Quanto potrà prelevare dal proprio capitale privato il pensionato del 2026 per avere una elevata probabilità di non esaurire i soldi troppo in fretta?
La pubblicazione del rapporto annuale Morningstar “The State of Retirement Income 2026” cerca da diversi anni di dare una risposta al quesito.
L’aggiornamento annuale del tasso di prelievo considerato sostenibile dagli analisti americani è la base di partenza per tentare di disegnare una strategia di decumulo in pensione (oppure in FIRE), ma è anche per il sottoscritto una buona occasione per dare continuità all’articolo che ho scritto in questo periodo dell’anno scorso e fare ulteriori ragionamenti.
Questi rapporti sono sempre molto interessanti per chi sta studiando il tema, ma anche molto vaghi e imprecisi soprattutto per la realtà italiana.
La regola aurea che vale in finanza è che non ci sono certezze e se certe ricerche risultano è vero molto affascinanti, vanno sempre interpretate con la maggior oggettività possibile, cercando di comprendere quanto realistici siano i numeri e calarli nella realtà italiana, decisamente differente da quella americana.
Non esistono in questo campo ricette magiche anche se qualcuno (ne sono sicuro) nei prossimi anni cavalcherà l’onda per “venderle” come tali.
La sola presenza di tante “assunzioni” soggettive dimostra quanto variabili potrebbero essere le conclusioni finali alle quali arrivare dopo la lettura di ricerche di questo tipo.
Ma sui principi di base, più che il numero finale in sé stesso, possono essere fatte delle utili considerazioni per come interpretare, disegnare e limitare i rischi della strategia che accompagna ogni futuro pensionato nella gestione del proprio patrimonio finanziario privato.
La metodologia dell’analisi compiuta da Morningstar non cambia e vi rimando per i dettagli all’articolo dell’anno passato. L’obiettivo iniziale della ricerca è quello di definire quanti soldi si possono prelevare durante il primo anno di un periodo di pensionamento della durata di almeno 30 anni, con un portafoglio misto azioni‑obbligazioni, senza considerare pensione pubblica o altri redditi.
Come sappiamo bene anche solo la pensione minima Inps migliorerebbe parecchio lo scenario di un piano di decumulo. E questo è giù un fattore da non ignorare nelle conclusioni finali.
Secondo Morningstar torna buona la regola del 4%
La sintesi di tutta la ricerca è il cosiddetto tasso iniziale di prelievo “sicuro” per chi desidera una spesa (prelievo di capitale) costante in termini reali (cioè indicizzata all’inflazione), accettando un 10% di probabilità di restare senza soldi prima dei 30 anni.
Il 10% è la percentuale di fallimento della strategia scelto da Morningstar e che trovo condivisibile come livello di “rischio” anche considerando che non si tiene conto di altri redditi in ingresso. La simulazione non è di tipo storico, ma utilizza la metodologia statistica Montecarlo con rendimenti “scelti” da chi ha condotto lo studio. Infatti si utilizzano rendimenti attesi sulle principali asset class.
La sintesi finale del corposo documento è che a fine 2025 il tasso di prelievo sostenibile per un neo pensionato che vuole vivere con il proprio patrimonio finanziario senza correre troppi rischi, sale al 3,9% dal 3,7% del 2024.
Quindi, se disponiamo di 1 milione di euro potremo prelevare il primo anno 39 mila euro (che adegueremo negli anni successivi all’inflazione) con una ragionevole certezza di non finire i soldi prima di 30 anni.
Questa strategia è detta di prelievo fisso visto che l’importo potrà solo salire per adeguarsi al costo della vita.
Indipendentemente dal fatto che ci serviranno più o meno soldi nella vita reale, questa è la rendita che possiamo permetterci secondo lo studio.
Siamo di fronte alla classica regola del 4% di Bengen di cui già conosciamo il limite principale, la rigidità nei prelievi, ma che piace molto a chi vuole crearsi una rendita sostenibile con i propri risparmi e una gestione abbastanza semplice e di immediata comprensione.
