Qualcuno si chiederà che legame ci può essere tra il “ritorno” del nostrano indice azionario FTSE MIB ai livelli pre-Lehman Brothers con la vendita dei Los Angeles Lakers.
E a buon ragione. Qualcuno penserà che mi sono bevuto il cervello o qualcos’altro.
Aspettate, perché poi ci metterò dentro pure un progetto interstellare di Google.
Ma, vedrete, sono tutti aspetti e concetti in qualche modo interconnessi, sempre nell’ottica di fornirvi una educazione finanziaria agli investimenti che si allontana dai titoli di giornale e che racconta la verità, con la V maiuscola.
Ora, non che noi siamo depositari della verità, ci mancherebbe, ma cerchiamo di andare oltre i titoloni dei media nostrani che vengono letti da tutti voi e che vi possono indurre in “tentazione” (ok, basta con i riferimenti religiosi che flirtano con la blasfemia).
In sostanza, vi metterò in connessione tre aspetti apparentemente disconessi tra di loro, ma che vi faranno capire che, investire leggendo le notizie dei giornali, vi porta e ci porta a fare errori di valutazione, anche abbastanza clamorosi:
- Il Ftse MIB 30 che torna ai livelli del 2007
- La vendita di una quota dei mitici LA Lakers
- Un progetto di generazione di elettricità continua e infinita “spaziale” da parte di Google
Il Ftse Mib torna ai livelli del 2007- Ma che notizia è?
Di recente molti giornali hanno riportato che l’indice nazionale di borsa è tornato, in termini di valore dell’indice (senza contare i dividendi), ai livelli pre crack di Lehman del 2007…(chissà perché poi scrivono che Lehman è fallita nel 2007 quando in effetti è fallita a settembre 2008: forse intendevano che i mercati avevano raggiunto dei massimi relativi a maggio 2007 per poi iniziare a scendere in maniera continuativa fino a marzo 2009? Chissà)

Non mi sto a dilungare su altri titoli di giornale, ma avete capito il genere di notizia.
Ebbene, ovviamente questa notizia mi ha fatto arrivare messaggi da più parti su “perché non investiamo sul FTSE MIB?”, oppure “perché non abbiamo investito sull’Italia 2/3 anni fa?”, oppure (peggio) “come abbiamo fatto a perderci il rally di Unicredit?”.
Potete immaginare la mia faccia quando leggo questi messaggi e l’ho ricreata con l’intelligenza artificiale (non so come faccia a sapere che ho anche io la barba, il prompt era molto generico…)

Cioè, la notizia è che siamo TORNATI ai livelli di 15 anni fa giusto? Cioè, l’indice azionario non ha guadagnato nulla in 15 anni, ho capito bene io? (lasciamo stare i dividendi per un attimo).
E lasciamo stare pure l’inflazione di questi 15 anni? Eh no, per cortesia.
Se ci mettiamo anche l’inflazione, diciamo una media del 2.2% medio annuo (non lo dico io, lo dice l’ISTAT e sappiamo che è stimata per difetto), in 15 anni… -33% del valore dei nostri soldi investiti in Italia dal 2007.
Questa dovrebbe essere la notizia, o no? E invece gli animi si scaldano perché i giornali scrivono che il FTSE MIB ha fatto un rally incredibile. E forse avremmo dovuto investirci su.
Certo: con il senno di poi, sono tutti intelligentissimi. Ma poi, bisognava entrare sul mercato italiano nel momento giusto per beneficiare di questo rally e con quanti soldi e % del proprio patrimonio?
Sapendo poi che il mercato azionario italiano pesa per meno del 2% sul valore azionario globale…e quindi, quanto ci avremmo dovuto investire? E anche se avessimo messo il 2% nel momento più basso, magari avremmo anche raddoppiato questo 2%, ma non è che gli altri mercati siano stati fermi, o no?

Ecco la “performance” del FTSE MIB negli ultimi 15 anni rispetto allo S&P 500 (lasciamo perdere per un attimo che uno è in $ e l’altro in EURO: il senso si capisce sì?).
Dove sta la notizia? Che avremmo dovuto investire tutti i nostri soldi nel 2007 e lasciarli lì perché, dopo 15 avremmo recuperato i nostri soldi (senza contare l’inflazione? SIGH)?
Magic Johnson, Kareem Abdul Jabbar e Luka Doncic
E passiamo all’altra “notizia” che la maggior parte di voi si sarà sicuramente persa: ovvero, che l’intero mondo è rimasto sbalordito , quando a giugno la famiglia Buss (una delle famiglie più ricche della California) ha venduto la quota di maggioranza dei Los Angeles Lakers sulla base di una valutazione della franchigia pari a 10 miliardi di dollari.

