By |Categorie: Vivere bene|Pubblicato il: 20 Marzo, 2026|

Ci sono film che intrattengono. E poi ci sono film che, mentre scorrono sullo schermo, sembrano parlare di tutt’altro. Della vita reale. Delle scelte. Della confusione che ci circonda. E perfino di come investiamo i nostri risparmi (ok, questo l’ho aggiunto in maniera un po’ surrettizia).

Fonte: ImDB

“One Battle After Another”, il nuovo film di Paul Thomas Anderson appena premiato con l’Oscar come miglior film, appartiene decisamente alla seconda categoria.

È uno di quei film che non ti lascia tranquillo mentre lo guardi. E nemmeno quando esci dalla sala. E questo, spesso, è il segno dei grandi film.

Un’America agitata, nervosa, divisa

Fonte: ImDB

La storia si svolge in un’America che sembra sempre sul punto di esplodere. Un paese attraversato da tensioni politiche, culturali e sociali. Persone che non si parlano più, che vivono in mondi paralleli, che interpretano la realtà in modo completamente opposto.

Comunisti idealisti contro “fascisti” governativi. In pratica, quello che sembra stia succedendo oggi nell’America di Trump.

Il regista Anderson non cerca di tranquillizzare lo spettatore. Al contrario, mostra un’America ruvida, inquieta, spesso contraddittoria.

Dentro questo caos si muovono i due protagonisti.

Leonardo DiCaprio interpreta un personaggio idealista, membro di una organizzazione social-comunista underground che combatte il sistema del governo federale USA.

Il gruppo si chiama French75, in onore alla Rivoluzione francese del 18imo secolo: e, alcuni di loro, hanno nomi di “battaglia” dei rivoluzionari francesi dell’epoca, quali Taillerand, Robespierre, Danton, Marat…delle finezze storico-cinematografiche che probabilmente pochi avranno capito (soprattutto in America!).

Di Caprio è tormentato ma lucido, un uomo che cerca di orientarsi in un mondo dove tutti gridano e pochissimi ascoltano.

Sean Penn, invece, è magnetico come sempre. Il suo personaggio incarna un’America dura, convinta di possedere la verità, incapace di mettere in discussione i propri dogmi. Non è un caso che abbia vinto l’Oscar per questa sua interpretazione.

I due non sono mai insieme sullo schermo, ma il film li vede sempre in competizione “a distanza”: uno che rincorre l’altro e questa dicotomia fa prendere letteralmente fuoco alla narrazione.

Sono due attori che non hanno più nulla da dimostrare, e proprio per questo recitano con una libertà straordinaria.

DiCaprio porta sullo schermo tutta la fragilità e l’intelligenza del suo personaggio: rivoluzionario sì, ma con la testa sulle spalle visto che è diventato padre.

Dicaprio appena diventato padre

Penn invece costruisce una figura inquietante, quasi profetica, che sembra uscita da una delle tante crepe della società americana. Ignoranza, bigottismo, creazionismo, fascismo tutti messi insieme in una interpretazione che io definisco “pazzesca” (non trovavo un altro aggettivo).

Fonte: People Magazine

Comunque, sono interpretazioni che meritano da sole il prezzo del biglietto. Infatti, me lo voglio rivedere, solo per intercettare il body language di Sean Penn che, da solo, praticamente recita. Senza che lui dica nulla.

L’America dei “Christmas Adventurers”

Uno degli elementi più affilati del film è la critica — neanche troppo nascosta — a una certa America bigotta e retrograda.

Nel film questa mentalità prende forma nei cosiddetti Christmas Adventurers: un gruppo che si rifugia in simboli religiosi, retorica patriottica e slogan semplici per spiegare un mondo che semplice non è.

Sono quegli americani che rifiutano il sistema politico federale e che pensano di essere, ancora oggi, i pionieri del far west. La legge a loro non si applica. Loro hanno le loro leggi, un po’ massoniche e un po’ anarchiche.

Anderson li racconta con ironia ma anche con una certa amarezza. Non sono semplicemente dei “cattivi”. Sono persone spaventate da un mondo che cambia troppo velocemente. Ovvero, uomini che sposano donne di colore è un “abominio”, la donna deve stare a casa, i gay nei forni crematori e altre idee nazi-fascistoide del genere.

Sembrano delle macchiette e, invece, esistono veramente.