Il numero finale risulta quindi migliorato rispetto all’anno passato (possiamo spendere uno 0,2% di capitale in più ogni anno), il che è imputabile in parte ai rendimenti obbligazionari (qui sono stati utilizzati ovviamente quelli americani) che garantiscono un buon cuscinetto contro il famigerato rischio di sequenza negativa dei rendimenti. Ma merito anche dell’accresciuto rendimento atteso dell’azionario americano, almeno secondo Morningstar.
Mentre l’equity internazionale dovrebbe offrire un rendimento atteso nei prossimi anni del 9% nominale, quello americano “curiosamente” sale dal 7,3% al 8,6%. Dico curiosamente perché il CAPE di Shiller (il prezzo della borsa americana rapportato alla media di utili degli ultimi 10 anni) è la metrica di valutazione dei mercati azionari più utilizzata da chi si occupa di pianificazione di questo tipo. Oggi il CAPE della borsa americana sta sopra al già elevato valore del 2024 e ci dice che l’indice azionario quota 40 volte gli utili medi dell’ultimo decennio.
Dobbiamo tornare al 2000 per ritrovare un valore simile e invertendo il numero (1/40) scopriamo il rendimento reale (al netto dell’inflazione) atteso sulla borsa americana da qui al 2035-2040, ovvero il 2,5%.
Il numero è abbastanza deprimente (un bond indicizzato all’inflazione americana offre oggi “sicuro” lo stesso rendimento) e pronosticherebbe un decennio di sostanziale invarianza tra bond ed equity.
Gli ultimi anni hanno però smentito clamorosamente le attese sul valore predittivo del CAPE che potrebbe essere semplicemente un modello che ha smesso di funzionare. Per questo non mi concentrerei troppo sul numero in sé stesso, quanto sull’opportunità di tenerne conto quando si costruisce un portafoglio e il relativo tasso di prelievo del capitale che dovrà supportarci nella spesa quotidiana se nel 2026 abbandoneremo il lavoro.

Cape di Shiller borsa US
Obiettivo raggiunto e con un peso azionario “stranamente” moderato
Il 3,9% di prelievo annuo sul capitalo esce fuori comunque da un portafoglio con un peso di azioni compreso tra 30% e 50%, non di più.
Con livelli di equity più alti, secondo le simulazioni, non si raggiunge un livello di spesa sostenibile superiore (3,4% il 100% azionario), pur offrendo questa allocazione un potenziale di capitale residuo finale (leggi eredità) ovviamente più consistente a fronte di una maggiore volatilità dei rendimenti.

Tassi di prelievo sicuri, peso azionario e capitale finale
Anche qui trovo curiosa la conclusione a cui arriva una ricerca che va in controtendenza con tutte quelle che sono le evidenze storiche.
I vari paper accademici che si sono succeduti nel tempo indicano quasi all’unisono in percentuali comprese tra il 50% e l’80% di azionario il peso ottimale per gestire anche la sequenza negativa dei rendimenti nei primi anni di pensione.
La buona notizia arriva oggi dal mondo obbligazionario dove è sostanzialmente “garantito” un tasso di prelievo del 4,5% utilizzando i TIPS, le obbligazioni indicizzate all’inflazione americane. La non sempre gradita postilla finale di questa strategia è però che il capitale si esaurisce in 30 anni quindi niente felice eredità per chi rimane.
Purtroppo, in Europa, se mai fosse possibile attuare una strategia a scala sui bond indicizzati all’inflazione (qui ho spiegato perché non è possibile), ci dovremmo accontentare del 3,8% di tasso di prelievo che, al netto di tasse e imposte di bollo varie, scenderebbe probabilmente al 3,5%. Comunque un risultato apprezzabile.
Pro e contro della strategia a prelievo fisso
Il 3,9% di tasso di prelievo sostenibile presentato da Morningstar per il 2026 è il rappresentante numerico di una strategia di prelievo fisso.
