By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 6 Luglio, 2026|

Sentiamo spesso parlare dei “decenni perduti” sui mercati azionari. Sbandierati come uno dei più grossi rischi a cui vanno incontro i risparmiatori che prevedono di utilizzare i propri risparmi per vivere di rendita, o integrare la pensione dopo aver smesso di lavorare, i decenni perduti sono ovviamente imprevedibili sia per timing, intensità, durata e domicilio geografico.

Curiosamente i narratori dei decenni perduti tendono a trascurare i periodi che hanno coinvolto il mercato obbligazionario, a partire da quello che stiamo vivendo in diretta. La convinzione che i ritorni nominali garantiti da obbligazioni che rimborseranno a 100 riescono a rendere impermeabili i nostri risparmi da qualsiasi evento, oscura una realtà di ben tutt’altro tenore.

Come accade anche per l’azionario, non bastano purtroppo le performance positive che troviamo sulla pagina del deposito titoli con il segno verde per scongiurare un periodo dove il denaro investito perde valore. A volte sono i prezzi che scendono, altre volte la colpa è dell’inflazione.

Dove investire nel decennio dell’inflazione

E che dire di un altro attore protagonista della narrativa finanziaria come l’oro. Altro che decennio perduto. Per 40 anni l’oro non ha guadagnato nulla in termini reale, facendo addirittura peggio del bistrattato cash. Solo negli ultimi mesi c’è stato il sorpasso, ma stiamo pur sempre parlando di un rendimento reale annuo di poco superiore al 1%!

Fonte: Portfoliovisualizer.com Dati in termini reali USA

I decenni perduti in realtà non si limitano a dieci anni, ma sono periodi molto lunghi in cui i mercati, pur attraversando fasi di recupero e crescita nominale, non riescono a generare un vero progresso reale per l’investitore.

I tre esempi classici che vengono presi come storia certa per il mercato azionario americano sono i periodi 1929-1954, 1966-1982 e 2000-2013, intervalli di tempo nei quali la logica del buy and hold produsse risultati deludenti per chi aveva investito nell’asset class a più alta redditività nel lungo termine.

Non mancano ovviamente nemmeno gli episodi fuori dall’universo finanziario americano. La borsa giapponese solo nel 2024 ha recuperato i picchi di prezzo del 1989. Dal 2000 al 2020 il rendimento reale delle borse europee è stato negativo anche considerando i dividendi.

Limitandoci al caso della borsa americana, vivere dentro periodi lunghi dai 13 ai 25 anni con dei massimi ribassi tra il 50% e il 77%, può essere visto con distacco dagli investitori giovani, mentre non è esente da conseguenze per chi si sta avvicinando al ritiro dal lavoro, oppure per chi ha cominciato la fase del decumulo.

Come ha scritto il mio collega Valerio nel sul ultimo articolo, è altamente improbabile entrare in un decennio perduto il giorno esatto del suo inizio e senza compiere azioni che almeno in parte ne attutiscono gli effetti. Esiste però un periodo della nostra vita finanziaria in cui la sensibilità agli effetti di un periodo di bassi, se non nulli rendimenti, si fa più alta.

Diversi studi hanno infatti dimostrato che nel decennio precedente e successivo la data del ritiro, la sequenza dei rendimenti di un investimento è determinante per raggiungere l’obiettivo finanziario che ci si è dati, oppure nel sancire il successo di un piano di prelievo del capitale destinato a durare per tanti anni.

Piani di decumulo, scenari realistici per non giocare a dadi con il destino

Stando alla storia dei mercati americani e utilizzando i dati di rendimento a 10 anni rolling, i casi di ritorni negativi reali hanno interessato l’11% del tempo totale (1871-2025); nel 21% del tempo questi rendimenti reali sono stati inferiori al 3%.

Per chi si avvia al FIRE o alla pensione non sono i famosi 20 anni di azionario che non perde mai ciò che conta veramente, ma un periodo più ristretto di una decina di anni. Lì si gioca tanto del proprio destino finanziario.

Seguire la regola del 4% con un rendimento reale medio del portafoglio del 2%, porta a esaurire i soldi dopo circa 34 anni. Per chi abbraccia il FIRE in età precoce un rischio da non ignorare.

