By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 23 Ottobre, 2021|

Mi piace reiterare che uno degli aspetti fondamentali che caratterizza l’investimento nei mercati azionari è che ogni giorno i media, i giornali e i loro giornalisti ci informano dell’imminente nuova “apocalisse”.
Per usare un francesismo, la chiameremo “apocalypse du jour”.

Ci sentiamo come il tenente Bill Kilgore – incurante delle apocalissi intorno a lui

Non so perché ma mi viene in mente il capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse now”: con un immenso Robert Duvall che, incurante delle bombe e dei bombardamenti attorno a lui, camminava mezzo nudo nel Delta del Mekong in Vietnam nel ‘69.

Un film assolutamente da vedere se non l’avete ancora visto: le scene finali con Marlon Brando sono di un’intensità tremenda – prendetevi un sabato o una domenica piovosa autunnale dei prossimi weekend perché è un film da oltre 2 ore e mezzo (si trova su Google play qui a pagamento per 3 euro ma sono soldi ben spesi)
Tornando alla nostra apocalisse del giorno, è matematico che ci sarà sempre qualche aspetto geopolitico, economico, geografico o politico che i media esalteranno con articoli a caratteri cubitali: e, ovviamente, questo aspetto, in maniera assoluta ed imminente, dovrebbe causare un crollo dei mercati azionari.

Non ho fatto in tempo a leggere, un paio di settimane fa, tutto quello che c’è da leggere sull’ apocalisse che si sarebbe scatenata sui mercati a causa dell’imminente fallimento di una delle più grandi società immobiliari cinesi, Evergrande, che l’attenzione dei media si è già spostata da un’altra parte.

Non ho volutamente scritto nulla su Evergrande perché non si può stare a commentare ogni cosa che viene scritto dai giornali: i quali, ricordo, devono vendere articoli e pubblicità e quindi ogni giorno devono scrivere di qualcosa che catturi l’attenzione.

I mega condomini di Evergrande a Shenzhen – i costruttori si indebitano con le banche per comprare terreni e costruire condomini, vendono le case e rimborsano i prestiti bancari…fino a che il gioco si interrompe. E’ così da sempre e ne abbiamo viste anche noi di storie del genere nel nostro paese.

Finita l’apocalisse di Evergrande (qualcuno aveva scritto “la nuova Lehman Brothers”…sì certo, come no) che oggi, il focus dei media, si sposta sulla nuova “apocalypse du jour”: e cioè l’arrivo dell’Inflazione (con la I maiuscola).

Negli ultimi 16 mesi abbiamo contato almeno cinque apocalissi che si sarebbero dovute a battere sui mercati finanziari:
– Ovviamente la pandemia da Covid 19 di Febbraio 2020: e sappiamo come sono andati i mercati da Marzo 2020 (+100%);
– La devastazione economica prodotta dal lockdown – Marzo-dicembre 2020: idem e i paragoni con la crisi del 1929 si sono sprecati;
– Le elezioni americane (novembre 2020): un non evento alla fine, come sempre d’altronde;
– La bolla dei mercati azionari americani: ovviamente dopo non essere crollati a causa delle apocalissi qui sopra, i mercati sono ovviamente in “bolla speculativa”. I giornalisti non sanno neanche di cosa stiano parlando;
– Appunto Evergrande ed il suo fallimento: fino a qualche giorno fa, nessuno sapeva chi fosse Evergrande e che fosse iperindebitata (noi che stiamo tutti i giorni sui mercati sì, ma per i giornalisti finanziari evidentemente no).
E veniamo all’ultima “apocalypse du jour”: l’Inflazione appunto, anche se l’inflazione come “apocalypse du jour” aveva già fatto capolino nei resoconti finanziari dei giornalisti nostrani e non solo già a giugno di quest’anno.

Poi siccome l’inflazione non era veramente ripartita, si sono concentrati su altre cose (evergrande appunto come esempio, ma è già sparito dai radar).

Oggi si riparte come se niente fosse, perché i tassi di interesse sui titoli di stato decennali USA sono risaliti (udite udite) dall’1.2% all’1.6%. Aiuto!!! (i tassi di interesse sull’obbligazione decennale USA sarebbe la “spia” delle aspettative di inflazione dei mercati)

Certamente poi sono venuti fuori dei dati di inflazione – anno su anno – più alti di quanto previsto, ma qualcuno magari si dimentica che i sistemi economici sono stati letteralmente chiusi a chiave per un anno, c’è ancora veramente poca capacità produttiva rispetto alla domanda – che è tornata a livelli superiori al Covid – e naturalmente i prezzi sono saliti.

Possiamo stare qui a discutere se questo aumento dell’inflazione sia temporaneo oppure duraturo.
Quello che vogliamo scrivere qui è che a noi non interessa che tipo di inflazione ci sarà in futuro: e di sicuro non ci mettiamo a toccare i portafogli per un dato che non sappiamo, né possiamo, né vogliamo cercare di prevedere.

Un’azienda non decide se investire o lanciare un nuovo prodotto sulla base delle aspettative di inflazione future o mi sbaglio? Aggiusterà proprio piano di investimenti sulla base dell’inflazione del momento e, soprattutto, se non sarà profittevole lanciare un prodotto di un servizio a livello inflattivo del giorno, non lo lancerà. Oppure aumenterà i prezzi. Oppure troverà il modo di risparmiare sui costi di produzione per mantenere la propria profittabilità sui mercati.