Il primo vantaggio del prelievo fisso sono sicuramente la grande semplicità operativa.
Si definisce un importo annuo (es. 39.000 euro su 1 milione) e lo si indicizza, al pari di una “pensione privata” rivalutata per l’inflazione.
Massima prevedibilità del tenore di vita e la spesa reale resta stabile aiutando a programmare budget e progetti.
Il lato opposto della medaglia potrebbe però non piacere a tutti. Questa è un’impostazione costruita per lo scenario peggiore e nella maggior parte dei casi dopo 30 anni rimarrà in portafoglio un capitale ancora molto consistente, segno che si sarebbe potuto spendere di più e godersi la vita. In questo caso sono convinto che gli eredi spingerebbero per andare su questa strategia.
Con il prelievo fisso non c’è reazione a ciò che succede davvero ai mercati o alla nostra vita. La strategia non sollecita il taglio della spesa quando i rendimenti degli investimenti sono pessimi, ma nemmeno ci concede qualcosa in più quando il portafoglio va molto bene.
Con questa strategia si tende quindi a proteggere il rischio di sopravvivenza del capitale, sacrificando la qualità di vita nei primi anni di pensione, in genere i più “attivi”.

I rimedi delle strategie di decumulo flessibili
Per compensare questi limiti esistono le strategie flessibili. Sono tante e spesso citate come la panacea di tutti i mali. Morningstar ne presenta solo alcune nella sua ricerca, ma sono sufficienti per capire limiti e opportunità.
Nelle strategie flessibili la quantità di denaro prelevata varia di anno in anno in risposta all’andamento del portafoglio, all’inflazione o a regole prefissate.
Complessivamente, queste strategie permettono tassi di prelievo iniziali ben più alti del 3,9%: in alcuni casi la ricerca si spinge fino a circa il 5,7% di tasso di prelievo con orizzonte 30 anni e probabilità di fallimento sempre del 10%.
Nessun pasto è gratis e anche con le strategie flessibili la regola è confermata.
Come esempio prendo la strategia del guardrails, sempre molto sponsorizzata dalla divisione retirement di Morningstar, ma sulla quale da tempo ho raffreddato personalmente i miei iniziali entusiasmi.
Utilizzando dei meccanismi di cap and floor che fanno scattare al superamento di certi livelli delle riduzioni o degli aumenti di spesa del 10%, si arriva nello studio a tassi di prelievo sostenibili che possono superare il 5% in fase iniziale.
Quello che però non viene detto esplicitamente è che uscendo da questi binari si può correre il rischio, se guardiamo ovviamente allo scenario di riduzione della spesa a causa di mercati negativi, di passare parecchi anni spendendo meno di quello che avremmo speso con la regola del prelievo fisso.
E se questi anni sono i primi 5-10 del periodo pensionistico (vedi decennio perso di inizio secolo) questo rischia di essere un problema. Avere più denaro da spendere in età avanzata non è esattamente il modo migliore per ottimizzare l’esperienza complessiva.
È vero che tutte le strategie flessibili generano mediamente una maggiore spesa durante il periodo complessivo nella vita rispetto alle strategie statiche; si taglia la spesa dopo le fasi negative e la si aumenta nei periodi favorevoli. Il punto è che non sappiamo come è distribuita questa spesa a livello temporale.
Si riducono i rischi di esaurire prima il capitale a causa di una sequenza negativa dei rendimenti nella fase iniziale della pensione con le strategie flessibili, ma è altrettanto vero che il reddito annuale ha una volatilità maggiore con potenziali impatti sullo stile di vita. Scenario non irrilevante e gradito in età soprattutto avanzata.
Infine, non bisogna mai dimenticare la maggior complessità gestionale di una strategia flessibile. Occorre monitorare diverse variabili, formule, fogli di calcolo, ribilanciamenti e il fai da te, combinato con il declino cognitivo e un basso livello di educazione finanziaria, rischia di diventare un problema ad un certo punto della vita.
