By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 14 Agosto, 2023|

Chi scrive è una persona nata e cresciuta in un piccolo paesino nel Veneto, in provincia di Vicenza, e che questa vicenda l’ha sentita molto vicina. Conosco infatti diverse persone che sono state vittime degli avvenimenti che hanno interessato il nord est italiano.

Le due banche protagoniste di questa triste storia, Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza, all’apparenza sembravano solide. Erano le banche del territorio, quelle del popolo vicine alle persone, che capivano esattamente le loro esigenze, a differenza delle grandi banche nazionali che erano lontane e non capivano la realtà “territoriale”.

Erano le banche che facevano crescere le aziende venete, concedendo prestiti facilmente e che quindi rendevano grande il territorio. Venivano inoltre vendute azioni e obbligazioni come investimenti a zero rischi, anche e soprattutto a persone che di esperienza nel mondo degli investimenti non ne aveva affatto. I risparmiatori si sono fidati ciecamente del direttore di banca, che ormai conoscevano da anni, e che mai avrebbero pensato li potesse mettere nella situazione di perdere tutti i risparmi accumulati in tanti anni di lavoro.

Ciò che trapelava a tutti, erano la loro sicurezza e solidità, grazie proprio alla loro vicinanza e capillarità e che facevano credere ai più che fossero fuori dalle leggi del mercato.

La vicenda in breve (2013 -2017)

La vicenda ha avuto inizio a causa di comportamenti scorretti da parte di dirigenti e amministratori.

Entrambe le banche concedevano prestiti ai clienti in cambio dell’acquisto di azioni delle stesse. I clienti erano spinti a diventare così soci per ottenere il prestito richiesto a condizioni più favorevoli.

Chiariamo meglio alcuni aspetti: i finanziamenti che una banca concede ad un cliente, in concomitanza con l’acquisto da parte del cliente di azioni della banca stessa, sono legittimi se autorizzati dall’assemblea straordinaria della società (rispettando le condizioni dell’art. 2358 del codice civile).

Il problema era un altro: le azioni acquistate dal cliente, grazie al finanziamento della stessa banca emittente, venivano poi conteggiate nel patrimonio di vigilanza (che è quel capitale che ogni banca deve detenere per soddisfare i requisiti di vigilanza prudenziale). Il patrimonio di vigilanza deve fungere da cuscinetto di sicurezza per assorbire eventuali perdite; deve, perciò, essere costituito da risorse vere e non da finanziamenti che la stessa banca ha concesso e che hanno un elevato rischio di non essere poi restituiti.

Nei bilanci delle due banche, quindi, sembrava ci fossero più risorse rispetto a quelle che in realtà c’erano, perché erano gli stessi prestiti che tornavano indietro.

Una serie di controlli da parte delle autorità di vigilanza, prima per Veneto Banca nel 2013, poi per la Popolare di Vicenza nel 2015, fece emergere così aumenti di capitale fasulli, perché l’emissione di nuove azioni, quelle vendute agli ignari imprenditori e risparmiatori per concedergli i prestiti, finivano nel capitale della banca, come se fossero degli aumenti di capitale. Le due banche furono costrette a pesanti svalutazioni che portarono successivamente a ingenti perdite (1.5 miliardi di euro per Veneto Banca e 2 miliardi per Banca Popolare di Vicenza).

La situazione, da lì in avanti, è andata via via peggiorando.

Tutti pensavano (compresi gli amministratori) che le due banche non dovessero rispondere alle leggi di mercato. Ovvero: Il prezzo di queste azioni, vendute e comprate con vero “cash” dagli imprenditori e risparmiatori, veniva deciso “d’imperio” dal consiglio di amministrazione senza una vera analisi del valore, ma solo per far vedere a tutti che ogni anno saliva di valore e che quindi la banca era solida. Ma non era così, infatti nel 2015 il prezzo delle azioni (che aveva raggiunto il costo di acquisto di 62,5 euro per BPV e 40,75 euro per VB) è stato, per la prima volta, tagliato nel corso dell’assemblea annuale, ma questo è stato solo il primo di una lunga serie.

I due maggiori amministratori (Consoli per VB e Zonin per BPV) in quell’anno si dimettono.

Nel frattempo, a seguito di una legge passata dal governo Renzi, le due banche sono obbligate a trasformarsi in società per azioni e si quotano in Borsa. Questo fa sì che gli azionisti possano esercitare il diritto di recesso, che però viene fissato ad un prezzo nettamente più basso rispetto al prezzo di acquisto. Ma ulteriore presa in giro per i poveri risparmiatori, è che il diritto di recesso rimane teorico, perché una norma di legge (ovviamente sfruttata da entrambe le banche) permette di non concedere questo diritto nella pratica se il recesso stesso comporta un eccessivo indebolimento del capitale.

