Poco più di due anni fa avevo scritto un articolo nel quale cercavo di rispondere alla domanda se BOT e BTP proteggevano oppure no l’investitore dalla perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione.
L’articolo arrivava alla seguente conclusione: “le obbligazioni si confermano uno strumento ideale nella maggior parte del tempo per chi vuole esclusivamente conservare il capitale anche in termini reali. Come per il mercato azionario possono però esistere dei “lost period” capaci di rendere insoddisfacenti i risultati finali”.
Siccome un secondo giro di inflazione sembra ormai essere scontato seppur non con i picco del post pandemia, ho deciso di riprendere in mano i test che coinvolgevano nello specifico i rendimenti reali dei BOT italiani, lo strumento free risk per eccellenza di tutti gli italiani.
La scadenza entro 12 mesi conferisce ai BOT una qualità innegabile di asset da parcheggio liquidità. Inoltre sono titoli di Stato che avendo una scadenza inferiore all’anno non sono soggette alle cosiddette CACs, le clausole di azione collettiva che potrebbero coinvolgere emissioni oggetto di ristrutturazione del debito.
Ma i BOT, a dispetto del luogo comune che vorrebbe l’investimento monetario quasi sempre perdente su questo fronte, sono anche uno strumento che nella maggior parte del tempo ha protetto l’investitore dalla perdita di potere d’acquisto. Unica eccezione, e non è poco, quando l’inflazione sorprende in modo brusco verso l’alto. In quel caso l’azione della banca centrale di rialzo dei tassi manda i rendimenti reali per un pò di tempo sottozero bruciando valore in termini reali per poi recuperare negli anni successivi.

Spicca indubbiamente il caso del 2021-2022 quando il mix tassi negativi e inflazione in doppia cifra ha interrotto un ventennio in cui i tassi reali offerti dai BOT italiani erano stati in media di oltre 50 punti base superiori all’inflazione. Analizzando l’intero periodo fino all’entrata dell’Italia nell’euro e senza considerare il carico fiscale, il BOT rimane comunque mediamente capace di tenere il passo dell’inflazione.
Dal 1998 a oggi acquistare un BOT a 12 mesi nell’asta di dicembre ha garantito un premio medio rispetto all’inflazione italiana di poco meno di 10 punti base (ho ipotizzato che l’inflazione 2026 sarà del 3% per chiudere l’anno).
100 mila euro investiti sistematicamente in BOT ogni fine anno con reinvestimento del capitale a scadenza avrebbero generato una crescita annua composta del 2,06%. Gli stessi 100 mila per il solo effetto inflazione a fine 2026 richiederebbero il possesso di un capitale da 170 mila euro per acquistare gli stessi beni e servizi (tasso di crescita annuo dell’inflazione 1,99%).
Praticamente due gocce d’acqua che spiegano anche l’eccellente lavoro svolto dalla BCE in questo primo quarto di secolo.
In 28 anni sono stati 9 i casi di rendimento reale negativo offerto da un BOT annuale (confrontando ovviamente il rendimento a scadenza con l’inflazione dell’anno successivo), ma in via cumulativa chi avesse cominciato a comprare BOT in asta rinnovando a ogni fine di anno avrebbe mantenuto al lordo della tassazione il potere d’acquisto dei propri risparmi.
Considerando che il periodo (28 anni) coincide con i classici numeri da accumulo e/o decumulo, l’informazione non è irrilevante soprattutto quando confrontati con costosi fondi obbligazionari incapaci di ottenere lo stesso risultato, ma al solito ricchi di fascino grazie ai racconti che avvolgono strategie di gestione attiva capaci di fare bene in ogni condizione di mercato. Bene soprattutto per chi li vende.
Ma torniamo ai nostri BOT. I dati appena visti potrebbero anche confortare, ma farci affidamento potrebbe rivelarsi controproducente se usati come buoni per tutte le stagioni.
I cicli di mercato non sono mai sempre uguali, i fattori di rischio non sono mai stabili, le correlazioni non sono mai le stesse e così anche i BOT non sempre riescono nell’ottenere il risultato sperato. E se il lungo periodo non è tale ecco che come per ogni investimento dipende da quando e per cosa quei denari ci servono.

Fonte Banca d’Italia, Rivaluta.it ed elaborazioni dell’autore
Raccontare che l’azionario non ha mai perso soldi nell’arco di 20 anni è un’informazione non corretta se il discorso è rivolto a chi comincia oggi il decumulo.
Non conoscendo la sequenza dei rendimenti azionari dei primi 5-10 anni, ovvero quelli decisivi nel bene o nel male per le sorti di un piano che prevede di attingere dai propri risparmi per vivere durante FIRE o pensione, si spiega il perché ha senso per alcuni investitori affiancare obbligazioni o strumenti monetari alle azioni in periodi specifici della vita.
Stesso discorso vale per chi è a qualche anno dalla pensione e si infila dentro uno scenario di mercato tipo 2000 o 2008. Il progetto di decumulo cambia parecchio se si materializzano certe situazioni, meglio saperlo prima e muoversi di conseguenza.
La storiella dell’azionario che nel lungo periodo non perde mai (anche in termini reali) regge se l’orizzonte temporale è adeguato, altrimenti è un’informazione fuorviante, a volte anche pericolosa da dare.
E lo stesso si può dire dei BOT. Sicuri sì, ma fino a un certo punto.
La statistica seppur sommaria (so già che qualcuno malato di backtest richiederà il rolling mensile al posto di quello annuale, oppure il rendimento europeo al posto di quello italiano) metterebbe una pietra sopra alla discussione. La storia però insegna che ci sono stati periodi anche lunghetti in cui i BOT hanno fatto meglio delle borse, altri in cui la tenuta del potere d’acquisto non c’è stata proprio. Il punto è che non possiamo sapere i prossimi 10 anni di che pasta saranno fatti.
Sorvolando sulla comunque non irrilevante questione fiscale, chi avesse investito 100 mila euro in un BOT italiano nel 1998 rollando a ogni scadenza il rimborso e avesse sfidato chi quei 100 mila li avesse investiti nell’S&P500 total return, dopo 15 anni si sarebbe ritrovato più o meno con lo stesso risultato. Tanto rischio per nulla si potrebbe dire. Siccome nel FIRE questo periodo è quello decisivo nel determinare il tasso di prelievo sostenibile, quello che sarebbe venuto dopo ha sì importanza, ma decisamente più contenuta rispetto al prima.

