
Parlo con il cappello che oggi ho in Meridian, ma anche con quello un po’ più sgualcito di quando, per anni, ho vissuto dentro le grandi banche di investimento come equity sales di azioni asiatiche. Roadshow infiniti e IPO “hot” che facevano brillare gli occhi a tutti. Quelle IPO che “tutti le vogliono”, ma che proprio per questo vengono centellinate come lo zafferano buono: poco, carissimo e solo agli ospiti giusti (cioè, NON a noi poveri investitori retail).

Partiamo da una verità scomoda ma liberatoria: sperare di partecipare all’IPO di OpenAI (cioè, tecnicamente, di ChatGPT) è tempo perso per un investitore retail.
Le IPO di questo tipo sono riservate quasi esclusivamente agli investitori istituzionali: grandi fondi, hedge fund, assicurazioni, fondazioni, banche.
Non perché siano più simpatici, ma perché muovono masse enormi di capitale, garantiscono stabilità al collocamento e fanno parte di un ecosistema di relazioni che ho visto da vicino per oltre dieci anni, anche quando lavoravo in Merrill Lynch, prima a Londra e poi a Milano (Merrill è fallita il weekend dopo Lehman a settembre 2008, oggi fa parte di Bank of America..ma che bei tempi furono quelli!).

Ma come funziona davvero una IPO, una “initial public offering”?
C’è una banca (o un consorzio di banche) che ha in mano il book.
Il famoso “book”, italianizziamolo senza pietà: chiamiamolo il libro degli ordini. È, molto banalmente, l’elenco (più o meno confidenziale) di chi vuole comprare le azioni della società che sta per quotarsi, a che prezzo e in che quantità. Questo libro non è pubblico, non è democratico e soprattutto non è neutrale. È in mano al consorzio di banche che ha ricevuto il mandato di portare l’azienda in Borsa. Tradotto: chi controlla il libro, controlla il gioco.
(Non vi dico le cattiverie, le pugnalate alle spalle, le leccate di c.. ai gestori dei fondi tra noi sales quando il book era in mano, appunto, a più banche e noi dovevamo raccogliere gli ordini dell’IPO dagli stessi identici clienti: perché io, a Merrill, parlavo con gli stessi identici gestori di fondi a cui parlavano i miei concorrenti di JPMorgan, Morgan Stanley, Nomura, Credit Suisse (RIP), UBS, Nikko Salomon (a blast from the past!), Lehman (RIP), Daiwa (dove ci ho pure lavorato), Goldman Sachs, Bear Stearns (RIP pure lei)…insomma, sti poveri gestori, erano inondati di chiamate per raccogliere i loro ordini da diversi sales e, alla fine, come andava a finire???? Che il gestore passava l’ordine – e le relative commissioni al sales – a chi lo portava per primo a mangiare da Aimo e Nadia!!… Aimo e Nadia non ci sono più, ma il ristorante è ancora uno dei top di Milano)