Vista la quotazione, le due banche propongono un nuovo aumento di capitale, offrendo ai propri azionisti diritti riservati per parteciparvi, ma gli azionisti non vi aderirono. Non avendo i criteri minimi stabiliti da Borsa Italiana, viene revocata l’autorizzazione alla quotazione alla Borsa di Milano.

Si arriva poi al 2016 dove il fondo privato Atlante stanzia 2.5 miliardi per il salvataggio delle due banche, ma non basta per salvarle.

A questo punto, in questi casi, ci sono due strade:

  1. si attua il cosiddetto Burden sharing, dove lo stato può intervenire con soldi pubblici per il salvataggio di un istituto di credito, ma prima la banca è tenuta a contribuire. Questo significa che, non avendo soldi per il finanziamento, deve svalutare prima le azioni e se ciò non basta deve svalutare le obbligazioni subordinate. Solo dopo può intervenire lo Stato con i soldi pubblici. Il Burden sharing viene usato quando la banca non è messa così male, ma questa strada non è percorribile in questo caso, in quanto le due banche sono già ampiamente a rischio fallimento.
  2. L’altra strada è il Bail in, dove la responsabilità grava sui soli soggetti aventi rapporti diretti con l’ente. Anche in questo caso, prima c’è la svalutazione delle azioni, poi se non basta si passa alla svalutazione delle obbligazioni subordinate e se ancora non basta si passa alla svalutazione delle obbligazioni ordinarie e i depositi superiori ai 100 mila euro. Ma nemmeno questa strada risulta percorribile in quanto le due banche venete non sono istituti così grandi da poter causare un effetto a catena nel sistema bancario.

Il 25 giugno 2017 si arriva alla soluzione finale: le due banche vengono poste in liquidazione coatta amministrativa. Viene trasferita tutta l’attività ordinaria dei clienti delle due banche ad Intesa San Paolo.

Le misure di risarcimento prese e la situazione attuale

Inizialmente, le due banche offrono per coloro che detengono azioni e che quindi, hanno perso tutto il loro capitale, un recupero solo del 15% dell’investimento, a patto però di non intraprendere accuse contro la banca.

Successivamente, nel 2019 è stato istituito un fondo di indennizzo risparmiatori (il FIR) gestito dalla CONSAP, di circa 1.5 miliardi per risarcire coloro che sono stati colpiti dal fallimento delle due banche venete (ma non solo, anche per le vittime di altre banche poste in liquidazione coatta amministrativa).

Il rimborso arrivava fino ad un massimo del 30% del capitale investito per le azioni, mentre per gli obbligazionisti fino al 95%.

Per fare richiesta c’erano però delle condizioni che riguardavano il reddito e il patrimonio di ciascun richiedente. Infatti, poteva far richiesta solamente chi aveva un patrimonio inferiore ai 100 mila euro e un reddito imponibile inferiore ai 35mila euro l’anno. Per le imprese invece, solamente quelle con un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro l’anno.

Il periodo per fare richiesta al fondo è iniziato nel 2020 e si è concluso il 31/12/2022. Non tutte le domande sono andate a buon fine e molti risparmiatori non si sono visti risarcire nemmeno quel 30%.

Sono rimasti ancora nel fondo 545,3 milioni di euro, che adesso non si sa con esattezza dove andranno a finire. Diverse associazioni di tutela dei risparmiatori delle due banche stanno lavorando per far sì che i soldi rimasti vengano smobilizzati a favore dei risparmiatori.

Corporate governance

Un grande problema per queste banche era la determinazione del prezzo delle azioni, come è stato già accennato precedentemente.

Secondo il codice civile (art. 2528) la responsabilità di fissare il prezzo per le banche popolari non quotate (come Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza), spetta all’assemblea dei soci, su proposta degli amministratori.

Il prezzo delle azioni per le due banche veniva deciso da una persona e non dal mercato, secondo criteri non obiettivi e non trasparenti. Questo perché non c’era la quotazione in una borsa regolamentata. Questi modelli strategici e assetti di governance non sono più sostenibili e non lo erano nemmeno a quel tempo.

La quotazione rende l’investimento pubblico, infatti, in America quando una società si quota in borsa si definisce public company. Perché diventa letteralmente del pubblico, che acquistando azioni di quella società, acquista una porzione del suo capitale diventandone socio. La società quotata in borsa sarà poi “controllata” dagli azionisti: dovrà rendere conto della gestione, dei risultati, delle decisioni sul pagamento dei dividendi e, se non soddisfacenti per la maggioranza degli azionisti, questi possono votare la rimozione del management.

