
Fonte: Unsplash, James Wheeler
Ci sono dei numeri strettamente collegati all’attualità che tendiamo a snobbare o ignorare. Numeri che non fanno così notizia come il cambiamento climatico oppure i crolli di borsa. Spesso la drammaticità accompagna situazioni che sollecitano un nostro intervento immediato, quasi ci fosse la possibilità di riuscire a essere tra coloro che eviteranno (non si sa bene per quale motivo) l’impatto negativo degli eventi.
Esiste però una materia di cui si parla ancora relativamente poco e che non smuove più di tanto i nostri sentimenti. Numeri che sotto certi punti di vista hanno visto degli importanti miglioramenti (e quindi benefici per le persone) soprattutto negli ultimi 30-40 anni, ma che racchiudono al loro interno anche spiacevoli problemi collaterali che preferiamo ignorare. Perché il momento della “resa dei conti” è ancora lontano, oppure per il solito ritornello tanto a me non toccherà o per quella maledetta pigrizia che non vuole uscire dalla comfort zone attuale.
Perché è importante capire le conseguenze dell’inverno demografico
E invece è importante essere consapevoli di questo fenomeno che alcuni chiamano inverno demografico. Perché è importante? Perché siamo entrati in un territorio inesplorato per il mondo moderno visto che la causa non sono eventi bellici o pandemie.
Un territorio rappresentato da una popolazione che sarà sempre più anziana e longeva. Una fetta di popolazione che rappresenterà non il vertice, ma paradossalmente la base più ampia di una piramide demografica rovesciata. Ovvero più anziani e meno giovani.
Siccome il mio lavoro è anche quello di pianificare investimenti finalizzati a raggiungere obiettivi presenti e futuri della proprio vita, ho deciso di abbandonare per un po’ i libri di economia e finanza immergendomi nell’universo (per me) affascinante della demografia.

Mi sono documentato a fondo nei mesi scorsi sul tema analizzando i dati Eurostat.
Personalmente l’effetto che ha prodotto nel sottoscritto il riassumere questi numeri nell’articolo di oggi è stato un misto tra incredulità e velato pessimismo. Sono però arrivato alla conclusione che qualunque sarà l’evoluzione della curva demografica italiana ed europea da qui in avanti, per decine di anni le scelte personali di risparmio, investimento, protezione, previdenza, saranno determinanti nel disegnare il tipo di vecchiaia (o terza età come si diceva una volta) che andremo a vivere. E vale per un 50enne come per un 20enne.
Pensioni anni novanta vs pensioni di oggi
Per terza età comunemente si intende quel periodo della vita che va dai 65 anni in avanti.
Una convenzione che nel 1990 a un italiano 65enne prospettava 17 anni di vita aggiuntiva, oggi più di 20. Una buona notizia vista così.
Ma c’è un problema. Negli anni 90 questi bonus di vita si sommavano a quelli garantiti da un pensionamento precoce. La riforma Amato del 1992 innalzò l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini.
Oggi che l’età del pensionamento di vecchiaia è fissata a 67 anni (con adeguamenti periodici) il beneficio della maggiore aspettativa di vita è stato annientato dalle riforme pensionistiche e non si è tradotto in un uguale periodo di godimento della pensione rispetto ai fortunelli degli anni 90.
Un fattore, quello del meno tempo in pensione, aggravato dal meccanismo differente di calcolo (contributivo vs retributivo) che ha ampliato in modo importante il gap di assegno pensionistico moderno rispetto all’ultimo stipendio percepito prima di staccare la spina dal mondo del lavoro.
Insomma meno tempo per godersi la pensione a condizioni economiche peggiori rispetto ai nostri genitori.

Fonte: Eurostat, Inps e rielaborazioni dell’autore
Siccome un post troppo lungo potrebbe farmi perdere per strada parecchi lettori, ho così deciso di sintetizzare quelli che sono i dati più significativi e impattanti per il nostro futuro in otto punti.
Sono convinto che dopo questa lettura, giovani e prossimi pensionati, avranno a loro disposizione tutte le informazioni necessarie per affrontare adeguatamente l’inverno demografico.
Gli otto dati da conoscere per essere consapevoli delle conseguenze dell’inverno demografico
- L’aspettativa di vita per un over 65 in Europa è oggi di 21,1 anni per le donne e 17,7 per gli uomini. In Italia va meglio con le donne che godono in media di altri 21,9 anni di vita e gli uomini di 20,6 anni. Nel 1990 questi numeri erano rispettivamente di 18,9 e 15,2 anni. Una buona notizia per noi, meno buona per assicurazioni, fondi pensione e casse statali.
- Lo stato di salute delle persone dopo i 65 anni è migliorato nel tempo. Healthy Life Years (HLY), ovvero gli anni di vita attesi in buona salute, è un numero che segnala un periodo di vita senza limitazioni nelle funzionalità di base e senza disabilità. Le statistiche ci dicono che per uomini e donne italiane lo stato di buona salute permane mediamente per altri 10 anni dopo i 65, oltre uno in più rispetto alla media europea. Altra buona notizia e un fattore di cui tenere però conto nella gestione delle spese familiari, nella preparazione di adeguate coperture assicurative, della rendita pensionistica e della reversibilità (soprattutto se la donna più longeva dispone di assegni pensionistici modesti), della costruzione e gestione di un adeguato patrimonio finanziario con relativo piano di decumulo.