10 classici errori commessi da chi sceglie il FIRE

Una delle informazioni più fuorvianti per chi investe denaro è sentirsi raccontare che in oltre 150 anni di storia dei mercati azionari americani il tasso annuo di crescita reale è stato del 7%. Numero Illusorio. si pensa a questo come al rendimento garantito di un’obbligazione senza fare i conti con la lunghezza reale del nostro personalissimo orizzonte temporale.

1$ ipoteticamente investito nel 1871 sui mercati americani, si sarebbe trasformato in 40 mila dollari nel 2025 con questo tasso di crescita annuale. Ecco la parte vera della storia che giustifica la frase fatta “stock for the long run”.

Purtroppo, la nostra vita terrena non dura 150 anni, ancora meno quella da investitori.

I cicli di un investitore che mette e preleva soldi al massimo durano 60-70 anni cominciando in giovane età e vivendo nella media, ma in realtà i periodi di mercato veramente decisivi sono decisamente meno. Diciamo circa un terzo di questi anni.

E quel terzo di anni, quando avaro nei risultati, può essere un problema.

Ma ancora una volta mi tocca ricordare che guardare solo i numeri rischia di rivelarsi fuorviante.

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L’impatto psicologico sulle generazioni di investitori che hanno subito, ad esempio, lo scoppio della bolla della tecnologia nel 2000 è stato notevole.

Per lungo tempo molti di essi sono rimasti scettici e meno propensi a rimanere investiti nell’azionario, oppure semplicemente a ritornare in seguito in borsa dopo aver subito quell’esperienza. Tra i lettori più anziani alzi la mano chi, al ritorno sul prezzo medio di carico al tempo non “alleggerì” la sua quota di azioni in portafoglio, oppure rimase fuori per diversi anni. Io mi comportai esattamente così. Sbagliando lo so, ma come si dice errare è umano.

Lo stesso accadde dopo la crisi del 1929. Per lungo tempo la partecipazione ai mercati azionari degli investitori rimase limitata, producendo così ulteriori danni visto che solitamente i momenti post decennio perduto sono tra i più generosi quanto a performance.

Se vogliamo, qui sta uno dei grossi problemi della generazione di investitori post 2008, quelli che pascolano regolarmente su Reddit o YouTube.

Ascoltano, chi con attenzione e rispetto, chi con scetticismo e spavalderia, la storia del boomer di turno che ha vissuto quei momenti poco felici. Ma poi, come accade per tanti altri eventi del passato, dalle guerre di 80 anni fa, ai disastri naturali in qualche parte del globo lontana, il racconto viene percepito con distacco e superficialità.

Se il decennio perduto sarà tema del 2040 o del 2050 ci si penserà se e quando accadrà. Intanto mi godo il mio bel 7% di rendimento annuo reale. Forse.

Imprevedibili per natura, i decenni perduti sono sempre nati in condizioni di valutazioni del mercato elevate (quindi bassi rendimenti attesi), leadership di mercato ristretta e peggioramento nelle condizioni di ampiezza del mercato stesso, ovvero pochi titoli che guidano il rialzo.

Le cause sono state spesso diverse. Crisi finanziarie, inflazione, bolle speculative, shock macroeconomici, tutto imprevedibile a priori, ma decisivo nel sancire a un certo punto l’avvio di una fase di rendimenti modesti o addirittura negativi consumando tempo prezioso di capitalizzazione composta durante l’accumulazione. Già, perché il recupero arriverà di sicuro, ma le percentuali di rialzo necessarie per pareggiare dovranno essere più ampie rispetto alle perdite. A una perdita del 50% serve un guadagno del 100% per tornare in pari, a una perdita del 75% del 300%.

L’impatto delle perdite

La realtà che in pochi raccontano è che il momento di ingresso o di presenza sul mercato, assieme ai regimi che lo accompagnano, contano quanto l’asset allocation.

Ci piace raccontare e modellare la seconda parte della storia perché ne abbiamo tutto sommato il controllo. La prima parte, essendo per sua natura imprevedibile, genera invece comportamenti per alcuni di disinteresse, per altri di azzeramento totale del rischio in previsione dell’Armageddon, per altri ancora di continui in e out pensando che il timing eviterà le conseguenze dell’evento se e quando accadrà.

