By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 29 Giugno, 2026|

Nell’ormai lontano 1999, mi ero appena dimesso dopo due anni in JPMorgan a Londra per andare a lavorare come un giovane equity sales a Daiwa Securities sempre a Londra; qualcuno dirà che ero un pazzo e forse lo ero (e qualcuno me lo disse pure nei famosi “leaving drinks” che si facevano allora), ma a 28 anni non si fanno sempre ragionamenti razionali e lucidi.

Decisi di accettare quella proposta da Daiwa, come broker azionario sui mercati asiatici, perché nel 1999 c’era grosso fermento sui mercati azionari: era il fermento che sarebbe poi sfociato nella bolla di Internet che scoppiò a Marzo del 2000 (timing fantastico il mio, giusto? Ma questa è un’altra storia).

Sarà l’età, ma ormai credo che le decisioni che prendi e ciò che succede nella tua vita non siano un caso e, come disse il grande Steve Jobs nel suo commencement speech a Stanford del 2005 (“stay hungry, stay foolish”), dopo qualche anno capisci come connettere tutto quello che hai fatto nel passato, ovvero come disse Jobs, si impara a “connecting the dots”, connettere i fatti del passato l’uno con l’altro: e forse non è neanche un caso che ora lavori con me in Meridian il mio collega Nic Regan che incontrai, appunto, a Daiwa nel 1999.

Perché dico tutto ciò? Perchè la mia prima “chiamata”, proprio all’inizio della mia carriera di equity sales a un gestore di fondi di investimento italiano che investiva in azioni asiatiche,  fu totalmente DISASTROSA: noi sales, infatti, cercavamo di dare consigli ai gestori delle più grandi banche italiane che avevano, da poco, iniziato a vendere i fondi di investimento agli sportelli bancari.

Perché i BOT non rendevano più il 10/15 e anche 18% all’anno degli anni 80/primi anni 90: orfani del loro 10/15% annuo i risparmiatori chiedevano alternative, e allora le banche si ingegnarono per vendere questa meravigliosa novità dei fondi comuni di investimento agli ignari risparmiatori (non che siano cambiato granché oggi, ma questa è un’altra storia ancora).

Fatto sta che noi dovevamo convincere i nostri clienti gestori ad ascoltare le “idee” di cosa vendere e cosa comprare per i loro fondi, riportando loro le analisi dei nostri analisti dislocati in giro per l’Asia (anche se all’epoca il Giappone contava per circa l’80% dei volumi dei fondi asiatici): i gestori, che non ci capivano una mazza di azioni asiatiche essendo basati a Milano e che fino al giorno prima passavano gli ordini di azioni italiane al borsino, impressionati dai brand delle banche americane e dal nostro “storytelling”, ci passavano gli ordini di acquisto e vendita e noi ci lucravamo sopra delle commissioni.

Alla fine, come sempre, chi ci guadagnava SICURAMENTE eravamo noi broker e la banca che faceva pagare il 3% sul fondo (e quindi ci guadagnava anche il gestore con il suo lauto stipendio): dei clienti finali a cui venivano appioppati questi fondi non è dato sapere (anzi lo sappiamo già visto che i gestori non battevano mai il benchmark per cui chiedevano un 3% di commissioni – ma questa è una storia vecchia).

Insomma, la mia prima call ad un gestore di fondi di investimenti di Firenze fu: “vendi Toyota che fa macchine brutte e con margini bassi e compra Suzuki che si sta espandendo in Asia, con auto pensate e dedicate a un mercato e un paese in forte espansione!” (la faccio facile ma il senso era quello).

Il gestore, chiaramente impressionato dalla mia fine capacità di sintesi e analisi dei mercati asiatici, prontamente mi passò un ordine di vendita di 200 milioni di lire di azioni Toyota e addirittura un ordine di acquisto di 450milioni di lire su Suzuki: mi ricordo ancora le quantità perché fu la mia prima “commissione” – riporto tutto in lire dei tempi, anche se gli ordini erano per controvalori in Yen giapponesi.

Pensai: ma se è così facile, diventerò ricco a breve!!

Siamo nel 1999 ricordate? Ebbene, dopo neanche una settimana dall’esecuzione dell’ordine, in cui Toyota stava scendendo e Suzuki salendo (e io gongolavo e il gestore pure), viene fuori una notizia su Bloomberg in cui Toyota lancia il sito www.toyota.com .

