
Educazione finanziaria, due parole che tanti attori del settore (e non solo) stanno utilizzando ormai da qualche anno per qualificare contenuti o iniziative che trattano il tema della gestione del denaro. Alcuni lo fanno in modo egregio, altri un pò meno.
Paroloni altisonanti conditi da immagini di famiglie felici in stile Mulino Bianco sono una costante.
C’è il neonato (pensa al suo futuro), o la famiglia che sorride davanti a un pc (naturalmente con la mela di un noto marchio bella in vista e con il dito indice che illumina la strada per un radioso futuro finanziario), o ancora nonni ingrigiti dagli anni che sorridente si godono un sereno tramonto marino dalla classica casetta sulla spiaggia.
Investitore/risparmiatore/consumatore consapevole, decisioni finanziarie informate, futuro sereno e sicuro, costruire le basi per il futuro. Queste sono alcune delle classiche frasi fatte che accompagnano queste immagini bucoliche.
Quante di queste parole sono il frutto di un accurato marketing studiato a tavolino per distogliere l’attenzione da altri temi scottanti, oppure di una convinta volontà di portare a termine una missione, non è così difficile da capire. Ma questa è tutt’altra storia.
Non ci sono solo le banche. Youtuber e podcaster che di mestiere hanno fatto altro nella vita si scoprono “educatori finanziari” per il solo piacere di farlo. Se alcuni di loro riescono a divulgare in modo efficace sostituendosi alle istituzioni preposte, per altri l’esercizio appare spesso impacciato e, ne sono sicuro, controproducente per chi li ascolta. Perché non è vero che parlarne è comunque utile.
Ma al sottoscritto interessano i risultati.
Siccome ho lavorato per oltre due decadi nel mondo bancario e da 10 anni sono entrato nell’universo della divulgazione educativo-finanziaria, credo di poter esprimere quanto meno un’opinione competente su quello che sto vedendo in questi ultimi anni.
Rendere il consumatore pienamente consapevole delle proprio scelte non è certamente l’obiettivo primario per la maggior parte degli attori in gioco.
Il business del mondo bancario, come quello delle multinazionali alimentari o farmaceutiche, si tirerebbe la zappa sui piedi nello spiegare al consumatore che un tal prodotto non è esattamente quello perfetto per soddisfare un certo bisogno o raggiungere un particolare obiettivo. Ma non sono ingenuo e so che il mondo gira anche in questo modo.
Per questo ho deciso di abbracciare il mondo della consulenza indipendente (pardon autonoma), per non sentirmi più un ambientalista che lavora per una società petrolifera.
Tutta utopia? Può darsi, ma ogni tanto credere in qualcosa di buono fa bene anche se ovviamente alle parole vanno fatti seguire i fatti, altrimenti mi chiedo come si possa pretendere di essere portatori di messaggi educativi verso il resto del mondo.
Tutto questo bel pippone per arrivare al cuore dell’articolo. I numeri ufficiali ci stanno dicendo che l’educazione finanziaria in Italia, per ora, ha fallito. E quindi hanno, anzi abbiamo, fallito come educatori. Punto.
Non che il resto del mondo se la passi benissimo, ma i livelli di preparazione di un adulto medio italiano sono veramente modesti e faticano a migliorare.
L’Ocse ha pubblicato di recente il rapporto 2023 “International survey of adult financial literacy”.
Giusto promuovere l’educazione finanziaria nelle scuole, ma se gli adulti che dovrebbero essere da esempio per i loro figli hanno deficit enormi (come emerge dal rapporto) non andremo mai da nessuna parte.
Discorso che potremmo ampliare per esempio anche all’educazione civica, alimentare, fisica.
Gli insegnanti e le loro capacità di fare bene il loro mestiere sono necessari e si spera che la prossima generazione di professionisti del settore ricordi la lezione. Ma l’esempio familiare nel presente è determinante.
