By |Categorie: Investimento, Pensione|Pubblicato il: 9 Marzo, 2026|

Nell’articolo precedente abbiamo conosciuto i destini finanziari di un pensionato europeo che festeggiava la fine del lavoro e del millennio. Un neo pensionato stretto tra i timori di un baco informatico che poteva distruggere le modernità tecnologiche appena conquistate, e una crescita dirompente delle borse che gli avevano permesso di dismettere prima del previsto gli abiti da lavoro.

Preoccupazioni ed euforia che presto avrebbero lasciato spazio a sentimenti ben diversi.

Nessun Millennium Bug, con relativo sospiro di sollievo, ma inizio della discesa dei mercati con sonni notturni sempre più agitati.

Si stava preparando il primo vero test reale per tante regole di decumulo.

Gli ETF (e i fondi indice) cominciavano a catturare l’attenzione di investitori, soprattutto americani, finalmente in grado di liberarsi in un colpo solo delle gestioni attive iper-costose dei fondi di investimento.

Gli anni immediatamente successivi — 2000, 2001, 2002 e 2003 — hanno rappresentato un laboratorio molto interessante, a oggi non ancora esaurito considerando i canonici 30 anni di durata di una strategia di decumulo media.

Sono anni  in cui la bolla tecnologica non si è limitata a scoppiare. Ha continuato a sgonfiarsi lentamente, erodendo patrimoni, fiducia e certezze.

Chi ha scelto di ritirarsi dal lavoro nel 2000 pensando che si potesse vivere di sola finanza, non ha avuto nemmeno il “lusso” di un primo anno positivo su cui costruire la propria sicurezza economica, ma ha iniziato il viaggio in un contesto già compromesso. E questo, lo sappiamo bene, cambia tutto.

Il rischio della sequenza dei rendimenti

Se esiste una variabile capace di determinare il successo o il fallimento di una strategia di decumulo, non è tanto il rendimento medio di lungo periodo, ma l’ordine con cui quei rendimenti si presentano.

È il cosiddetto rischio di sequenza dei rendimenti, improvvisamente diventato un tormentone citato da finfluencer e consulenti che fanno copia e incolla trasmettendo ansia ai propri followers.

Il rischio di sequenza è un nemico silenzioso che colpisce soprattutto nei primi anni di pensionamento (ma anche in quelli immediatamente precedenti), quando il capitale è corposo e sottoposto a continui prelievi per finanziare le spese di vita.

Ma come tutti i fattori deprimenti e superinflazionati dai media, le preoccupazioni sul rischio di sequenza spesso tendono a superare la reale minaccia.

Vedendo un treno che ci sta per colpire frontalmente dubito che staremmo immobili a guardare. Lo stesso accadrebbe per la spesa di tutti i giorni se il capitale dovesse scendere pericolosamente in poco tempo. E comunque non è mai solo la sequenza dei rendimenti negativa a fare danni.

Ma su tutta la materia (e tanto altro) tornerò in un libro dedicato al tema di come gestire il patrimonio durante la pensione che pubblicherò dopo l’estate.

In questo secondo articolo devo completare l’indagine su come è andata a finire per i pensionati del Millennium Bug. E dopo quello del 1999, conosceremo il destino dei pensionati del 2000, 2001, 2002 e del 2003. Lo faremo per varie combinazioni di asset allocation (replicate con ETF in euro su azionario mondiale e obbligazionario europeo) e per differenti strategie di prelievo.

Scopriremo soprattutto che pochi anni di differenza possono separare una pensione serena da una lunga convivenza con l’incertezza.

Come è andata con la regola del 4% dal 2000 in poi?

Precedenza ovviamente alla celebre regola del 4%, da qualche anno sulla bocca più o meno di tutti coloro che predicano il FIRE in Italia.

Per il pensionato ultra aggressivo che non aveva letto con attenzione i dettagli della regoletta, gli anni rampanti della new economy si sono rivelati perfetti per andare in rovina.

Un sessantenne con doti paranormali di viaggiatore nel tempo, ritornato da un futuro nel quale aveva conosciuto un tale Scott Cederburg, gonfio di entusiasmo decise nel 2000 di mettere tutti i risparmi destinati alla pensione (1 milione di euro) sul mercato azionario internazionale. E poi via di regola del 4%.

Il risultato? Soldi finiti nel 2017 all’età di 77 anni. E a quel punto ritornare a lavorare è un problema. Vivere con 500 euro di pensione pure.