Bastò questa notizia per far salire Toyota del +35% in un giorno e far scendere Suzuki del -10% (perché non aveva ancora il “sito”).

Che cosa si potesse poi veramente fare con un sito online, all’epoca, non era chiaro: la verità era che non si poteva fare un bel nulla perché l’e-commerce non era ancora nato – ma questa era l’euforia dei mercati in bolla di Internet nel 1999.

Insomma, per dire: io c’ero e ho visto con i miei occhi (e sentito con le mie orecchie visto che il gestore mi ha subito chiamato inviperito) che cosa significhi per davvero una bolla speculativa – ovviamente, in quei precisi momenti, nessuno capiva ancora che cosa fosse una bolla, anche perchè non ce n’erano state così conclamate nel passato.  Vi posso solo dire che si capì solamente nel 2001, perché per tutto il 2000, vi posso assicurare, eravamo ancora tutti euforici e i nostri gestori tradavano come pazzi (e noi facevamo commissioni e i poveri clienti pagavano sempre il 3%).

Io da giovane broker a Daiwa a Londra nel 1999 (lasciate stare per un attimo il vestito dorato: avevo appena partecipato ad un evento di raccolta fondi per un evento filantropico di Daiwa e avevo pure vinto il secondo premio, come testimoniato dalla bottiglia di Champagne sul mio desk).

“Valerio cosa ne pensi della bolla AI?”

Perché ho fatto tutta questa premessa?

Perché negli ultimi mesi ho ricevuto decine di messaggi da clienti che mi fanno, più o meno, sempre la stessa domanda (e un cliente proprio mi ha chiamato ieri e quasi mi ha “commissionato” questo articolo: “voglio sapere cosa ne pensi tu!”)

La domanda inevitabilmente è sempre la stessa:

“Valerio, ma tutta questa storia dell’Intelligenza Artificiale non ti sembra una bolla? E se dovesse scoppiare? Non rischiamo di perdere tutto?”

La cosa curiosa è che queste domande arrivano quasi sempre dopo che qualcuno ha passato una serata a leggere articoli su Google News, Apple News, Instagram, YouTube e, ormai, persino TikTok. È sufficiente cercare una volta “bolla AI” oppure chiedere qualcosa a ChatGPT e, come per magia, gli algoritmi decidono che quella è diventata la tua nuova ossessione. Da quel momento iniziano a servirti soltanto articoli che parlano di crolli imminenti, bolle speculative, paragoni con il 2000 e scenari apocalittici.

Gli algoritmi non lavorano per tranquillizzarti. Lavorano per trattenere la tua attenzione. E poche cose catturano l’attenzione quanto la paura.

Il risultato è che, dopo qualche giorno, molte persone hanno la sensazione che il mondo intero stia per finire: in realtà sta semplicemente funzionando, e bene, un algoritmo.

Poi ci sono analisti de ‘noantri che fanno post su Linkedin di questo genere:

A parte che questo grafico è di difficile interpretazione pure per me ma….Il mercato sta “ignorando”??? ma chi sei tu per dire che il mercato stia ignorando eventuali problemi strutturali?

Per poi avere reazioni e commenti assurdi di questo tipo:

Era capibile? Ah sì? E quindi meglio ridurre l’esposizione USA…tutto l’azionario USA addirittura? Tutto tutto, pagare il 26% di capital gain sulle plusvalenze… e per andare dove? (immagino cash in attesa di tempi “migliori” )

La vera domanda non è se esista una bolla

Partiamo da una premessa importante.

Potrebbe davvero esserci una bolla in alcuni segmenti dell’ecosistema AI? Assolutamente sì.

Non sarebbe nemmeno la prima volta nella storia dei mercati che una rivoluzione tecnologica genera eccessi di entusiasmo, investimenti sproporzionati e valutazioni troppo elevate.

Ma questa osservazione porta automaticamente a una conclusione sbagliata.

Molti investitori sentono la parola “bolla” e la traducono mentalmente in “crolla tutto”: sono due concetti completamente diversi, ed è proprio questa confusione che spesso porta le persone a prendere le decisioni peggiori proprio nel momento sbagliato (vedi il tipo che vuole ridurre l’esposizione “USA”).

La volatilità non è perdere soldi

Da oltre 15 anni ripeto sempre lo stesso concetto ai nostri clienti: una correzione del mercato non equivale a perdere definitivamente il proprio patrimonio.

La volatilità è il prezzo da pagare per ottenere rendimenti superiori all’inflazione nel lungo periodo.