I Christmas adventurers come un Consiglio di amministrazione

E forse è proprio questo uno dei punti più intelligenti del film: mostrare come la polarizzazione nasca spesso dalla paura, più che dalla malvagità.

Hanno paura di perdere lo status quo con l’avvento delle nuove generazioni e del “diverso”: che sia di colore, gay o di qualche altra minoranza.

Spettacolare la figura del “presidente” di questo club: un generale della marina in pensione, letteralmente “rincoglionito”, ma che da’ gravitas al club per la sua storia militare e per la sua età anagrafica. Ma che è il più nazista di tutti.

Una metafora per come si deve investire?

Ma cosa c’entra tutto questo con gli investimenti?

A prima vista, niente. E invece c’entra moltissimo.

Perché se guardiamo il film con gli occhi dell’investitore, ci accorgiamo di una cosa curiosa: l’America che vediamo sullo schermo è profondamente divisa, rumorosa, confusa.

Fine del dollaro, fine dell’eccezionalismo americano, Trump misogino e fascista, l’America in declino, usciamo dai nostri investimenti in America e in dollari (tutte frasi sentite nell’ultimo anno da nostri clienti e non).

Eppure, è lo stesso paese che da oltre un secolo produce alcune delle aziende più straordinarie del pianeta.

Apple.

Microsoft.

Amazon.

Google.

Nvidia.

Solo per citarne “alcune”: e centinaia di altre imprese che ogni giorno innovano, crescono, assumono persone e creano valore.

Questo perché quando investiamo non stiamo scommettendo su un partito politico. Non investiamo in un presidente. Non investiamo in un clima sociale perfetto. Anzi. Il clima sociale perfetto NON ESISTE.

Noi Investiamo in aziende. Diventiamo soci di imprese che producono beni, servizi, tecnologie, innovazione. E quelle imprese sono guidate da manager che hanno un obiettivo molto semplice: creare valore per gli azionisti.

Anche per quelli piccoli, come siamo noi quando compriamo gli ETF che contengono le azioni di queste aziende.

Non si investe nella geopolitica. Si investe nelle imprese: non smetterò mai di ripeterlo.

Molti investitori, soprattutto nei momenti di tensione politica, commettono sempre lo stesso errore: confondono la società, con le sue contraddizioni e contorsioni, con l’economia e con l’andamento dei mercati finanziari.

Guardano il telegiornale e pensano che i mercati finanziari funzionino allo stesso modo.

Non è così: gli Stati Uniti sono probabilmente il paese più rumoroso del mondo dal punto di vista politico. Discussioni infinite. Elezioni polarizzate (per usare un eufemismo). Dibattiti accesi (altro eufemismo: da loro ci scappa anche il morto).

Ma allo stesso tempo sono il luogo dove è nato il capitalismo moderno, il luogo dove il mercato dei capitali funziona meglio, il luogo dove le aziende hanno imparato — spesso meglio che altrove — a crescere, innovare e creare valore nel tempo.

Ed è proprio questo il punto.

Quando investiamo nel mercato azionario americano non stiamo facendo il tifo per una bandiera o per un’ideologia: stiamo diventando soci di aziende straordinarie.

Per aziende che lavorano per decenni, non per il prossimo ciclo elettorale.

Una battaglia dopo l’altra

Il titolo del film, One Battle After Another, è perfetto anche per descrivere il percorso di un investitore: perché investire non è una corsa veloce, ma è una lunga sequenza di battaglie psicologiche.

Ad esempio:

La paura durante le correzioni di mercato.

L’euforia nei momenti di boom.

Il rumore delle notizie giornaliere.

Le opinioni degli “esperti” del giorno.

Ogni investitore deve confrontarsi ogni santo giorno con notizie diverse e contrastanti, ma la vera abilità non è prevedere il futuro: è restare lucidi mentre il mondo sembra impazzire.

Il film di Anderson ci mostra una società che sembra costantemente sul punto di rompersi: ma la storia economica ci racconta un’altra cosa.

Le società umane sono sempre state imperfette, rumorose e contraddittorie: eppure le imprese continuano a innovare, le economie continuano a crescere, i mercati continuano a creare ricchezza nel lungo periodo.

Per questo motivo, anche in un mondo polarizzato come quello raccontato in One Battle After Another, la strategia più sensata per chi investe resta sempre la stessa.

