Il lungo percorso per essere veramente ESG

La ESG mania avanza dirompente. Il marketing finanziario non si è fatto sfuggire la Conferenza Mondiale sul Clima COP26 di Glasgow per ricordare ai risparmiatori di tutto il mondo che la finanza è già attrezzata per combattere il cambiamento climatico.

Investire in maniera sostenibile è ormai diventato un tormentone. Pur riconoscendo la valenza dei principi che stanno alla base di questa filosofia di investimento, chi critica in maniera oggettiva il fenomeno (se sarà una moda passeggera lo capiremo nei prossimi anni) o viene attaccato, o semplicemente viene snobbato.

Poche ore è durata ad esempio l’accusa di una delle autorità monetarie più importanti al mondo, la banca centrale delle banche centrali, ovvero la Banca dei Regolamenti.

All’interno del report trimestrale che la BIS pubblica regolarmente, uno studio  dal titolo “Sustainable finance: trends, valuations and exposure” ha messo in luce tutte le fragilità sulle quali sta poggiando l’attuale collocamento di prodotti “sostenibili”.

Anna Zabai e Sirio Aramonte, i due autori dello studio, si sono chiesti se questa grande attenzione di investitori e gestori verso il tema ESG non stia per caso creando una bolla speculativa in settori fino a poco tempo fa molto marginali e di nicchia.

L’articolo di oggi è un pò più lungo del solito. Consiglio di leggerlo con calma perchè, seppur arricchito da fonti autorevoli che stanno studiando il fenomeno, è ricco di concetti non sempre facili da comprendere.

La premessa doverosa da fare è che oggi esistono diversi criteri ESG di selezione degli asset finanziari. Questo rende complesso anche per gli addetti ai lavori la comprensione dell’ampiezza del fenomeno. Alcune stime indicano in 35 miliardi di dollari gli asset oggi etichettati come ESG in gestione , ovvero il 36% del totale degli investimenti gestiti a livello professionale nel mondo.

Altre analisi che prendono come riferimento fondi comuni e ETF ESG e SRI, stimano in circa 2 miliardi di dollari le masse complessive in gestione, il 3% del totale (i bond rappresentano l’1% delle obbligazioni in circolazione). Numeri decisamente diversi che già ci fanno capire quanto difficile sia separare il nero dal bianco.

Se diamo però credito a questa seconda ipotesi più conservativa e rappresentata nel grafico successivo, notiamo subito come l’impennata degli ultimi anni delle masse è comunque notevole.

Al tempo stesso, seguendo il principio dell’asset allocation basata sulla capitalizzazione globale, comprendiamo quanto dovrebbero pesare asset di questo tipo in un portafoglio ideale di investimento. Più o meno il 3% appunto.

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Fonte: BIS

Il primo check che possiamo fare è se effettivamente il peso ESG nella nostra personale asset allocation è proprio questo. Se è 10 volte tanto una riflessione è quanto mai opportuna. Se è 20 volte abbiamo semplicemente esagerato.

La ricerca associa, nella sua dinamica, il percorso attuale dei prodotti ESG con quello di altri fenomeni poi sfociati in bolle speculative. L’ultimo in ordine cronologico quello delle obbligazioni MBS che provocarono lo scoppio della Grande Crisi Finanziaria nel 2008.

Pur in calo rispetto ai valori di inizio 2021, ad esempio il settore del Clean Energy ha valutazioni di prezzo rapportate agli utili decisamente più alte rispetto al mercato nel suo complesso, ma anche allo stesso stile di investimento a cui appartiene, ovvero il growth.

Premio per il rischio sempre più basso a livello azionario uguale rendimenti più bassi in prospettiva.

E lo stesso vale per il mondo delle obbligazioni dove gli spread, ovvero la misura del rischio di credito dell’emittente misurata dal mercato, sono ridotti all’osso.

La prossima frontiera probabilmente sarà quella di creare prodotti finanziari strutturati intrisi di etica ESG.

Come accadde nel 2007, impacchettati e infiocchettati adeguatamente troveremo prossimamente sugli schermi della grande finanza internazionale prodotti strutturati come obbligazioni e polizze assicurative. Questi contenitori (o wrapper come dicono quelli che si vogliono dare un tono) avranno al loro interno azioni di società sane ed effettivamente in linea con gli accordi sul clima, che conviveranno con altre azioni di società che stanno in piedi solo perché finanziate dalla ESG mania.

Un fenomeno che nei prossimi mesi andrà monitorato con attenzione e che il risparmiatore comune non dovrà sottovalutare.

Giustissimo pensare al benessere del pianeta, ma per questo esistono i gesti quotidiani e di buon senso che ognuno di noi dovrebbe compiere.

Il benessere finanziario dei nostri soldi è un’altra cosa ed è giusto tutelarlo al massimo livello.