La perdita permanente di capitale, invece, arriva quasi sempre quando un investitore decide di vendere nel momento di massima paura, trasformando una flessione temporanea in una perdita definitiva.

Sono due fenomeni completamente diversi: il problema è che il nostro cervello li percepisce come identici ed è esattamente su questa debolezza psicologica che gli algoritmi costruiscono migliaia di titoli allarmistici.

Josh Brown: forse la bolla c’è. Ma è molto più circoscritta di quanto sembri

Noi studiamo e impariamo come fare il nostro mestiere andando direttamente alla fonte di dove tutto è nato: la consulenza finanziaria indipendente è nata in USA e, una delle RIA (le nostrane SCF) a cui ci ispiriamo è Ritholtz Wealth. Siamo stati a molte delle loro conferenze (“Future Proof”) dove non si parla di

  1. Prodotti
  2. Mercati
  3. Outlook
  4. Strategie per limitare la volatilità
  5. Altre amenità del genere

Ma si parla di come gestire le emozioni degli investitori e come comunicare in maniera corretta quali debbano essere gli obiettivi di investimento di ognuno e come e perché si debba investire.

Josh Brown, CEO di Ritholtz, in uno dei panel nella conferenza di Future Proof 2025

Ebbene, non mi devo inventare nessuna teoria personale e riprendo il buon senso di un recente articolo e video di Josh Brown di Ritholtz Wealth che affronta proprio questo tema.

La sua tesi, che sposo in pieno, è che gli eventuali eccessi non riguardano il mercato azionario americano nel suo complesso: riguardano soprattutto una parte molto specifica della filiera dell’Intelligenza Artificiale.

Da una parte troviamo gli hyperscaler — Microsoft, Meta, Amazon, Google, Oracle e gli altri grandi gruppi che stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di data center e infrastrutture computazionali.

Dall’altra troviamo tutto il mondo del private equity, del private credit e dei finanziamenti che stanno sostenendo questa gigantesca corsa alla costruzione di server farm (non mi soffermo sui disastri dei fondi di private credit venduti come manna dalle banche, ora in forte correzione e soprattutto illiquidi).

È comunque in queste due aree che il mercato oggi si sta domandando se qualcuno stia correndo un po’ troppo, ed è una domanda assolutamente legittima: non a caso, proprio negli ultimi mesi, i titoli di molti hyperscaler hanno iniziato a correggere in maniera significativa.

E questa, paradossalmente, è una buona notizia.

Meta, Microsoft ed Oracle da un anno sono in correzione di oltre il -25%, Nvidia sale “solo “ del +24%, Amazon +7%, chi ha “vinto” per ora è Google/Alphabet con un +94% da un anno a questa parte.

Un mercato che corregge è un mercato sano

Siamo abituati a pensare che quando una quotazione scende ci sia qualcosa che non va: in realtà, spesso succede il contrario, perché il mercato sta facendo quello che dovrebbe fare e sta iniziando a chiedere conto degli enormi investimenti annunciati.

In altre parole, gli investitori stanno dicendo: “Bene spendere centinaia di miliardi per l’AI. Adesso però fateci vedere i ricavi.”, ed è esattamente il comportamento che ci si aspetta da un mercato razionale.

Non è quindi panico ma è disciplina: e già qui si vede una enorme differenza con la bolla di Internet del 2000, richiamata a piè sospinto a SPROPOSITO.

E gli altri 493 titoli dello S&P 500?

Qui arriva la parte più interessante dell’analisi di Brown.

Quest’anno, mentre tutti parlano continuamente delle Magnificent Seven (Amazon, Nvidia, Microsoft, Apple ecc), sta succedendo qualcosa di molto meno spettacolare ma molto più importante.

Tolte le grandi società tecnologiche, gli altri 493 titoli dello S&P 500 stanno facendo meglio delle superstar dell’AI: sembra (ho detto sembra) quasi un passaggio di testimone, perché la crescita non è più concentrata esclusivamente in pochi giganti e sta iniziando a diffondersi nel resto dell’economia americana.

Ed è esattamente quello che dovrebbe accadere se l’Intelligenza Artificiale fosse davvero una rivoluzione industriale. Ed è per questo che lo S&P è solo a -3/4% dai suoi massimi storici (noi, poi, come investitori europei in Euro, godiamo del recente rafforzamento del dollaro a 1.13 – vi ricordate la storia della de-dollarizzazione del mondo e del “debasement trade”? già finita? ma sto divagando).