ETF utilizzati: Xtrackers Msci World Eur Swap e Xtrackers Eurozone Government Bond

Il fratellino anche lui in pensione, contagiato dall’entusiasmo fece lo stesso nel 2001. Risultato? Soldi finiti dopo 22 anni e stessa pensione da 500 euro.

La regola del 4% non è solo fatta di una cifra calcolata con una percentuale, poi adattata per l’inflazione negli anni successivi. C’è dell’altro.

La vera storia della regola del 4%

Come ad esempio l’asset allocation scelta per accompagnare la strategia. Non tutte le asset allocation hanno infatti garantito il risultato noto come safe withdrawal rate del 4,15% per almeno 30 anni.

La regola del 4% non ha mai prescritto una esposizione 100% azionario come ottimale.

Se il nostro amico pensionato del 2000 (e il fratello del 2001) avessero seguito fedelmente le indicazioni del caro vecchio Bill Bengen (ma con le inevitabili divagazioni geografiche e valutarie essendo residenti in Europa), investendo al 50% in azioni e al 50% in obbligazioni sarebbero ancora qui con un discreto gruzzoletto in tasca, seppur svalutato in termini reali.

Si poteva fare meglio (ma neanche più di tanto) con il 100% in obbligazioni, ma con un rischio paradossalmente più alto (inflazione e costo opportunità in primis).

Ma quale sarebbe stato per il pensionato del 2000 il tasso di prelievo sicuro decidendo di andare avanti con il 100% azionario?

Il 3,3% era, con il senno di poi, la percentuale giusta. Ma attenzione. A dicembre 2025 il capitale rimasto si riduce ormai a pochi spiccioli. Con una manciata di anni ancora davanti mi verrebbe da dire che una percentuale più vicina al 3% sarebbe stata quella sicura.

Per chi invece decise di staccare la spina nel 2001, sempre con un 100% azionario, il tasso di prelievo sicuro con ancora diversi anni davanti, al momento sarebbe del 3,7%.

Morale. Il 100% azionario in pensione potrebbe non essere una cattiva idea (oltre che la più redditizia nella maggior parte del tempo), ma se vogliamo avere una probabilità molto bassa di non fallire dovremo accontentarci di consumare un pò meno. Oppure accettare di rendere più flessibile la spesa stessa durante la pensione/FIRE.

Come sono andare le altre strategie di prelievo?

Sempre rimanendo nell’anno 2000, le altre tre tecniche di prelievo ci fanno capire che non è semplice difendersi in momenti di mercato in cui la sequenza negativa dei rendimenti colpisce duro.

Il prelievo in percentuale costante (4% del valore di capitale ogni fine anno) con azionario 100%, solo nel 2018 è riuscito a permettersi un prelievo nominale di 40 mila euro. Per chi avesse scelto il bilanciato il punto di pareggio è arrivato prima, nel 2013. Hai voglia a dire che è importante la flessibilità della spesa quando ti trovi di fronte a rinunce comprese tra il 30% (portafoglio bilanciato) e il 60% (portafoglio azionario). C’è però una contropartita. Con questa tecnica del prelievo percentuale costante l’eredità risulta essere la più ricca tra i quattro sistemi di prelievo. Lo stesso vale per il pensionato del 2001.

Altrettanto fallimentare si è rivelata in quegli anni la tecnica del prelievo a valore costante (40 mila euro fissi ogni anno indipendentemente dal capitale) investendo al 100% in azionario. A tal proposito vale sempre la pena ricordare che nel 2025 i 40 mila euro spesi valgono la metà in termini di potere d’acquisto reale. Ma oltre al danno la beffa. Il 100% azionario scelto nel 2000, non solo ha subito una pesante riduzione nella spesa reale, ma ora anche il capitale residuo si sta avvicinando allo zero.

La tecnica del guard rail (tassi di prelievo massimi e minimi), infine, conferma i suoi enormi limiti quando la sequenza dei rendimenti si fa molto negativa. Spesa in costante contrazione per il 100% azionario, a galleggiare sotto i 40 mila euro di prelievo per buona parte del tempo per il portafoglio bilanciato. Tutto ciò in cambio di un capitale finale che rimane salvaguardato per gli eredi. Questione di punti di vista.

Passati queste due annate terribili per il pensionato del 2002 i numeri tornano ad allinearsi a quelli del 1999; il pensionato del 2003 è colui che, grazie alla Dea Bandata, ha vissuto invece un ritiro dorato.

Incredibile ma è così. Tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2002-2003 ci troviamo di fronte a destini completamente diversi.