La figlia della famiglia Buss
Si è ovviamente sottolineato il fatto che la famiglia aveva acquistato i Lakers nel maggio del 1979 per soli 67,5 milioni di dollari. La reazione universale è stato di un investimento finanziario senza precedenti — un incremento di ricchezza senza pari.
Nelle mie interazioni con altri nostri pari consulenti finanziari americani, erano tutti invece sorpresi per il fatto che qualcuno si fosse sorpreso.
Nel commentare la notizia, mi hanno detto che chiunque avrebbe potuto fare quel tipo di performance senza alcuno sforzo, e anche meglio.
Guardate lo specchietto che riassume la transazione della famiglia Buss rispetto ad aver investito gli stessi 67.5 milioni nel 1979 nello S&P500 (con dividendi inclusi)

Ci sono molte cose che questo calcolo dell’esperienza finanziaria della famiglia Buss non riesce ovviamente a considerare.
Ignora eventuali distribuzioni agli azionisti fatte alla famiglia nel corso degli anni. Inoltre, chi avesse investito nello S&P 500 si sarebbe perso 10 anelli da campione NBA e l’esperienza di passare del tempo con Magic, Kobe, Shaq e LeBron.
Ma mettendo tutto questo da parte, e considerando soltanto l’aspetto puramente finanziario — chiaramente molto limitato — della crescita dell’investimento nell’arco di 46 anni… chiunque avrebbe potuto farlo. Questa è la genialità e importanza della crescita delle azioni del mercato mainstream americano.
Cosa avrebbe fatto il nostro FTSE MIB in questo periodo: non sto neanche a dirvelo (al netto del fatto che non esisteva nel 1979).
Quello che vi posso dire che i titoli principali del FTSE MIB negli ultimi 45 anni non sono molto diversi da quelli odierni: Banca Intesa (all’epoca Cariplo e San Paolo), Unicredit (all’epoca Comit), Generali, Enel, Eni ecc…qualcuno mi dica se queste sono aziende “disruptive” e sulle quali uno metterebbe una quantità ingente dei propri soldi e dei propri investimenti?
Google e la creazione di energia dallo spazio

Per finire e chiudere con questo “nonsense” di investire in Italia i propri soldi, la notizia di Google che ci fa capire quanto stanno proprio su un altro pianeta: è una tra le tante nel contesto della “disruption” tecnologica di queste aziende.
Come sappiamo, usare l’AI comporta un dispendio energetico folle: tutti quei chip che girano nei data center che si stanno costruendo negli USA ogni qualvolta qualcuno esegue un prompt su ChatGPT, Perplexity, Gemini, Claude, Grok e Deep Seek (e chissà quanti altri agenti AI arriveranno in futuro).
Bisognerà produrre energia elettrica in quantità industriali (per usare un eufemismo) nei prossimi anni e decenni…e cosa si inventa Google? (è solo un progetto “moonshot”, ovvero che potrebbe non vedere la luce mai ma intanto…)
Il progetto “sun catcher”: per chi volesse saperne di più, clicchi su questo link youtube .