Il caso Travelers: quando l’AI non fa notizia, ma produce utili

Prendiamo Travelers: probabilmente il nome dice poco alla maggior parte delle persone perché:

  1. Non produce chip.
  2. Non costruisce server.
  3. Non vende chatbot AI.

È semplicemente una grande compagnia assicurativa americana.

Eppure sta utilizzando l’Intelligenza Artificiale per gestire i sinistri automobilistici, ridurre i costi operativi e aumentare l’efficienza.

Il risultato?

Profitti in crescita, margini migliori e nuovi massimi storici del titolo.

Questa è probabilmente la parte più interessante della rivoluzione AI.

Non riguarda soltanto chi costruisce la tecnologia.

Riguarda soprattutto chi la utilizza per lavorare meglio: ed è un fenomeno destinato ad allargarsi progressivamente a centinaia di aziende che oggi non fanno notizia. Ed è per questo che il mercato non “crolla” perché semplicemente non è TUTTO in bolla.

Ovvio che se tu hai investito tutti i tuoi soldi solo in 7 titoli o qualche ETF legato all’AI, il TUO portafoglio è in bolla. Ma se hai diversificato e sei investito in diversi ETF, con diverse esposizioni geografiche e settoriali, l’eventuale scoppio della bolla ti toccherà certamente, ma in maniera limitata.

Qualcuno obietterà: ma se scoppia la bolla AI, questa TIRERA’ GIU’ TUTTO IL MERCATO, come successe con la bolla di Internet. E quindi il decennio perduto, da Marzo 2000 a Marzo 2010 (più o meno, post Lehman).

Qui sotto il decennio perduto dello S&P500 e del Nasdaq: da Marzo 2000 quando scoppiò la bolla di internet ad Aprile 2011 quando lo S&P 500 recuperò sia dalla bolla di internet che da Lehman. Il Nasdaq ovviamente altro che decennio perduto.

Ma anche questo esempio viene portato a sproposito, soprattutto per spaventare le persone dell’arrivo del prossimo “decennio perduto”.

Io c’ero e posso dirvi che non conosco nessuno che:

  1. Abbia investito TUTTI (ma proprio tutti) i suoi soldi a Marzo del 2000, il picco della bolla di internet: quale è la probabilità che questo avvenga?
  2. Abbia investito TUTTI (ma proprio tutti) i suoi soldi nel Nasdaq o nello S&P500: chi è che fa una cosa del genere? Nessuno (spero).
  3. Non abbia poi fatto nulla di nulla, nessun ribilanciamento e nessun apporto di cash per mediare durante 10 anni: niente, nulla, zero, braccia conserte. Chi sta fermo ed immobile per 10 anni sul suo portafoglio?
  4. Non abbia reinvestito i dividendi: gli ETF ad accumulo reinvestono automaticamente i dividendi e quindi mediano al ribasso automaticamente il prezzo di partenza (i backtest prendono in considerazione gli INDICI di mercato che non pagano dividendi: gli ETF invece sì).

Questi backtest sono teorici: se uno ha un portafoglio diversificato, ben diversificato, ribilancia almeno una volta all’anno, apporta cash di tanto in tanto e reinveste i dividendi, vi posso assicurare che non ha perso 10 anni.

E poi magari veniva da qualche anno di performance positiva no? Quindi anche qualche anno di contrazione (che sarà stato previsto nel suo piano?) poteva essere gestibile.

Quindi, il rischio di avere un altro decennio perduto è solo sulla carta e, il rischio di avere 3/4 anni di portafoglio in contrazione, viene comunque preso in considerazione in un piano di investimento ben strutturato. Se uno ha un piano ovviamente.

Ma allora, è o non è come Internet nel 2000?

Qui posso ritornare alla mia storia personale: come detto all’inizio, io c’ero e lavoravo già nei mercati finanziari durante la bolla Internet (e anche quella di Lehman dei sub-prime). E vi assicuro che il clima era completamente diverso.

Appunto, all’epoca bastava aggiungere “.com” al nome di una società perché il titolo salisse del +50% in una sola giornata: molte aziende non avevano ricavi, alcune non avevano clienti, molte non avevano nemmeno un vero modello di business. Vi ricordate in Italia, Tiscali, Finmatica, Poligrafica San Faustino (???), Gandalf ed altri titoli che salivano a perdifiato senza uno straccio di utile o cashflow?