In America questo processo è una cosa molto seria: gli amministratori e manager di un’azienda quotata hanno sempre in “testa” il concetto di “ritorno per gli azionisti”, che sono i veri proprietari dell’impresa quotata.

Conclusione

Questa è una storia che ha avuto e continuerà ad avere ripercussioni su tutto il sistema finanziario del risparmio, perché ha inciso sulla fiducia di tutti gli investitori. A causa di queste brutte esperienze di “investimento”, molte persone preferiscono non investire più e per prudenza lasciano i risparmi sul conto, perché rimasti (giustamente) scottati. Non si fidano più dei mercati e soprattutto non si fidano più delle istituzioni bancarie. Queste ultime, che dovrebbero tutelare i risparmi degli italiani, hanno letteralmente fatto volatilizzare miliardi (si stimano circa 15 miliardi di euro). È incredibile ai miei occhi come queste vicende nel mio territorio siano passate così sottotraccia: eppure stiamo parlando di miliardi di euro di risparmi distrutti.

Come ho scritto all’inizio dell’articolo, persone a me vicine sono state vittime di questa triste storia. C’è chi ha perso una piccola parte del suo patrimonio e chi invece ne aveva investito gran parte nelle azioni delle due banche. Porto l’esempio di mia zia, che non avendo nessun tipo di esperienza nel mondo degli investimenti, è stata convinta, probabilmente da varie spinte commerciali, nell’acquistare azioni della Banca popolare di Vicenza. Lei non aveva un obiettivo di investimento chiaro, non le era stato spiegato a che rischi stava andando incontro e men che meno il concetto di diversificazione, visto che il suo portafoglio di investimenti era composto solamente dall’azione della banca in questione. Non sapeva con chiarezza quello che stava facendo, ma si è fidata delle parole dell’impiegato/a della banca.

Ancora una volta, la parola chiave è la fiducia, perché gran parte delle persone coinvolte non aveva ben chiaro cosa volesse dire “investire”: un processo che richiede molta analisi preliminare ma che è incompatibile, appunto, con le spinte commerciali delle banche. Probabilmente mia zia pensava che fosse un deposito bancario sotto forma di azioni: insomma, un qualcosa che le sarebbe tornato indietro quando voleva, senza che nessuno le avesse spiegato che le azioni erano illiquide e, soprattutto, valorizzate in maniera assurda.

Per questo prima di tutto bisogna capire il perché si sta investendo, qual è il proprio obiettivo di investimento, qual è l’orizzonte temporale e quanta volatilità si è disposti ad accettare per arrivare all’obiettivo.

Dopodiché, l’investimento dovrebbe essere il meno complicato possibile, (utilizzando pochi strumenti e a basso costo come gli ETF, ad esempio) non ci dovrebbe essere nessun conflitto di interesse da parte di chi sta facendo consulenza, cosa che invece c’era per le due banche, visto gli interessi che si nascondevano sotto.

I tre punti chiave che un investitore consapevole dovrebbe conoscere prima di investire sono:

  • Il concetto di trade off tra rendimento e volatilità: più alti sono i rendimenti più alta sarà la volatilità perché è possibile realizzare rendimenti maggiori soltanto accettando oscillazioni di prezzo maggiori;
  • L’orizzonte temporale è fondamentale. Con l’aumentare dell’orizzonte temporale la volatilità diminuisce;
  • Il concetto di diversificazione: i mercati non si muovono tutti allo stesso modo e grazie a una combinazione corretta di portafoglio si può eliminare il rischio inutile, cioè ad esempio quello di investire solamente in una singola azione (come in questo caso), ma anche in una singola area geografica o in un unico settore. Per questo bisogna ragionare a livello di portafoglio e non di singolo strumento.

Per concludere, provo sconforto pensando a tutto il male che è stato portato al mio territorio, e a persone a me care, dalla mancanza di controlli e dalla mala fede degli amministratori delle banche venete.

Sono ancora stupefatta dalla resilienza economica e psicologica del territorio, nonostante uno tsunami economico finanziario di tale portata.

E forse è anche per ciò che è successo che ho deciso, dopo una breve esperienza in una banca locale, di diventare consulente finanziario indipendente. È solo eradicando alla base il concetto di conflitto di interessi (ancora poco capito dalla maggioranza degli italiani) che si può fare del bene nei portafogli di investimento delle persone.