(Ricordatemi di raccontarvi quella volta che ho portato il CEO – e tutto il suo codazzo di sicofanti adoranti – di un’azienda di prestiti al consumo giapponese da Aimo e Nadia e cosa abbia chiesto di mangiare…Non sono più potuto tornare da Aimo e Nadia!)
Vabbè, tornando al processo dell’IPO: il consorzio di collocamento è un gruppo di banche d’investimento che lavorano insieme per una IPO. Una fa il “capofila”, le altre seguono. Tutte hanno lo stesso obiettivo: vendere e collocare più azioni possibile, al prezzo più alto possibile ai gestori dei fondi, perché le commissioni si calcolano sui soldi raccolti. Qui non c’è nulla di illegale o scandaloso, è proprio così che funziona il sistema. Ma è importante saperlo, soprattutto se sei dall’altra parte del tavolo.
Il book building, cioè la “costruzione del libro”, è il processo con cui le banche vanno in giro per il mondo a presentare l’azienda ai grandi investitori istituzionali. Roadshow, meeting, call, pranzi, cene. Non vi dico le cifre folli spese nei migliori ristoranti delle grandi capitali europee: Milano, Francoforte, Parigi, Madrid e soprattutto Londra e Ginevra.
Nonché il livello folle di colesterolo per noi poveri sales che accompagnavamo il management a questi pranzi e cene: portavamo il CEO ma più spesso, qui in Europa, il CFO perché eravamo e siamo i cugini poveri dei nostri colleghi americani che si beccavano sempre il CEO dell’azienda che si doveva quotare…e giustamente, viste le masse in gioco dei grandi fondi di investimento americani.
“Se il prezzo fosse tra X e Y, quante azioni compreresti?” Questa è la domanda chiave. Le risposte finiscono nel libro degli ordini. Ma attenzione: non sono promesse vincolanti, sono manifestazioni di interesse, spesso molto… ottimistiche.
Ed è qui che nasce il problema. Perché se tutti dicono “sì, a quel prezzo comprerei”, il prezzo finale tende magicamente a posizionarsi nella parte alta della forchetta, o addirittura sopra. Più prezzo, più raccolta, più commissioni per le banche, più soddisfazione per l’azionista venditore. Il cerchio si chiude alla perfezione. Tranne per uno: l’investitore che compra pensando di aver fatto l’affare della vita.
Io queste dinamiche le ho viste in prima persona. In certi casi il book sembrava straripante, dieci volte coperto, quindici volte coperto. Ma una parte di quella domanda era tattica, non strategica. Molti grandi investitori fanno ordini alti sapendo che riceveranno solo una piccola allocazione. È un gioco di posizionamento, non una dichiarazione d’amore verso l’azienda.
Il risultato? Spesso l’azienda arriva in Borsa già tirata come una corda di violino. Valutazioni generose, aspettative altissime, margine di errore zero. Basta una trimestrale un po’ storta, delle prospettive dei prossimi trimestri prudenti o semplicemente il ritorno alla realtà, e il titolo scende. E scende pure tanto.
E chi compra dopo, magari il primo giorno di quotazione, scopre che diventare ricchi con una IPO non è esattamente un diritto costituzionale.
Ecco perché l’idea “compro l’IPO e faccio il botto” è così pericolosa. Non perché l’azienda sia cattiva o il progetto non sia valido, ma perché il prezzo incorpora già tutte le speranze, spesso anche quelle irrealistiche. Il book building non serve a proteggere l’investitore finale, serve a massimizzare il successo del collocamento. Sono due cose molto diverse.
Il punto chiave, da investitori consapevoli, è questo: il prezzo di una IPO non è un prezzo “giusto”, è un prezzo negoziato, influenzato da incentivi, relazioni e obiettivi che non coincidono con i tuoi. Pensare di entrare lì per costruire ricchezza di lungo periodo è come comprare una casa all’asta emotiva di un reality show: può andare bene, ma le probabilità non sono dalla tua parte.
L’investitore retail, semplicemente, non è invitato al tavolo. Non è cattiveria, è meccanica di mercato.