Ovviamente i più pessimisti vedono oggi nell’immancabile CAPE di Shiller uno dei sintomi di un prossimo decennio perduto. Con un valore superiore a 41, a un passo dal record di 44 del 2000, siamo nel 99esimo percentile delle letture storiche. Numero indubbiamente non rassicurante visto che tutti i tre decenni perduti furono preceduti da un CAPE abbondantemente sopra la sua media storica (17,7).

Il CAPE è spesso citato come uno dei migliori indicatori tra quelli capaci di prevedere i ritorni reali degli indici azionari. Attenzione però a non considerarlo come oro colato. La sua correlazione con i ritorni reali del mercato assume significato dopo 10-15 anni ed è comunque lontana dall’essere vicina a 1. Inoltre la sua capacità previsiva è risultata alquanto spuntata negli ultimi anni, inutile quanto a timing di partenza del decennio perduto.

Il CAPE attuale si porta dietro due notizie, una buona e una cattiva.

La cattiva è che, secondo questa metrica, i ritorni della borsa americana degli ultimi 10 anni, 12% al netto dell’inflazione difficilmente saranno ripetibili nel prossimo decennio.

La buona è che, anche ammettendo che i ritorni delle borse USA saranno grami, il resto del mondo pare vantare valutazioni compatibili con rendimenti tutto sommato interessanti.

Quali sono dunque le conseguenze pratiche per l’investitore della strada?

Ovviamente non ho una soluzione pronta all’uso e chi vi propone portafogli, oppure strategie, che sapranno navigare nell’ipotetico decennio perduto senza problemi, mentono sapendo di mentire.

Forse il tradizionale bilanciato azioni/obbligazioni può essere una soluzione semplice ed efficace.

Lo so, là fuori sentite raccontare da tante persone in cerca di visibilità a tutti i costi (oppure dall’immancabile asset manager in palese conflitto di interesse) che le obbligazioni sono “fottute”, che il 60/40 è morto e che quindi i portafogli devono caricarsi di asset alternativi come le commodities (soprattutto oro), i managed futures,  il private equity e tanta altra bella robetta che nella storia o non hanno mai dimostrato una beata mazza visto che non ne hanno di storia, oppure se ne hanno non erano accessibili al popolo cosiddetto “retail”. E come tanti fallimentari hedge fund resi accessibili all’investitore comune dimostrano, fa una bella differenza la strategia esclusiva da quella calata sul popolino al prezzo del Grand Hotel.

E poi sarei tanto curioso di sapere da chi spesso si esprime in tal senso perché le obbligazioni sarebbero fritte visto. Cosa sanno loro che io non so sul nuovo regime dell’inflazione o della futura crisi del debito.

L’unica cosa che io noto, almeno in America, è che oggi le obbligazioni offrono gli stessi rendimenti nominali del 1998 o del 2001 (e i reali non sono tanto in là), alla vigilia di un ventennio vissuto al passo di carica. Potrà andare bene oppure male in futuro, ma ci fermiamo qui.

Il mio consiglio personale è quello di accettare la condizione di mercato nella quale ci si trova, adottando un approccio che mescola visione di lungo periodo, una giusta dose di prudenza se la fase di vita lo richiede, adeguata diversificazione e buon senso.

L’esposizione azionaria va mantenuta come impostazione di base del nostro piano; nel lungo periodo chi rimane investito viene premiato con un rendimento superiore a quello di qualsiasi altra asset class.

Al tempo stesso non vanno ignorate le valutazioni attuali dei mercati, privilegiando una maggiore diversificazione geografica, settoriale e di stile per attutire gli effetti degli eccessi che alcuni indicatori sembrano segnalare.

Credo che sotto questo punto di vista l’esempio più recente del mercato obbligazionario sia interessante. Siamo tutti d’accordo circa il fatto che investire nel 2020 in bond europei a tasso negativo offriva un rendimento atteso “negativo”.

Ma questo era vero per chi sceglieva strumenti a duration costante o con scadenze definite, tipo Bund a 10 anni. Diversificando su altri attivi obbligazionari, dai corporate bond ai mercati emergenti, fino al classico ETF di liquidità, è vero che si sarebbe inserita qualche pillola di rischio aggiuntiva (o di premio inferiore), ma dopo 6 anni la scelta avrebbe reso lo scoppio della bolla sui bond decisamente meno doloroso.

Lo stesso discorso vale per l’azionario. Diversificando in modo intelligente i rischi di bassi ritorni per il futuro non possono che ridursi.