E grazie a questa mia professione posso cercare di portare aiuto a chi è rimasto scottato. Impresa non facile, ma so che professionalmente ed eticamente sono nel posto giusto al momento giusto.

5 Commenti

  1. Severino Gavasso 22 Gennaio 2024 at 14:11 - Reply

    Ho letto il suo articolo che ho trovato di estrema chiarezza e utilità. Ho anche letto il post del sig. Alberto in merito all’episodio occorso a suo zio che ha investito tutta la sua liquidazione nelle azioni VB. Un analogo episodio è accaduto anche a me: Ma a parti invertite. Ho sempre lavorato in banca e un giorno si è presentato un signore che voleva investire tutta la sua liquidazione, circa 100 mil. di lire nei nostri certificati di deposito con scadenze da 18 a 60 mesi. Avendogli fatto capire che glielo sconsigliavo, se n’è andato molto arrabbiato. Dopo qualche giorno, lo stesso cliente si rivolge alla mia banca e il collega, sapendo dell’episodio precedente mi chiama per ricevere questo signore. Entrato nel mio ufficio, mi saluta cordialmente e si scusa per i fatti di qualche giorno prima. Gli spiego allora che, in caso di una necessitò di smobilizzare parte del suo investimento, la banca non avrebbe potuto accogliere la sua domanda e gli ho chiesto di diversificare investendo parte con noi, un po’ in BOT/BTP (facilmente smobilizzabili) e qualcosa in obbligazioni sicure fornendo anche gli estremi. Gli ho anche detto che io avrei preferito che fornire esatte informazioni ad un cliente significa essere onesti e dare informazioni che possono essere utili al cliente stesso. Quel signore, a distanza di mesi, incontrandomi per strada, mi salutava con grande cordialità. Severino Gavasso

  2. Paolo Morelli 21 Agosto 2023 at 12:46 - Reply

    Buongiorno

    mi sento di esprimere un sentito ringraziamento per averci rinfrescato queste vicende tanto significative di un paese in cui alcune vi sono persone che decidono di sfruttare le istituzioni bancarie per i loro scopi personali, (ma anche i Benetton con Autostrade non sono stati da meno) i manager e i dipendenti non riescono ad evitare comportamenti commerciali che finiscono per colpire i clienti più fragili che si vedono rovinata la loro vita.
    Ed alla fine i veri responsabili ( i mandanti) di questi comportamenti delittuosi non pagano in maniera adeguata perché lo stato, qualche volta intenzionalmente altre perché semplicemente incapace, finisce per tutelare di più i colpevoli che i normali cittadini.
    Grazie ancora Paolo Morelli

    • Silvia Corradin 21 Agosto 2023 at 19:17 - Reply

      Buonasera Paolo,
      Grazie per il tuo commento, concordo con quanto hai scritto, purtroppo dietro queste vicende c’erano grossi conflitti di interesse, a discapito di molti risparmiatori che non avevano le conoscenze adeguate per capirlo. Il nostro obbiettivo è quello di provare a divulgare un’educazione finanziaria a tutti, per far sì che ogni persona abbia queste conoscenze e per poter fare scelte più consapevoli.
      Grazie ancora e buona serata!

  3. Alberto 14 Agosto 2023 at 13:57 - Reply

    Grazie per aver descritto la vicenda. Fidandosi di un parente direttore a VB, il mio povero zio ha perso tutta la liquidazione maturata in una vita di lavoro e che gli sarebbe servita per godersi la pensione.
    La lezione di questa vicenda è servita a me per iniziare un percorso di educazione finanziaria. Trovo assurdo che strumenti e concetti semplici come ETF, orizzonte temporale e diversificazione non vengano insegnati almeno dalla terza media per permettere ai giovanissimi di risparmiare con buonsenso.
    Grazie per la divulgazione che fate attraverso il sito.

    • Lorenzo Biagi 14 Agosto 2023 at 15:37 - Reply

      Grazie Alberto e mi dispiace molto per tuo zio. La storia, anche quella recente, fa parte assieme a tanto altro a quel bagaglio di conoscenza di base che ogni risparmiatore di base dovrebbe fare.
      Concordo, anche ai giovanissimi dovrebbe essere dato accesso gratuitamente a questa forma di educazione, purtroppo sembra essere una cosa più complicata del previsto ma almeno ora l’educazione finanziaria è entrata nei programmi di educazione civica.
      Noi con Investireconbuonsenso proviamo a divulgare queste conoscenze in modo assolutamente gratuito ormai da quasi 10 anni. E continueremo a farlo perché i nostri valori stanno tutti nel Manifesto https://investireconbuonsenso.com/manifesto/. Avanti così e buon Ferragosto!

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