a 80€ si tende a dimenticare il valore di partenza di 50€ (e quindi il guadagno di 30€), mentre mentalmente metabolizziamo una perdita di 20€ rispetto al massimo valore raggiunto in precedenza a 100€.

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Se 10 anni fa avessi investito in…

E’ un gioco che mi diverto a fare ogni inizio anno per non perdere mai l’orientamento nel mare di numeri che ci travolgono quotidianamente. Per chi investe con un orizzonte di lungo periodo è fondamentale sapere sempre come il mercato ci ha ripagato nell’ultima decade, ma anche quanto ho rischiato per ottenere quel risultato.
Per questo motivo tengo aggiornate poche e semplici tabelle tarate prevalentemente sugli indicatori americani (quelli più ricchi di storia) per capire soprattutto quali aspettative nutrire per il futuro degli investimenti.
Quello che vedrete di seguito sono tre tabelle che mostrano rispettivamente l’andamento dei mercati degli ultimi 10 anni ordinati per CAGR (ovvero tasso di crescita annuale composto), per deviazione standard ed infine ancora per CAGR ma partendo dal 1974 (40 anni di storia); in questo caso solo per quegli indicatori che vantano una serie temporale così lunga. Ovviamente tutti i dati sono espressi in Dollari americani.
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Coprire il cambio sugli investimenti obbligazionari crea valore?

Qualche giorno fa abbiamo discusso sull’opportunità o meno di coprire il rischio di cambio in un investimento azionario.

Questa settimana affrontiamo lo stesso tema, ma sull’investimento obbligazionario.

I bond hanno due fonti principali di rendimento: il flusso cedolare e la variazione di prezzo. Ovviamente la parte dominante del rendimento è rappresentata dalle cedole mentre una piccola parte può derivare nel lungo periodo dalla crescita del prezzo ed ovviamente solo se il bond viene venduto prima della scadenza. Questa regola vale però solo per le emissioni in valuta domestica (Euro), poiché per quelle in cosiddetta divisa out una terza fonte di rendimento può arrivare dall’apprezzamento della valuta di emissione del bond.

In alcuni casi la scelta ricade su un bond in valuta diversa da quella nazionale anche per diversificare il rischio emittente o spuntare un rendimento più interessante, ma questo pone il dubbio se per l’efficienza del portafoglio è meglio coprire il rischio di cambio oppure no.
A questo quesito risponde Alliance Bernstein con un interessante studio.

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Le Perdite Non Sono Tutte Uguali

I nervi degli investitori sono messi alla prova molto più spesso di quello che pensiamo ed è per questo motivo che una buona programmazione di lungo periodo, abbinata a fisiologiche opere di ribilanciamento di portafoglio, aumentano notevolmente le possibilità di ottenere un rendimento percentuale in grado di soddisfare gli obiettivi che ogni investitore ha fissato nella propria mente.

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Dal sito di Meb Faber Research abbiamo una eccellente indicazione statistica di cosa è successo ad un classico portafoglio bilanciato 60% azioni 40% obbligazioni in termini di drawdown (perdita dai massimi).

Per ogni investitore l’atteggiamento mentale verso la discesa del prezzo di un proprio investimento è molto più negativo rispetto alla salita. Se investiamo 50€ e dopo 1 anno ci troviamo con 100€ allora metabolizziamo un guadagno di 50€. Ma se successivamente da 100€ il nostro portafoglio perde di valore fino a 80€ si tende a dimenticare il valore di partenza di 50€ (e quindi il guadagno di 30€), mentre mentalmente metabolizziamo una perdita di 20€ rispetto al massimo valore raggiunto in precedenza a 100€.

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Illusioni settoriali

Molto interessante il grafico pubblicato dal sito americano Pension Partners circa la classifica in termine di performance annua dei settori che compongono lo S&P500 (1990-2014).

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Interessante per una serie di motivi. Intanto l’assoluta casualità nella classifica di ogni anno, elemento che conferma quanto difficile e rischioso possa essere scommettere una fetta del proprio investimento su un solo settore. Meglio affidarsi ad un semplice fondo che replica un indice generico in grado di diversificare il rischio.

Altro spunto di riflessione è legato a quello che sta succedendo nel 2014 dove i settori più difensivi come utilities, farmaceutici e beni di consumo occupano le prime posizioni.Qualche ribassista ad oltranza potrebbe osservare che la stessa situazione si creò nel Continua a leggere

Mai mettere le uova nello stesso paniere!

Come commentato in questo post uno degli errori tipici dell’investitore medio italiano è quello di avere una tendenza ad investire la maggiore parte del suo patrimonio in asset finanziari domestici. Case, azioni e Btp italiani rappresentano una fetta importante, se non preponderante, del portafoglio di investimento.
Vediamo un esempio riprendendo i dati espressi nel post “Le conseguenze dell’Euro negli investimenti degli italiani“.

Dall’entrata in vigore dell’Euro (1999) alla fine del 2013, investire una fetta di patrimonio in azionario italiano ha dato un esito negativo in termini reali con un modesto -2,7% all’anno (dati a fine 2013)

italy-world

Fonte dati http://research.stlouisfed.org/fred2/

Dovrebbe fare un po’ rabbia sapere che, se lo stesso importo fosse stato investito in un semplice prodotto che replica il più classico degli indici internazionali azionari, il Msci World, il risultato reale depurato dall’inflazione sarebbe stato Continua a leggere

Pessimo affare l’investimento in immobili italiani negli ultimi 20 anni

L’investitore italiano da decenni preferisce concentrare i propri investimenti su titoli più o meno rischiosi di emittenti nazionali. L’illusione di “conoscere” il creditore o addirittura di poter avere tutto sotto il proprio controllo ha alimentato una generale inefficienza dei portafogli finanziari medi degli italiani.

I titoli di Stato, le azioni quotate sulla Borsa italiana e, se proprio si temeva il peggio, oro e case, questi erano (ed in parte è tuttora) i principali destinatari del risparmio degli italiani.
Nel corso dei prossimi articoli vedremo come l’investitore italiano medio ha creato portafogli, non solo esposti ad un rischio elevato di concentrazione (qualcuno si ricorda cosa stava succedendo ai Btp a novembre 2011?), ma anche scarsamente remunerativi se paragonati ad altri investimenti piuttosto semplici e diversificati.

In questo articolo ci concentriamo però su quello che è successo ad un portafoglio di asset esclusivamente “italiani” negli ultimi 20 anni.

Per la nostra analisi abbiamo preso in considerazione solo indici total return, ovvero comprensivi di cedole e dividendi reinvestiti. Per il mercato azionario abbiamo preso come riferimento il MSCI Italy, per i titoli di Stato una media di titoli con scadenza compresa tra 7-10 anni e tra 1-3 anni. Agli investimenti finanziari classici abbiamo poi contrapposto due oggetti del desiderio degli italiani, la casa e l’oro espresso in Euro. Ecco i risultati. Continua a leggere