Credo infatti che il grosso del problema italiano risieda proprio in contesti familiari spesso ancorati a vecchi retaggi del passato e con un livello culturale mediamente più arretrato rispetto ad altri paesi. Famiglie che vedono l’argomento soldi spesso come un tabù. I figli sono considerati delle comparse, soggetti passivi, non interessati (così pensano i genitori) alle importanti decisioni economico-finanziarie delle famiglie. Questo ritengo sia un atteggiamento sbagliato che taglia le gambe a molti propositi educativi architettati fuori dalla famiglia.
I risultati del rapporto Ocse sull’educazione finanziaria degli italiani
Ma cosa dice in sintesi questo rapporto Ocse? In 4862 interviste telefoniche compiute da Banca d’Italia è emerso che:
- la financial literacy degli italiani, ovvero la somma di consapevolezza, conoscenza, competenza, attitudine e comportamento necessario per prendere le migliori decisioni finanziarie è di 53 su 100. La media Ocse è 63. Dietro l’Italia solo Cambogia, Yemen e Paraguay.

Fonte: Oecd
- lo score minimo di 70 punti su 100 per essere considerati “letterati finanziari” appartiene solo al 17% degli italiani. La media Ocse è del 39%.
- il livello di conoscenza finanziaria (la risposta corretta ad almeno 5 di 7 domande dedicate a inflazione, interesse composto, debito,…) è stato raggiunto dal 39% degli intervistati contro il 58% della media Ocse.
- Il corretto comportamento finanziario (quindi tenere un bilancio familiare, risparmiare e pianificare a lungo termine, fare acquisti informati e tanto altro) appartiene al 35% degli italiani contro il 52% della media Ocse.
- il 92,2% degli adulti italiani possiede un prodotto finanziario. Ma solo il 16,6% è portatore di un livello considerato minimo di conoscenze finanziarie.
Riguardo a questo ultimo punto la tabella mostra il confronto con i principali paesi europei e riepiloga quello che credo essere il risultato peggiore in assoluto. Investiamo praticamente tutti, ma buona parte di noi non è consapevole realmente di cosa sta facendo.

Fonte: Oecd
La ricerca arriva alla ovvia conclusione che meno sappiamo, mena ricchezza creiamo, ma anche meno capaci siamo di difenderci dalle truffe. Permettendo al denaro di affluire sempre più copioso verso approfittatori e disonesti, saccheggiando al contempo impreparati e ingenui.
Se non abbiamo mai guidato un’automobile oppure se non abbiamo passato l’esame di guida per ottenere la patente, prenderemmo un’auto e ci butteremmo in autostrada? Credo di no, eppure la ricerca ci dice che nel mondo finanziario tante persone stanno impiegando i propri risparmi senza avere le benché minime basi per poterlo fare in un ambiente popolato di tanti pescecani assetati di denaro.
Serve, come propone qualcuno, una patente finanziaria prima di cominciare ad investire denaro? Credo di no, altrimenti dovremmo passare la vita a prendere patenti per qualsiasi materia importante della vita e poi anche perché, siamo sinceri, a certe persone particolarmente benestanti andare a fondo nel processo di educazione finanziaria interessa fino ad un certo punto. Sicuramente sarebbe utile rendere più “attraente” la materia al pari di quello che oggi può essere l’interesse per l’apprendimento di una nuova lingua oppure di un corso di cucina o di yoga. Un appeal che mi pare ancora manchi all’educazione finanziaria di oggi.
Non voglio generalizzare, ma l’educazione finanziaria per come è stata portata avanti finora ha evidentemente fallito. Forse la missione ha bisogno di altri strumenti per risvegliare prima di tutto l’interesse delle persone. Non mi rassegno all’idea che possa andare molto meglio in futuro. Ma intanto essere qui a parlarne ancora dopo 10 anni dalle pagine di questo blog è per me un grande privilegio e, credo, anche fortuna.
Buon investimento.