- In Europa oltre il 40% di maschi e femmine tra i 65 e i 74 anni soffrono di qualche forma di disabilità fisiche, percentuale che diventa 50% tra i 75 e gli 84 anni e oltre il 75% per gli over 85. Un ultra 65enne su due ha almeno un problema di cura della propria persona o delle attività domestiche (il 47% in Italia). Il 26% ha difficoltà considerate severe, ovvero è incapace di compiere almeno una delle cinque attività della vita quotidiana (nutrirsi, salire e scendere dal letto o dalla sedia, vestirsi e svestirsi, usare i servizi igienici, fare il bagno o la doccia). Il 46% lamenta difficoltà nell’avere assistenza nello svolgimento di queste attività. Il 30% degli over 65 con con difficoltà nella cura della persona o nelle attività domestiche ricorre ai servizi di assistenza domiciliari. Il senso delle polizze long term care per certe famiglie e a determinate condizioni sta anche in questi dati.

- In Europa un abitante su quattro è beneficiario di un assegno pensionistico la cui spesa rappresenta quasi il 13% del Pil UE. Purtroppo i dati che vi presenterò fra poco non potranno che peggiorare una situazione che i governi di tutto il mondo saranno costretti ad affrontare con risolutezza e pragmatismo.
- La popolazione europea oggi è di quasi 450 milioni di abitanti; oltre il 21% è over 65. Il 14,9% ha meno di 14 anni (12,5% in Italia), il 63,8% tra 15 e 64 anni (il 63,5% in Italia), il 21,3% è over 65 (il 24% in Italia). L’età media delle popolazione UE è di 44,5 anni (48,4 in Italia). Secondo le proiezioni statistico demografiche nel 2100 saremo meno di 420 milioni in Eurolandia. Gli ultra ottantenni passerebbero dal 6% attuale al 15,3% del totale della popolazione. Gli ultra sessantacinquenni passerebbero dal 21,3% di oggi al 32,5%. L’età media salirebbe a fine secolo a 50 anni. Il cambiamento demografico rischia di creare stravolgimenti sociali al momento neanche immaginabili.

- Il tasso di fertilità delle donne europee è di 1,46 nati per donna (1,24 in Italia) la cui età media alla nascita del primo figlio è di 29,7 anni (31,7 in Italia). Nel nostro paese il tasso di fertilità è ormai immobile dal 2000 mentre nel 1970 era di 2,38. Tema globale che sta coinvolgendo anche i paesi asiatici. In Cina il numero degli animali domestici ha superato quello dei bambini sotto i 4 anni. In Corea del Sud si vendono più passeggini per animali che per infanti. Sono amante degli animali, ma cani e gatti purtroppo non pagheranno tasse e contributi previdenziali.

- In Europa ci sono tre persone in età lavorativa per ogni over 65 (il cosiddetto old age dependency ratio è al 33,4%). Italia e Finlandia hanno i dati peggiori con il 37,8%. Nel 2100 è previsto salire al 59,7%.

- In Europa il rapporto tra persone in età non lavorativa (under 15 compresi) e persone in età lavorativa (tra 15 e 64 anni) è del 56,7% (il cosiddetto total age dependency ratio); ci sono quindi due persone in età da lavoro per ogni persona non attiva. In Italia siamo al 57,4%. Nel 2100 questo dato è previsto salire in EU al 83,9%.
Questo il quadro. Magari le stime sono troppo pessimistiche, magari qualche evento interromperà le tendenze in essere nei paesi occidentali. Magari l’intelligenza artificiale più che compenserà il calo di forza lavoro disponibile (anche nei servizi di assistenza agli anziani) con una elevatissima produttività.
Un blog che si occupa di investimenti e finanza personale non poteva però non affrontare questo tema che avrà impatti enormi non solo sulle pensione e sui futuri andamenti dell’economia. Ma anche su tutte le scelte di risparmio e di allocazione degli investimenti che ogni persona e/o famiglia andrà a compiere nei prossimi anni. Con tante incognite.
I tassi ritorneranno sotto lo zero? L’inflazione da servizi alla persona esploderà? Chi acquisterà le case del futuro se saremo sempre meno? Gli utili aziendali proseguiranno su questa traiettoria o dovranno fare i conti con un numero inferiore di consumatori e/o consumi? Tante sfide ma anche opportunità che coinvolgeranno rami della finanza finora rimasti un pò ai margini come le coperture assicurative e la pianificazione previdenziale, passando dalla gestione meno improvvisata della fase di decumulo del capitale privato.
Comunque andrà il vivere bene nella società dell’imminente inverno demografico è più che mai oggi nelle nostre mani. Sperare in uno stellone salvatore è una scelta molto rischiosa che non consiglio a nessuno in questo momento storico.
Buon investimento.