Oggi la situazione è molto diversa: perché le aziende che guidano la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale generano decine di miliardi di utili ogni anno, hanno clienti reali, producono cassa (le AI company “pure” alla Open AI e Anthropic la bruciano al momento d’accordo), ma vendono prodotti che milioni di persone utilizzano quotidianamente.

Esistono sicuramente valutazioni elevate ed esistono probabilmente investimenti che si riveleranno eccessivi: ma dire che siamo nel 2000 semplicemente perché ci sono echi di quei tempi e c’è TROPPO entusiasmo per una nuova tecnologia significa ignorare differenze enormi.

Nessuno possiede una sfera di cristallo. E per fortuna.

Potrebbe esserci una correzione più importante nei prossimi mesi?

Certo.

Potrebbero rallentare gli investimenti nei data center?

Assolutamente sì.

Potrebbe emergere che qualcuno abbia investito troppo?

Anche questo è possibile.

Nessuno conosce il futuro.

Se qualcuno dice di saperlo, probabilmente sta cercando di venderti qualcosa.

La verità è che la nostra mente ama cercare nel passato gli scenari peggiori. È un meccanismo antico: sopravvivere era più importante che essere ottimisti. Per questo ricordiamo più facilmente i crolli che i decenni di crescita, le crisi che l’innovazione, le bolle che il progresso. Siamo, in fondo, un po’ nichilisti di natura.

Ed è proprio per questo che esiste la pianificazione finanziaria.

Quando costruisci un piano serio, con un orizzonte temporale coerente con i tuoi obiettivi, una diversificazione intelligente e un’asset allocation pensata prima che arrivino le emozioni, l’eventuale scoppio di una bolla non rappresenta la fine del mondo.

Rappresenta uno scenario già previsto e ti avremo scritto nero su bianco che non sarà il momento di vendere tutto.

Ma sarà il momento di fare quello che fanno gli investitori disciplinati: ribilanciare il portafoglio, continuare a seguire il piano e lasciare che siano il tempo e l’economia reale a fare il loro lavoro.

Perché, alla fine, il vero rischio non è una correzione del mercato: ma è abbandonare il proprio piano ogni volta che un algoritmo decide che oggi hai bisogno di avere un po’ più paura di ieri.

Buon investimento a tutti!

PS. La mia “chiamata” su Toyota vs Suzuki, poi, andò benissimo: scoppiò la bolla di Internet di lì a pochi mesi, Toyota crollò di oltre il 60% mentre il mercato capì l’importanza di investire in aziende della “real economy” alla Suzuki – e quel cliente fiorentino, con cui ragionammo insieme che ci sembrava assurdo un movimento del genere su Toyota e non vendette Suzuki, diventò negli anni uno dei miei migliori clienti.

8 commenti

  1. SBC 30 Giugno 2026 at 23:29 - Reply

    Ottimo, come di consueto.

    Il passaggio fondamentale risiede proprio in una citazione a cui, forse, non è stato dato il giusto peso: “Vi posso solo dire che si capì solamente nel 2001, perché per tutto il 2000, ve lo assicuro, eravamo ancora tutti euforici”.

    Questo sentimento di estrema euforia, di ottimismo diffuso e di FOMO da parte dei piccoli risparmiatori è chiaramente assente oggi. Attualmente, tutti – dagli investitori istituzionali al retail – sembrano ossessionati dal concetto di “bolla”, dall’imminenza del prossimo crollo, da valutazioni ritenute insostenibili e dalle tensioni geopolitiche, da Trump all’Iran.

    Eppure, storicamente, i mercati amano salire superando i dubbi (Markets love to climb a wall of worry). Questo clima di incertezza spinge a trattenere liquidità anziché investirla immediatamente. Risorse che verranno immesse sul mercato solo successivamente, quando lo scenario apparirà “chiaro e calmo”, ma inevitabilmente più costoso. Questo comportamento si trasformerà nell’ulteriore benzina che alimenterà l’attuale mercato rialzista. Di fatto, qualsiasi informazione, nel momento stesso in cui arriva a noi, è già stata ampiamente prezzata e digerita dal mercato; pensare di poter anticipare o comprendere le dinamiche meglio del consenso è un peccato di presunzione.