Fonte Banca d’Italia, Rivaluta.it, Damodaran ed elaborazioni dell’autore
Ma poi accadono cose che ci fanno capire che i mercati si muovono in continuazione, quasi mai offrendo come risposta le medie storiche.
Chi, ad esempio, puntando sulle medie di lungo periodo, avesse fatto affidamento 10 anni su una sostanziale tenuta del potere d’acquisto offerta dai BOT, si ritroverebbe oggi ampiamente sott’acqua prendendo atto della pessima scelta fatta.

Come per ogni cosa che coinvolge la finanza la risposta corretta al quesito se i BOT sono un investimento che vale la pena portare avanti è dunque dipende.
Dipende dall’epoca storica dei mercati che si sta vivendo, dalla vicinanza o lontananza degli obiettivi, dalla fase della vita nella quale ci si trova, da quanto quel costo opportunità che si sostiene possedendo BOT è accettato e tollerato, da quanto capitale abbiamo a disposizione e cosa ci vogliamo fare.
Investire su un titolo monetario come un BOT può essere una scelta corretta e sbagliata allo stesso tempo. Onestamente non posso dare una risposta visto che non conosco le vostre esigenze, ma come ogni piano che si rispetti sono le condizioni personali e familiari a fare la differenza sulla necessità o meno di possedere un certo strumento finanziario.
Se l’obiettivo è mantenere il potere d’acquisto dei risparmi posso dire che i riscontri storici mi dicono che ogni volta che i BOT hanno offerto rendimenti superiori al 2,5% (come oggi) poi hanno sempre ripagato l’anno successivo con un rendimento reale positivo. Consapevole che l’eccezione mai vista prima spazza via queste certezze in un attimo, acquistare oggi BOT o titoli di Stato a brevissima scadenza con questa specifica finalità e per obiettivi ben specifici potrebbe avere senso.
Se però l’obiettivo è far crescere il capitale più della perdita di potere d’acquisto, siamo in FIRE o vogliamo integrare la pensione, l’orizzonte temporale è di almeno 8-10 anni (che significa non toccare quei soldi per tutto questo tempo) allora un portafoglio bilanciato tra azioni e obbligazioni di ogni scadenza rimane ancor oggi la scelta consigliata per navigare all’interno di più scenari contemporaneamente con ottime probabilità di non vedere i propri soldi erosi dall’inflazione.
Dove investire nel decennio dell’inflazione
I vari paper accademici che anche su queste pagine ho commentato negli ultimi anni sono indubbiamente interessanti, apparentemente inattaccabili, spesso talmente complessi da circondarsi di una specie di alone magico di sicurezza . Ma hanno tutti una pecca che ho compreso nel tempo. Non conoscono la nostra situazione di vita, la nostra inflazione personale, i nostri tempi, le nostre emozioni quando investiamo, le nostre fortune e sfortune.
Non è che non devono essere letti o ascoltati dalla bocca di qualche divulgatore, ma tra la teoria e la pratica ho capito che c’è un discreto abisso.
Volete un esempio? Tutti gli studi si sono basati su misure di inflazione calcolate con i metodi odierni. Ma gli istituti di statistica e le banche centrali hanno modificato nel corso degli anni parecchie volte metodologie e riferimenti.
L’inflazione di oggi non è detto che sarà la stessa che ci offriranno in pasto le statistiche domani. Come gli Stati Uniti e il nuovo corso della FED insegna, si può sempre trasformare un rendimento reale negativo in positivo. Cambiare la narrativa dell’alta inflazione in inflazione nella norma. Rendere fiumi di parole pressochè inutili di fronte ai nuovi dati.

Per chi ha tempo e voglia la costruzione e il monitoraggio di un tasso di inflazione personale appare la scelta migliore per il risparmiatore consapevole e di buonsenso.
Qui trovate un piccolo aiutino:
Inflazione personale, come calcolarla (e utilizzarla) nel mondo della personal finance (prima parte)
Buon investimento.


molto interessante…naturalmente lo stesso ragionamento potrebbe essere svolto dal ‘famoso’ etf xeon? sarebe anche interessante capire come si sono comportati gli etf in bond pluriennali nello stesso periodo in cui i bot non hanno protetto ‘realmente’..grazie per queste preziose analisi