In pratica, attualmente i data center ricevono la loro energia principalmente da fonti elettriche tradizionali.
Nel 2024 (dati USA da una ricerca del Pew Institute), più del 40% dell’elettricità utilizzata dai data center proveniva da impianti alimentati a gas naturale. Le rinnovabili, come l’energia eolica e solare, fornivano il 24% dell’elettricità, il nucleare circa il 20% e il carbone intorno al 15%.
Sapendo che questa quantità di produzione non è sufficiente per il futuro, le società che gestiscono data center stanno valutando sia le fonti tradizionali sia nuove soluzioni per incrementare la disponibilità energetica.
Google Research sta letteralmente esplorando lo spazio con il suo Project Suncatcher: ovvero la creazione di una costellazione di satelliti alimentati a energia solare che trasportano i TPU di Google (che sono i chip dedicati agli applicativi AI di Google) in un’orbita terrestre bassa, interconnessi tramite collegamenti ottici in spazio libero per creare un’infrastruttura di AI basata nello spazio (per chi avesse seguito il successo spettacolare di Starlink di Elon Musk, capisce che non è esattamente un’idea completamente balzana).
Per trasformare questa idea in realtà, Google dovrà superare diverse sfide tecnologiche, tra cui stabilire comunicazioni ad alta larghezza di banda tra i satelliti, gestire le dinamiche orbitali e proteggere l’attrezzatura dai danni causati dalle radiazioni.
Ma, posizionato nell’orbita giusta, un pannello solare può essere otto volte più produttivo ed efficiente di uno sulla Terra, producendo energia quasi in modo continuo e riducendo la necessità di batterie.
Il progetto inizierà l’anno prossimo e, se tutto dovesse andare bene e con il costo dei lanci di satelliti sempre in discesa nei prossimi anni grazie anche a SpaceX di Musk, nel 2030 si potrebbe avere il primo impianto di produzione elettrica nello spazio per sostenere la domanda di elettricità del mondo AI di Google.
Questo l’andamento di Google negli ultimi anni:

Quindi?
Quindi, tutto ciò solo per dire che i titoli dei giornali raccontano delle mezze favole e possono indurre in tentazione gli ignari lettori/risparmiatori/investitori a seguire le notizie del giorno, quando la vera creazione di progresso, innovazione e ricchezza è altrove.
Non siamo necessariamente degli amanti dell’azionario USA ed esterofili a prescindere negli investimenti dei nostri clienti, ma se qualcuno mi dimostra che le aziende italiane hanno lo stesso grado di innovazione, di idee, di facilità di finanziamenti e genio umano di quelle USA, allora potrei cambiare idea.
Altrimenti continuerò a produrre immagini con l’AI di Google con gli occhi al cielo alzati.

Buon investimento!

Il timing è tutto. Il Fste mib ha fatto il 30% A/A. La Spagna il 50%.
Ciao, ovviamente sono pienamente d’accordo con la tua analisi, l’italia ma ci metterei dentro anche l’UE non ha ne la mentalità né i mezzi per contrapporsi allo stradominio dei colossi statunitensi (la Cina ce la mettiamo?), in Italia (ed europa) non abbiamo un Musk, un Bezos x citare i più noti che con “coraggio” e investimenti (tanti) sfidano i limiti umani credendoci sempre fino in fondo….di che cosa stiamo parlando siamo e resteremo un piccolo paese con le cattedrali il cibo, e il mare, tutto bello ma sono le uniche cose che i giornali dovrebbero sponsorizzare……il resto è noia..
Un saluto e complimenti ancora
Domenico
Infatti, siamo un paese (ci metto pure la UE) bellissimo per farci una vacanza, ma per fare impresa… lasciamo stare… io ne so qualcosa che ho la mia di impresa: spese, balzelli, leggi astruse, burocrazia allucinante, una funzione pubblica elefantiaca che dà sempre meno servizi…poi certo che i titoli più importanti del nostro indice azionario sono sempre gli stessi,banca intesa (che non è tornata ai livelli di Lehman), Unicredit (idem), Eni, Enel, generali… vabbè, forse hanno bisogno i giornali di dire che va tutto bene? Grazie per il commento
… one of your most ‘dusruptive’ newsletters ! ;-)
Grazie Pietro….ma sono solo io che leggo le notizie per quello che veramente sono ..? Cioè nessuno che si “indigni”😅 per le non notizie che vengono scritti a caratteri cubitali dai giornali…? Vabbè, sarò solo a capirle ma non smetterò mai di educare le persone a ragionare e non leggere pedissequamente (ti piace questa parola?) quello che scrivono i giornali….
Tutto vero. In Italia ed in UE abbiamo una buona qualità della vita. Abbiamo fatto il Rinascimento.Abbiamo un’ottima cucina. Abbiamo più sensibilità nei confronti dei più deboli (almeno così mi sembra) ma il futuro è altrove. Purtroppo questo divario tra noi e gli USA /Cina c’è da decenni e sarà destinato ad aumentare.
E infatti tutto ciò si riflette nell’andamento degli indici azionari europei .. è inutile continuare a dire che sono “cheap” sulle valutazioni, perché le valutazioni rispecchiano semplicemente il tasso di innovazione e crescita delle aziende di quel paese…che tasso di crescita e di innovazione può avere una banca intesa o una Generali rispetto ad una Google o Amazon? Ho detto tutto