L’ancora di salvezza della pensione
Doverosamente va però sempre ricordato quando si leggono queste ricerche che il reddito estratto da un portafoglio di investimento si somma nella vita reale alla pensione pubblica, una rendita vitalizia indicizzata almeno in parte all’inflazione e che rappresenta una base relativamente stabile.
Ciò rende psicologicamente più accettabile una certa flessibilità sul capitale privato qualora si dovesse decidere di puntare su questo tipo di strategia. Ma anche del livello di rischio che siamo disposti a tollerare sul portafoglio stesso che potrà essere un pochino più alto.
Ricordo sempre che queste simulazioni statiche o flessibili che siano non tengono costo di tassazione (quando si prelevano soldi vendendo strumenti finanziari si pagano le tasse sugli utili) e costi. Questo rende il 3,9% una percentuale sovrastimata per il pubblico americano, ma soprattutto italiano.
Morningstar propone nel corposo rapporto anche un’indicazione del “costo” della sicurezza, ovvero quanto possiamo prelevare confidenti di avere un 100% di percentuale di successo nella strategia (e non 90%).
Il maggior tasso di prelievo in ambiente probabilistico sicuro si posiziona attorno al 2,6% utilizzando però solo un 20% di azionario.

Quanto prelevare per peso azionario con probabilità di insuccesso nulla
Risultati ben differenti e pessimisti rispetto a quelli che la storia ci ha consegnato finora e che devono sempre far riflettere su quali sono i pregi e i difetti di certe simulazioni e analisi.

Tassi di prelievo sicuro storici con 10% di probabilità di fallimento.
La vera utilità di ricerche di questo tipo
Personalmente ritengo queste ricerche utili per avere la “temperatura” di fine anno dello stato del mercato. Nel 2021 il 3,3% di tasso di prelievo pubblicato da Morningstar suggerì prudenza al pensionato che stava per partire con la strategia. E in effetti il 2022 si rivelò annata non bellissima. Il miglioramento in ottica 2026 potrebbe essere di buon auspicio, o almeno si spera toccando ferro e incrociando le dita.
Inoltre, attraverso ricerche di questo tipo si possono individuare con l’aiuto di numeri e scenari i compromessi con i quali scendere a patti nel momento in cui si deve scegliere una strategia di decumulo.
Più azioni = maggior potenziale di spesa, ma più rischio di vivere una sequenza negativa dei rendimenti nei primi decisivi anni di pensione.
Più flessibilità nei prelievi = più reddito mediamente nel tempo, ma standard di vita meno regolare con la distribuzione delle spese sconosciuta temporalmente ex ante.
Più garanzie (rendite, titoli indicizzati) = più sicurezza ma meno patrimonio residuo alla fine.
Queste strategie sono delle utili basi di riflessione per chi ha impostato una pianificazione previdenziale. Per mettere dei correttivi oppure per rafforzare le convinzioni esistenti.
Non vanno mai prese le conclusioni finali esaltate da un solo numero a grande effetto come verità assolute.
Ogni risultato va contestualizzato sul proprio mercato di riferimento, sulle proprie condizioni personali, sulla propria tolleranza al rischio, sul mondo reale che accompagna ogni investimento finanziario (strumenti, costi, tasse).
Solo a quel punto, dopo aver soppesato bene il tutto, si potrà scegliere quella che sembra essere la soluzione che meglio si adatta a obiettivi conditi da inevitabili paure e desideri.
Buon investimento.

tanti auguri di buone feste a tutto il team di IBS e in particolare al mio “vecchio” amico AW che mi ha tenuto (molto) piacevole e (molto) istruttiva compagnia per tantissimo tempo (e non è di certo finita qui). Sempre in gamba!!
Grazie Erreffe contraccambio gli auguri a nome di tutto il team. Molto gentile. A breve troverai la mia consueta letterina di fine anno -)) e aspetto i tuoi sempre apprezzati commenti.