    Un’ultima considerazione sulla volatilità: oltre a non essere un reale indice di rischio (come correttamente indicato e contrariamente a quanto insegnato nei modelli accademici), la volatilità viene spesso fraintesa: la maggior parte delle persone associa il guadagno alla normalità e il calo alla volatilità.
    È un errore.
    La volatilità agisce in entrambe le direzioni. Se nel breve termine si tenta di eliminare le oscillazioni al ribasso, si rischia inevitabilmente di tagliare fuori anche quelle al rialzo, perdendo i guadagni decisivi che caratterizzano le prime fasi di ripresa del mercato…

    Bull markets are born on pessimism, grow on skepticism, mature on optimism and die in euphoria…

    Continuate così, con la vostra ottima divulgazione di conoscenza!

    Un caro saluto da un vostro mancato collega.

    • Valerio de Stasio 1 Luglio 2026 at 07:09

      Che dire Sciami cursori (?)😅, non avrei saputo spiegare meglio il concetto di volatilità, da non confondersi con il rischio dell’ investimento. E , appunto, un’altra grande differenza rispetto al 2000 è che ora si parla di bolla ad ogni piè sospinto, a differenza del 2000 in cui si è andati avanti quasi per un anno, post scoppio a marzo 2000, a continuare ad essere euforici. Qualcosa avremo imparato o no dalle due bolle degli anni 2000? I mercati mi paiono più maturi e guardinghi ogni volta che ci siano eccessi sui mercati: di sicuro tutto l’ ecosistema del mondo degli investimenti (regulator, governi, fondi sovrani, hedge funds, fondi pensione, family offices e noi consulenti) , siamo molto più informati e guardinghi e ci facciamo prendere meno dal FOMO come nel passato (anche se si continua ad usare questo concetto pure a sproposito, mentre i mercati salgono perché gli utili delle aziende salgono. Punto. Fine. Stop)

  2. Erreffe 29 Giugno 2026 at 14:55 - Reply

    complimenti, articolo eccellente…(ma difficilmente riuscirò a dimenticare quella foto :D mi chiedo se ce ne sia anche una simile del tuo collega-amico AW..perchè credo sarebbe interessante e il popolo di IBS dovrebbe esserne messo a conoscenza :D)
    scherzi a parte..una domanda banale (rispetto al contenuto lucido e illuminante dell’articolo): considerate ancora sufficientemente “intelligente” una diversificazione a base msci world/ftse all world/acwi o c’è bisogno di multifattoriali e/o equal weighted per rimischiare un po’ le carte e evitare certi (sovrap)pesi (premetto che nel tempo sono rimasto fedele al vecchio portafoglio di AW, composto di strumenti piu tradizionali). Grazie e ancora complimenti…a distanza di anni, qualità sempre costante, se nonaddirittura aumentata…top!

    • Lorenzo Biagi 29 Giugno 2026 at 15:43

      Caro Erreffe, AW non era a Londra in quel periodo quindi nessuna foto disponibile mi dispiace -)
      Detto ciò e ringraziandoti a nome di Valerio per i complimenti, quell’impostazione era nata per resistere al tempo e finora non mi pare nessuno possa obiettare che non sia andata così.
      Le rifiniture possono aiutare, finanziariamente credo in modo marginale, psicologicamente in modo maggiore perché sentiamo di aver fatto qualcosa di buono per attutire certi ipotetici rischi.
      Come sai bene quando il decennio diventa perduto (a proposito lunedì scriverò un articolo su questo), c’è poco che ti possa proteggere all’interno della stessa asset class e poi il mercato autoripara gli squilibri da solo. C’è però una riflessione ulteriore che va fatta a seconda della fase della vita si sta vivendo. Giovane in accumulazione o ottantenne in decumulo? Poco impattano certe originali proposte di asset allocation che si sentono in giro.
      Hai tra 50 e 70 e quindi stai vivendo la fine dell’accumulo o l’inizio del decumulo? Allora degli accorgimenti hanno senso e una riflessione va fatta.

    • Erreffe 30 Giugno 2026 at 14:54

      Grazie Lorenzo AW, quella “impostazione” in tutto questo tempo mi ha aiutato a non andare in overconfidece e soprattutto in overthinking..l’ultima riga è quella che piu mi contraddistingue..tra 50 e 70 (52) e praticamente quasi in decumulo..un caro saluto e sempre infiniti ringraziamenti!

  3. Lamberto Celleno 29 Giugno 2026 at 09:12 - Reply

    Complimenti …un grande articolo che spiega in maniera semplice ed esaustiva cosa si debba intendere per “ investimento …

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