Per la generazione del 2003, superato un periodo critico tra il 2007 e il 2009, qualsiasi opzione con un po’ di azionario in corpo si sarebbe rivelata proficua. E qualsiasi fosse stata la tecnica di prelievo scelta all’epoca, un investimento bilanciato avrebbe mantenuto il valore reale del capitale iniziale, ma anche il potere d’acquisto della spesa (fatta eccezione per la tecnica di prelievo a valore costante).

Chi avesse osato con un 100% azionario nel momento più drammatico delle borse mondiali avrebbe, non solo preparato il terreno a una ricchissima eredità, ma anche alzato decisamente il proprio tenore di vita con le strategie più flessibili come il guard rail (oggi con un potere di spesa del 50% più alto di quello reale).

Chi avesse optato per il 100% obbligazioni si ritroverebbe con un capitale finale falciato dall’inflazione senza ottenere in contropartita importanti upside di spesa.

Fonti: Elaborazioni proprie dell’autore su dati B&B Finance

Quale strategia scegliere?

Questa cronologia storica di back test non ci dice quale strategia è migliore delle altre, nemmeno quale sarà vincente in futuro. E forse faremmo bene tutti quanti ad accettare questo fatto.

Avrei potuto inserire nei test altre strategie e sicuramente sarebbe emerso un vincente. Il problema è che il contesto di mercato non lo possiamo prevedere. L’inflazione nemmeno. Il nostro comportamento, figuriamoci.

I 30 anni potrebbe essere un orizzonte temporale troppo corto per i nostri desideri. Ma anche per contemplare imprevisti della vita. La fiscalità (che qui non ho considerato) potrebbe farsi decisamente più ostile.

Elementi questi che, assieme a tanti altri, rendono l’esperimento di raccontare spezzoni di vita realmente vissuta abbastanza sterile, ma utile per guadagnare in consapevolezza. Anche perché, ad un certo punto, a qualcosa dovremo pur affidarci.

Esistono tecniche di prelievo del capitale che permettono di difendersi meglio da mercati avversi anche con asset allocation più aggressive, ma al costo di sacrifici di spesa notevoli. Altre tecniche mantengono il potere d’acquisto, ma in fasi di mercati molto negative rischiano di farci rimanere senza soldi troppo presto.

Il 100% azionario per sempre è una storiella che non regge per un investitore europeo che ricerca una elevata probabilità di sostenibilità del proprio piano con tassi di prelievo importanti e che non accetta compromessi sulla flessibilità di spesa. Ma potrebbe andare bene per chi capitali corposi, fonti di reddito alternative, capitale umano ancora spendibile.

Il 100% obbligazionario è la strategia più confortevole, ma eredità e spesa rischiano di subire potature importanti (fino ad andare a zero) in caso di inflazione sopra la media, senza offrire nulla in cambio.

Il portafoglio bilanciato sembra uscire come la soluzione più accettabile per chi non è disposto a fare scommesse sul suo futuro da pensionato.

Lo so, lo so. La tradizione non piace a chi vive di finanza oppure adora ascoltare storie sul tema.

E quindi il 60/40 un anno sì e uno no è dato per spacciato. Il problema è che lui, come tante altre combinazioni azioni/obbligazioni, uno storico sul quale ragionare ce l’ha. Altre asset allocation (o strategie) meno tradizionali e più esotiche no. Quindi in tutta onestà su di esse non potrei pronunciarmi su cosa potrebbe funzionare e cosa no.

Un esempio. Ricordo ancora i tempi in cui lavoravo nell’Area Finanza di una banca e la strategia Risk Parity, oggi tornata di moda, pre 2008 riempiva la mia agenda dedicata alla selezione fondi. Dopo qualche anno era completamente caduta nell’oblio (per essere buono) con gestori prima osannati che ti raccontavano la solita patetica scusa che il mercato stava vivendo momenti eccezionali. No, semplicemente era cambiato il regime di mercato e quella strategia non funzionava più bene e non era colpa di nessuno, della FED o di Soros.

E se i momenti “eccezionali” dovessero arrivare proprio quando in pensione ci sono io, che si fa? Si cambia strategia? Si cambiano i prodotti? Si aspetta mangiando pane e cipolla?

Alla fine di questo viaggio nel tempo, si può dire tranquillamente che la regola del 4% ha retto anche per un investitore europeo; le altre tecniche pure, garantendo quasi sempre la conservazione del capitale in cambio però di una fortissima flessibilità di spesa che potrebbe diventare un serio problema in vecchiaia.

Ma questi due articoli densi di numeri per dire cosa?