Il Ceo di OpenAI/Chatgpt, Sam Altman, che non ci inviterà alla sua IPO
Noi, se va bene, possiamo comprare il giorno della quotazione. Cioè quando molto probabilmente il titolo ha già fatto +30%, +40% o magari +100%. E lì scatta la famosa “mosconata”: l’idea di entrare al volo, fare il colpaccio e uscire subito dopo. Peccato che se fosse così facile, lo farebbero tutti. E i mercati, come sappiamo, non regalano soldi a chi arriva per ultimo pensando di essere il primo.
Anche ammettendo uno scenario da film: riusciamo a comprare OpenAI prima dell’IPO, ci danno l’1% del nostro patrimonio investito e il titolo raddoppia in un giorno. Bello, eh. Ma fermiamoci un attimo. Un +100% sull’1% del portafoglio significa un +1% sul patrimonio totale. È simpatico, fa conversazione a cena, ma non cambia la vita finanziaria di nessuno. E infatti, molto probabilmente, dopo quel +100% venderemmo subito. Perché? Perché siamo umani.
Le decisioni finanziarie sono mosse da due sentimenti primordiali: paura e avidità.
Prima domina l’avidità (“e se raddoppiasse ancora?”), poi arriva la paura (“non sale più, meglio portare a casa”). Il risultato è un giro di giostra emotiva che non ha alcun impatto reale sugli obiettivi di lungo periodo: libertà finanziaria, serenità, possibilità di scelta nella vita. È adrenalina, non pianificazione.
È probabilmente quello che sta succedendo alle salite paraboliche dei prezzi di oro e argento, ma sto divagando.
Qui entra un altro punto chiave che in Meridian ripetiamo fino alla nausea (con affetto ovviamente): una singola azione non dovrebbe mai pesare più dell’1% del patrimonio, massimo 1–2% in casi molto particolari. Altrimenti il portafoglio smette di essere uno strumento e diventa una montagna russa. La volatilità di un singolo titolo non deve mai avere il potere di rovinarti il sonno o farti cambiare strategia ogni due settimane.
Le azioni singole hanno un loro ruolo, certo. Noi le utilizziamo regolarmente, ma con giudizio, soprattutto per il recupero delle minusvalenze fiscali. E anche lì, con grande disciplina: nessuna posizione deve diventare “ingombrante”, nessuna scommessa deve travestirsi da investimento. La differenza è tutta lì.
Questo grafico vi spiega più di mille parole: le minus si recuperano grazie alle azioni su tempi lunghi – i famosi 4 anni che ci dà lo stato italiano – e con il giusto mix di azioni “growth” e “value” e con un numero alto di azioni ma che, complessivamente, non pesino più del 15/20% del totale del patrimonio: appunto per evitare che una sola azione o un portafoglio di azioni rovini il rendimento di tutto il portafoglio.
La linea bluette è il nostro S&P500 (SPX), le altre linee sono azioni che lo compongono e che si possono usare per il recupero minus: quali ad esempio Tesla gialla, Amazon verde, Apple arancio, Microsoft viola, Servicenow rossa, Intuit blu scuro – ma vedete anche voi quanto volatili possano essere le azioni rispetto all’indice – bisogna saperle usare con cura e solo per il tempo giusto al recupero delle minus.

In definitiva, le IPO “hot” sono affascinanti, raccontano storie bellissime e fanno vendere molti articoli. Ma non sono accessibili, non sono necessarie e soprattutto non servono a raggiungere gli obiettivi di vita di una persona. Se uno vuole divertirsi con i soldi, molto meglio il casinò di Sanremo: almeno lì è chiaro a tutti che si sta giocando. Investire, invece, è un’altra cosa.
La morale è semplice e poco sexy, ma tremendamente efficace: investire non è un gioco adrenalinico, non è una corsa per “entrare prima”, non è una mosconata ben riuscita. È un processo noioso, disciplinato e coerente. Ed è proprio per questo che funziona. Tutto il resto è rumore. E il rumore, nei mercati, costa caro.

Molto interessante. Articolo che spiega come funziona un’Ipo. Proprio vero: pochi minuti di lettura per 25aa. di lavoro
Distinti saluti v.d.
sì, noi diamo tante cose per scontato perchè abbiamo 25 anni di esperienza sulle spalle e pensiamo che tutti sappiano come funzionano le cose…e invece…repetita iuvant…grazie per il tuo commento Vince
Questo articolo è un generoso “occhio sul mercato” da parte di chi ci ha lavorato sul mercato. Va ricordato che 5′ di lettura di un articolo è spesso un condensato di anni di esperienza, impegno, esperienze e vita; quindi prima di tutto grazie a chi fa divulgazione e la fa gratuitamente. Detto questo, tutto molto lineare e ben detto.
Grazie Simone! Infatti, dico sempre che la gente paga 5 minuti di consigli, ma nella realtà sta pagando 25 anni di esperienza…a presto