By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 10 Ottobre, 2018|

In questo articolo scritto nella pausa pranzo della conferenza annuale dei financial planners americani qui a NYC, tratterò ancora dell’indice azionario USA S&P500, di cui ho già scritto settimana scorsa.

La nascita ufficiale dell’indice S&P500: 4 Marzo 1957…

Qui a NYC, in una ideale continuità con ciò che ho scritto settimana scorsa, si è discusso di altri dati che contraddistinguono queste 500 aziende e, di conseguenza, anche dell’indice azionario che le rappresenta, lo S&P500 appunto.

E, quindi, parlerò brevemente de:

  1. l’importanza della loro capitalizzazione di mercato;
  2. Il loro fatturato mondiale aggregato;
  3. Il valore dei dividendi che queste aziende pagano ogni anno (pur in maniera variabile ma anche in maniera sorprendentemente costante), rispetto al flusso cedolare che possono garantire i titoli di stato americani.

Il valore dell’indice nel 1957….

Venire tutti gli anni alla conferenza dei financial planners USA è un po’ come, usando le parole di un consulente del Kentucky, “going to church on Sundays and listening to a gospel”.

Ovvero, come un gospel in chiesa la domenica, è importante risentire constantemente certi concetti e numeri che, anche noi consulenti, qualche volta tendiamo a dimenticare perchè bombardati da notizie negative dei media.

(Si noti che qui i consulenti finanziari si chiamano planners, pianificatori, perchè gli americani non hanno le pensioni pubbliche come le nostre e devono gestire in maniera corretta – pianificando appunto – i loro risparmi ed investimenti).

E dove investono gli americani i loro risparmi, tramite i fondi pensione o la loro gestione diretta tramite i financial planners?

Scegliendo, appunto, fondi pensione che investono nell’azionario americano o investendo tramite ETF direttamente nello S&P500: cosa impensabile da noi, ma qui è la normalità ed è anche uno dei motivi per cui l’indice S&P500 “riceve” flussi costanti e continui dai risparmiatori ed investitori retail, tramite gli strumenti dei loro fondi pensione o, appunto, l’investimento diretto.

L’indice S&P500 a ieri: 2985 punti….dal 1957 una crescita (escludendo i dividendi) annua media del 7,97%…

I numeri di cui sopra mostrano una crescita costante e continua di questo indice, da quando è stato ufficialmente istituito nel 1957 ad oggi.

Ma come è possibile che un indice sia praticamente salito di oltre il 5000% in questi 63 anni?

Perchè è sempre costituito dalle migliori aziende americane che si succedono di anno in anno e di decennio in decennio: le aziende che perdono competitività (tipo General Electric o addirittura spariscono come Kodak, Pan Am) vengono rimpiazzate automaticamente dalle nuove emergenti, quali Facebook (che non era nell’indice solo 5 anni fa) o Amazon o Nvidia o le “nuove” Amazon/Apple/Nvidia/Netflix/Tesla del futuro.

Ci pensa il mercato a scoprirle per noi e a farle salire di peso in qusto indice, senza che noi ci dobbiamo occupare di trovarle da soli.

Ma al di là di tali concetti pur importanti, in quali aziende stiamo veramente investendo, diventandone soci e beneficiando della loro crescita? Dalla conferenza di oggi:

  1. Il controvalore di borsa di tutte queste 500 aziende è di US$22trilioni (dato di fine 2018). La capitalizzazione di mercato minima per essere ammessi allo S&P500 è di US$6miliardi e la capitalizzazione media è di US$48miliardi. Cito questi dati solo per dire che le aziende in cui investiamo hanno dei pesi “specifici” azionari molto importanti e non sono aziendine familiari (con tutto il rispetto per queste aziende), nemmeno gestite all’italiana maniera e, nemmeno, sono aziende che spariscono da un giorno all’altro. Nonostante il bombardamento negativo dei media sulla guerra dei dazi, la recessione dietro l’angolo, i tassi di interesse negativi e quant’altro.
  2. Il fatturato complessivo di tutte queste aziende nel 2018 è salito del 18% rispetto al 2017 a US$ 19.56trilioni. Anche qui, numeri che difficilmente riusciamo a comprendere in toto ma, appunto, stiamo investendo in 500 aziende che hanno un fatturato aggregato “monstre” ed in crescita anno su anno. Perchè il “bello” dello S&P500 e dell’ETF in cui noi investiamo è, come già detto sopra, che l’indice cambia sempre facendo salire i titoli migliori in quanto a peso all’interno dell’indice e scendere quelle meno performanti. Così sappiamo di avere, con le proporzioni che decide il mercato, i migliori titoli azionari da un punto di vista di capitalizzazione di borsa (che è una diretta conseguenza della capacità di queste aziende di produrre fatturato, margini, utili e flussi di cassa e dividendi in crescita). 5 anni fa non c’era Facebook per esempio, così come 10 anni fa non c’era Amazon. 10 anni fa il titolo più pesante nello S&P500 era General Electric (ora in disarmo): insomma, con questo indice (tramite l’acquisto del relativo ETF) abbiamo sempre in portafoglio e siamo soci delle migliori aziende che di volta in volta sono presenti sul mercato americano.
  3. I flussi di cassa di queste 500 aziende, alla fine, sono quelli che ci interessano forse di più: è il cash che le aziende hanno fisicamente a disposizione per pagare i dividendi o, meglio, per reinvestire questo cash nell’azienda, sia sotto forma di nuovi investimenti, che per fare acquisizione che per riacquistare le azioni proprie sul mercato. Ebbene il cashflow combinato utilizzato da queste 500 aziende per pagare i dividendi nel 2018 è stato di US456miliardi (per avere un punto di riferimento, circa 40 o 50 “finanziarie” italiane). E sono solo dividendi pagati a noi azionisti. E questi dividendi sono saliti di US$58miliardi dal 2017, nonostante il mercato azionario sia sceso del 6% nel 2018.

Il bello dell’ultimo dato della crescita dei dividendi è che è stata di oltre 3 volte superiore al tasso di crescita dell’inflazione USA (misurata dal Consumer Price Index elaborata dall’ US Bureau of Labour statistics, la nostra ISTAT): + 6,8% anno su anno, contro un’inflazione dell’1.85% per il 2018.

Questo ultimo dato rende anche bene un concetto che forse sembrerà rivoluzionario per molti in Italia, ma che non lo è in altre parti del mondo: noi italiani non viviamo in pensione con i dividendi dei nostri investimenti azionari, ma in America ed in altre parti del mondo il reddito da dividendo è una parte importante della componente pensionistica.

Ebbene, se il tasso di crescita dei dividendi supera quello dell’inflazione, capiamo bene che mettersi “tranquilli” con una bella cedola FISSA in un titolo di stato o obbligazione è un nonsense finanziario. La percepità sicurezza della cedola fissa ci fa distogliere l’attenzione dal reale valore di queste cedole quando si toglie l’inflazione. E con i tassi negativi in europa (ad oggi -0.5% ad un anno ed il bund a 10 anni è a -0.44%) e bassissimi in USA (ad un anno +1.67% e a 10 anni all’1.78% lordo), il reale flusso cedolare diventa negativo.

Negativo.

Ed il rendimento da dividendo in USA ad oggi ANNUALE è dell’1.82%, addirittura più alto della cedola decennale USA all’1.75%.

Già questo dato ci dice che è preferibile ricevere i flussi dei dividendi azionari (sempre in crescita e con un ritmo superiore al tasso di credcita dell’inflazione) rispetto alle cedole FISSE dell’obbligazione.

Ma soprattutto per ricevere quell’1.7% fisso sull’obbligazione USA dobbiamo stare investiti 10 anni in un titolo di stato USA.

Ma non è meglio esporsi per 10 anni ai dividendi crescenti ed alla relativa crescita azionaria delle 500 aziende più importanti americane (e mondiali)?

E questa è la conclusione della conferenza della mattina. Per me basta ed avanza.

Come Ulisse, incatenato all’albero maestro della sua nave per non andare a sbattere sugli scogli attratto dal canto delle sirene, anche noi dobbiamo ricordarci costantemente di certi numeri e valori e non farci influenzare dal bombardamento mediatico dei giornalisti-sirene, che vogliono solo attirare la nostra attenzione e farci cliccare sull’articolo del loro sito (sul quale poi vendono la pubblicità).

Ma a loro, della nostra pianificazione finanziaria, non interessa nulla: se scrivessero che lo S&P500 è cresciuto in 60 e passa anni di oltre il 5000%, ciò non farebbe notizia e loro non avrebbero più un lavoro.

E’ il mio compito, quindi, aiutare ed educare i risparmiatori-investitori a navigare nel mare dei mercati finanziari come novello Ulisse: ovvero, come se fosse un gospel, sempre focalizzati sul proprio piano di investimento finanziario-albero maestrocontinuando ad essere soci delle migliori aziende americane e mondiali.

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