Per dire che siamo fortunati. Neanche tanto tempo fa i mercati, quelli veri, fatti di prodotti acquistabili con un click o una telefonata, hanno ricreato una perfetta palestra di allenamento estremo. Utile soprattutto per comprendere fin dove si potrebbe spingere lo stress in un periodo della vita in cui le fonti di reddito mensili sono limitate o nulle e dobbiamo vivere con quello che abbiamo messo da parte.

Buona parte di questo test è genuino, sicuramente qualcuno lo criticherà perché troppo semplicistico quanto a strumenti e asset class utilizzate. Il punto cruciale è che nessun foglio di excel, backtest, simulazioni Monte Carlo, strategie o altro potrà mai catturare le emozioni, i dubbi, le paure, del momento in cui si sceglie di vivere di rendita abbandonando il lavoro.

Posso solo immaginare, ma lo stato d’animo (e le scelte) di chi approcciò il FIRE o la pensione nel 1999 non credo fu esattamente lo stesso di chi fece la stessa scelta negli anni successivi. Condizionando le conseguenze future di spesa e di investimento.

E a volte quello che conta non è il risultato finale più alto in assoluto, ma come certe decisioni ci fanno sentire a nostro agio, più tranquilli e senza rimpianti. E non sempre si possono massimizzare entrambe.

Buon investimento.

Leggi anche: Che fine hanno fatto i pensionati del millennium bug (parte I)

3 commenti

  1. Luca F. 10 Marzo 2026 at 22:34 - Reply

    Non riesco a rispondere dopo il tuo commento, lo faccio qui.
    Se vuoi usare il verbo “mantenere” significa che al tuo milione ci sei arrivato in 40 anni investito 100% azionario suddiviso opportunamente.
    Ora per paragonare alle stesse condizioni gli altri portafogli bilanciati devi fare il backtest della fase di accumulo a parità di contributi.
    Se con Cederburg arrivi a un milione dopo 40 anni, con un target date fund ci arrivi con 500000 grosso modo. Ora vedi che con mezzo milione e con la regola del 4% hai dei rendimenti miseri, anche se non si esaurisce.
    Non è corretto mettere tutti i portafogli sulla stessa linea di partenza dopo la fase di accumulo; ognuno partirà invece da dove è arrivato alla fine della fase di accumulo e li si valuta cosa conviene di più ad un investitore.
    In ogni caso lo studio di Cederburg propone anche la possibilità di usare liquidità nella fase di passaggio al decumulo (primi 5 anni mi pare) per contrastare il rischio di sequenza. Nello studio mi pare non desse il portafoglio come infallibile con la regola del 4%, ma lo era in modo paragonabile ad altri portafogli.

  2. Luca F. 9 Marzo 2026 at 21:09 - Reply

    “Un sessantenne con doti paranormali di viaggiatore nel tempo, ritornato da un futuro nel quale aveva conosciuto un tale Scott Cederburg, gonfio di entusiasmo decise nel 2000 di mettere tutti i risparmi destinati alla pensione (1 milione di euro) sul mercato azionario internazionale. E poi via di regola del 4%.”
    Lo studio di Cederburg non riguarda affatto questo scenario. La strategia ottimale copre l’intero ciclo di vita del risparmiatore, dalla prima busta paga fino alla morte. Chi avesse seguito questa strategia per tutta la carriera si sarebbe ritrovato al momento del pensionamento con un patrimonio significativamente superiore rispetto al suo omologo con portafoglio bilanciato, proprio grazie ai decenni di accumulo interamente azionario. Quel patrimonio più elevato avrebbe fornito un cuscinetto ben più robusto per assorbire i drawdown di inizio millennio.

    • Lorenzo Biagi 9 Marzo 2026 at 21:26

      Hai ragione, ho sbagliato il verbo, al posto di mettere avrei dovuto scrivere mantenere. E il destino di quel milione di euro guadagnato con il 100% azionario avrebbe seguito il destino del back test. Quindi poco cambia se il numero di partenza è sempre quello. Su Cederburg mi sono già espresso a suo tempo https://investireconbuonsenso.com/2024/02/19/100-azionario-per-sempre-forse-si-o-forse-no/ citando le critiche di commenti ben più autorevoli dei miei. Solo un appunto. Il mio studio usa quasi (qualche anno ho dovuto anche io riprodurlo usando indice al posto di ETF) tutti dati reali. Strumenti veri, acquistabili sul mercato, con dinamiche di cambio e di prezzo reali. Tutto il resto è molto accademia e forse ce ne dimentichiamo troppo spesso.

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