Mantenere un’esposizione all’azionario coerente con il proprio piano di investimento senza ricercare il timing di uscita migliore, oppure inseguire nei momenti di euforia il trend dominante, è consigliato. Ma valutazioni serie sulla durata o sul peso del proprio orizzonte temporale in certi momenti della vita vanno obbligatoriamente fatte. Da qui non si scappa.

Mettersi alla spasmodica ricerca del segnale tecnico di “fuori tutti” è assurdo; eventualmente ridurre l’esposizione azionaria se certi indizi fanno pensare a maggiori probabilità di decenni perduti nell’immediato futuro potrebbe avere senso. Non è ovviamente per tutti, ma un certo tipo di analisi tecnica è utile seguirla. Indicatori di ampiezza del mercato come il celebre Advance/Decline o altri indicatori di natura differente, possono segnalare ad esempio se la temperatura del radiatore dei mercati sta salendo troppo. Sotto questa prospettiva si può dire che se il CAPE oggi può intimorire, alcuni indicatori tecnici dimostrano però che il mercato toro è sì maturo, ma ancora vivo e vegeto.

Quello che credo sia sbagliato è raccontare a nastro che ti compri l’azionario e sei a posto per sempre (nel lungo periodo). Entra e  non fare null’altro. Questo fa parte di un filone di eccessiva semplificazione della finanza personale che rischia di fare più male che bene.

La realtà è che tutto dipende dalle nostre personali condizioni finanziarie e di vita.

Quale fase dell’esistenza stiamo attraversando? Abbiamo 30 anni oppure 80 anni? Probabilmente la prospettiva di un decennio perduto poco ci interessa. Soprattutto per i più giovani conta soprattutto costruire un processo robusto, con ribilanciamenti, diversificazione e una quota azionaria coerente con il proprio orizzonte e la propria tolleranza al rischio.

Abbiamo tra i 50 e i 70? Beh forse faremmo meglio a fare delle considerazioni differenti se da quei soldi risparmiati dipenderà il nostro tenore di vita futuro.

Vicini alla pensione le priorità di portafoglio cambiano. Il capitale è ai suoi massimi livelli ed è anche più esposto a una correzione profonda oppure a una crescita impetuosa.

Nel decumulo, se vogliamo, la questione rischia di essere ancora più spinosa. Non basta ottenere un buon rendimento medio, bisogna evitare di prelevare troppo capitale in una fase di mercato sfavorevole e prolungata, pena l’esaurimento precoce dello stesso. Tecniche mirate a ridurre gli effetti di una sequenza negativa dei rendimenti diventano quanto mai opportune e ne parlerò diffusamente nel mio prossimo libro in pubblicazione dopo l’estate.

Quello che conta, soprattutto oggi e viste le valutazioni azionarie e obbligazionarie disponibili, non è ricercare la precisione assoluta nella pianificazione, oppure il momento perfetto per fare delle scelte di asset allocation. Utopia.

Ciò che conta invece è, e solo se serve veramente, ridurre il rischio (non azzerarlo) nel momento in cui la probabilità di vivere un decennio perduto aumenta e il suo impatto potenzialmente sarebbe significativamente più elevato per i nostri progetti finanziari.

E pazienza se certe scelte saranno finanziariamente poco efficienti. L’importante è essere consapevoli non solo del perché si fanno, ma anche di cosa si perderà se l’evento tanto temuto non prenderà forma. Perché il rimorso è sempre una brutta bestia per chi investe.

Buon investimento.

3 commenti

  1. Nino 7 Luglio 2026 at 10:52 - Reply

    Grazie di queste tue pillole di saggezza che a me aiutano a non sbandare

  2. Erreffe 6 Luglio 2026 at 16:54 - Reply

    top, top, top! passano gli anni, succede praticamente di tutto..ma l’affidabilità di questo sito e di chi scrive è sempre la stessa, anzi notevolmente migliorata..le sensazioni sono però le stesse che avevo nei primi momenti in cui casualmente ho avuto la fortuna di imbattermi in queste illuminanti letture quotidiane. Grazie!

    • Lorenzo Biagi 6 Luglio 2026 at 16:57

      Sensazione che nessuna AI potrà mai darti…almeno spero-). Grazie mille Erreffe!

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