Diversificare.

Pensare a lungo termine.

Diventare soci delle grandi imprese globali.

E lasciare che il tempo lavori per noi.

Un consiglio finale

Se amate il grande cinema, andate a vedere questo film e fatelo al cinema, se potete. Oppure lo trovate anche su Amazon Prime Video.

È uno di quei film che non offrono risposte facili, ma fanno qualcosa di molto più prezioso: ci costringono a riflettere.

E nel mondo degli investimenti — proprio come nella vita — riflettere prima di agire, non farsi prendere dalle proprie emozioni, capire cosa si stia leggendo e pensare con la propria testa è spesso il vantaggio competitivo più grande che possiamo avere.

Buona visione e buon investimento!

3 commenti

  1. pietro 26 Marzo 2026 at 13:38 - Reply

    Pietro Onida diceva che l’azienda è unità nella molteplicità e permanenza nella mutabilità. La finanza non è affidamento tout court alle capacità imprenditoriali, ma valutazione dei contesti (competitors, stagionalità, geopolitica, energia, materie prime, mercato….), dei processi e dei prodotti. Ultimamente la competizione si fa anche sulle scelte finanziarie (….). Come per l’imprenditore è opportuno compiere scelte giuste davanti al mutamento degli scenari, per l’investitore è opportuno accertarsi che l’imprenditore lo faccia. Ci sono anche eventi momentaneamente insormontabili o che comportano dei rischi di avvitamento, i quali potrebbero suggerire il disinvestimento. La capacità imprenditoriale non è una facoltà acquisita per sempre. Non credo sia opportuno fare affidamento su LAMERICA perchè “tanto è cosi che va” poiché “così è sempre stato”. Da una decina d’anni abbiamo di fronte due questioni basilari: il controllo delle materie prime e l’evoluzione della finanza da bancaria a post bancaria. Le banche hanno pensato di poter influenzare il sistema unicamente controllando la finanza e gli stati ci hanno creduto. Alla fine ci si è accorti che il controllo delle materie prime è prioritario per svariate ragioni ( dalla capacità di produzione fino ai monopoli; dall’importanza della moneta di conto, fino al potere di stampa). Trump ha provato a rimettere sui binari della competitività pacifica l’economia attraverso i dazi nella speranza di riprendere il controllo del debito e di ottenere grazie alla straordinarietà delle aziende USA, quel vantaggio che pensa gli si spetti. Le lobbies, le banche pensano invece che non sarà mai abbastanza e mirano prendere il controllo delle materie prime. Come risultato Trump si è convertito alle banche e sta perpetrando guerre. Pertanto Trump non pensa affatto, o almeno non lo pensa più, che le aziende USA sono comunque in grado di fare utili e gettito a sufficienza perchè gli States possano sopravvivere e a quanto pare non lo pensano neanche i big della finanza americana. Il competitor cinese è più forte. Il mercato lo riconosce più forte con gli acquisti. Banche e politica americane non hanno intenzione di perdere la champions e fanno i prepotenti senza rispettare le regole. Direi che tutto si traduce nella continuazione della leadership americana, una volta che questa sia riuscita a spazzar via la concorrenza con la forza. Oppure no. In definitiva non è la capacità e la sensazionalità dell’azienda americana che le permette di sopravvivere, ma la geopolitica (al cui estremo c’è appunto la guerra).

  2. Alberto 23 Marzo 2026 at 14:22 - Reply

    Condivido il tuo commento. Questo è un gran bel film da vedere sul grande schermo (come ben sanno gli amanti della 7a arte).
    Anche DiCaprio offre una superba interpretazione, che avrebbe anch’essa meritato l’Oscar. Ma avrà tempo di rifarsi.
    Quanto al tema degli investimenti… siamo indubbiamente d’accordo.
    Saluti.

    • Valerio de Stasio 23 Marzo 2026 at 14:26

      Infatti ero indeciso se dire che si potesse trovare anche su Amazon prime, ma io l’ho visto per caso lì sopra e poi sono andato a rivederlo al cinema. DiCaprio ne avrà già vinti un paio di Oscar, francamente per ogni film che vedo con lui sarebbe quasi sempre da Oscar e ..non si può. Grazie come sempre per il tuo commento Alberto.

Lascia un Commento