E le aziende che non saranno in grado di gestire la propria redditività con un aumento dell’inflazione, usciranno dal mercato.

Perché, meglio sempre ricordarlo, noi investiamo in aziende: certo, attraverso le loro azioni, ma sempre e solo sono aziende ciò in cui investiamo.

E, se c’è inflazione, è proprio il motivo per cui investiamo nel mercato azionario: da sempre sono la migliore “difesa” contro le spinte inflattive dell’economia – che, ripetiamo, non si possono prevedere e dalle quali non ci sono effettive difese, se non investendo appunto nel mondo azionario (americano in particolare aggiungiamo noi).

Di sicuro non è l’oro che, da sempre, rappresenterebbe la difesa migliore contro l’inflazione: su come l’oro non sia un investimento e nemmeno protegga dall’inflazione abbiamo già scritto a dicembre del 2020.
Leggi: il trittico sull’inutilità di investire sull’oro
Un paio di dati, invece, sugli investimenti azionari:
Dal 1926 al 2020 (dati: Ibbotson) l’azionario globale è cresciuto mediamente del 10% annuo (senza contare i dividendi che, per inciso, crescono anche loro in % annua ad un tasso superiore a quello dell’inflazione)
L’inflazione nello stesso periodo è cresciuta del 3% medio annuo
Quindi? Che cosa dobbiamo fare per “proteggerci” dall’inflazione?

Niente, stare investiti nel mondo azionario perché sono le aziende stesse che ci proteggono.

Come detto prima, se salgono i costi delle materie prime, del lavoro, dei trasporti, allora le aziende “aggiustano” il loro modello di business per mantenersi profittevoli.

Lo hanno fatto anche durante il lockdown e la pandemia e si è vista nella dinamica degli utili dell’ultimo anno: e una pandemia è ben peggio che un’inflazione sopra il 2% (che tra l’altro è ciò che si voleva da anni per non cadere nella deflazione, altra “apocalypse du jour” di qualche anno fa).
Ovviamente le aziende non possono passare l’aumento dei costi ai consumatori in maniera automatica: ed è per questo che i mercati azionari “reagiscono”, ovvero correggono un po’ in attesa che le aziende aggiustino i loro business model.

Alla fine il valore odierno di un’azienda e della sua azione è il valore presente di tutti i suoi flussi di cassa futuri, scontati ad oggi al tasso di interesse odierno.

Questo tasso di interesse è una funzione del tasso di inflazione. Quei flussi di cassa valgono di più oggi se il tasso di interesse (e quindi l’inflazione) sono bassi. E’ altresì vero il contrario.

Perciò possiamo sicuramente aspettarci che le azioni correggano in presenza di spinte inflattive per due ragioni:
– C’è un ritardo tra il momento in cui si manifestano gli aumenti dei prezzi ed il momento quando le aziende possono aumentare i prezzi e mantenere inalterati i propri margini e la loro profittabilità e
– Il tasso a cui vengono scontati ad oggi i flussi di cassi futuri sale perché il mercato decide così in questo momento.
Ma queste due situazioni sono temporanee (così come l’inflazione) e nemmeno siamo sicuri che i mercati si spaventino davvero per un’inflazione sopra il 2% per qualche mese, trimestre o semestre.

L’unica certezza che abbiamo è che, visto che siamo investitori di lungo periodo, le aziende più importanti americane in cui investiamo hanno la capacità di passare l’aumento dei prezzi ai consumatori.

Ma, attenzione, c’è di più: queste stesse aziende sono continuamente in lotta contro la crescita dei costi attraverso la loro spinta innovativa.

Di prodotto e di servizio. Diventando sempre più produttive.

Se pensiamo a quanto costava uno smartphone 10 anni fa e quanto costi oggi, capiamo il fenomeno. Lo stesso dicasi per tanti altri prodotti (Smart TVs, elettrodomestici, servizi bancari ecc).

E L’innovazione è un qualcosa che le aziende americane sanno fare bene. Da sempre.
In ogni caso, già le vediamo all’orizzonte le prossime apocalissi:
– le “deboli” trimestrali delle aziende americane – che iniziano tra poco tra l’altro;
– la FED che smette di comprare a man bassa obbligazioni e riduce l’immissione di liquidità nei mercati,
Biden che perderà le elezioni di mid-term,
– i democratici e repubblicani che non si mettono d’accordo sulla “finanziaria” americana che scade a dicembre e il possibile default sul debito americano,
– il ritorno di Trump,
– la stagflazione (?),
– l’iper-inflazione (?)
– la crisi energetica in arrivo dalla Russia e i prezzi delle materie prime alle stelle
…sicuramente abbiamo dimenticato qualcosa e ne verranno fuori altre.

Ricordiamoci sempre: ad ogni “apocalisse”, le aziende americane rispondono con una contro-reazione, si adeguano, cambiano business model, allocano il capitale in maniera diversa, si fondono, acquistano altre aziende o si vendono.

Le aziende in cui noi investiamo sono l’unico baluardo vero alle apocalissi mediatiche giornaliere.

Il tenente Kilgore di “Apocalypse now” sarebbe una metaforea dell’ investitore perfetto al tempo d’oggi: indifferente alle bombe e, crediamo, anche al “rumore di fondo” dell’apocalisse del giorno quale è l’effimera e temporanea inflazione

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