Gli operatori specializzati ovviamente si guardano bene dal segnalare all’investitore alcuni elementi di criticità che stanno emergendo. Allo stesso tempo si guardano bene dal chiarire come ad oggi la differenza tra investire secondo criteri ESG e criteri standard è modesta. Non sappiamo se la tendenza proseguirà in futuro, ma qualche numero del passato sul quale ragionare ce l’abbiamo.

Due esempi di quello che ho appena scritto arrivano dal sempre ottimo blog klementinvesting.com.

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Il primo grafico indica che tra 861 top finance professionals intervistati da Johannes Ströbel and Jeffrey Wurgler in un sondaggio sul tema cambiamento climatico e quanto lo stesso è prezzato dalle quotazioni azionarie, la stragrande maggioranza si è schierata sul fatto che questo tema (e annessi rischi) non è incorporato nei prezzi.  Quindi, se i portafogli sottostimano questo rischio, per i gestori che sapranno identificarli costruendo allocation adatte ad un ambiente di questo tipo, il cosiddetto alfa (il valore aggiunto generato da un gestore rispetto al mercato nel suo complesso) fioccherà come neve a dicembre.

Klement in un altro post ha svolto un lavoro molto interessante di analisi del mondo investimenti ESG.

Ha preso i pesi di portafoglio delle principali azioni presenti negli indici generalisti e negli indici ESG. Questi ultimi sono etichettati in vari modi. Screened, Carbon transition, ESG enhanced, e via così allineati agli ideali della conferenza sul clima di Parigi.

Cambia il condimento, ma la zuppa è sempre quella verrebbe da dire. Da Apple a Microsoft, da Tesla a Facebook, i pesi non sono molto differenti, ESG o non ESG.

CDP, l’Ong specializzata nella disclosure e valutazione in tema di sostenibilità degli investimenti, ha rilevato in un’analisi che ha coinvolto oltre 16.500 fondi di investimento per un valore di 27 trilioni di dollari, che meno dell’1% degli asset globali in gestione è attualmente allineato con l’obiettivo di temperatura dell’accordo di Parigi che auspica un rialzo “ben al di sotto dei 2°C”.

A questo punto viene spontaneo chiedersi, ma qual è il beneficio per l’investitore nell’abbracciare il tema ESG? E quale per il clima, giusto per prendere uno degli obiettivi verso il quale questo tipo di investimento si rivolge?

Domanda alla quale in questo momento è difficile rispondere anche perché non esistono parametri univoci di valutazione di cosa sia da considerare ESG e cosa no, così come l’autovalutazione degli stessi gestori è dominante.

Tanto per citare un esempio l’ETF di BlackRock, US Carbon Transition, vede al primo posto come settore quello dell’information technology con il 28% di peso seguito dall’health care. Apple è presente al 5%, ma ci sono anche Coca Cola, Exxon, JPM, Disney, tutti nomi che troviamo in qualsiasi altro ETF generalista.

Un recente studio di InfluenceMap, più ottimista di quello appena visto di CDP, ha rivelato che il 71% dei prodotti brandizzati ESG ha portafogli non allineati agli obiettivi degli accordi sul clima di Parigi. FactSet ha verificato che le commissioni sugli ETF definiti ESG sono più alte del 43% rispetto a quelle degli ETF standard.

Cominciate a unire i puntini e a capire perché il marketing finanziario sta abbracciando senza indugio questo mondo?  Costo per il consumatore più alto (ovvero profitti elevati per chi è produttore) a cui sommare un prodotto che si vende da solo grazie a un ideale altissimo.

La realtà purtroppo è ben diversa e questo articolo ,un po’ lungo ma decisamente interessante, spiega non solo la cronologia di ricerca che ha portato il mondo finanziario ad abbracciare la tesi della sostenibilità, ma anche tutte le contraddizioni che dominano per il momento questo tema.

La narrativa imperversa alla grande rispetto ad una realtà decisamente più complessa che richiederà tempo per essere matura. I casi di Nestlè e Coca Cola sono esemplari.

La multinazionale europea per sua stessa ammissione ha il 70% di cibo e il 96% di bevande che non sono considerati salutari (qui un articolo in italiano pubblicato dal Sole24ore su questo tema). Nestlè produce 1.7 milioni di tonnellate di plastica ogni anno e usa solo il 2% di plastica riciclata. Eppure Nestlè è presente all’interno dell’indice FTSE4Good Index ed è retata AA nell’indice MSCI ESG.

Coca Cola si è autodefinita nel 2020 water neutrality. Ogni litro di acqua usato viene restituito dice Coke. Duecento miliardi di litri di acqua sono restituiti ogni anno alla natura. Peccato che la water neutrality non faccia riferimento a dove si verifica. Infatti Coca Cola include in questa neutralità solo l’acqua utilizzata nelle operazioni all’interno dei suoi stabilimenti. Il 90% dell’acqua prelevata da Coca Cola è utilizzata fuori dai suoi impianti di imbottigliamento, prevalentemente nei campi di canna da zucchero e nella produzione della plastica per bottiglie.

La promessa degli investimenti ESG di essere investimenti capaci di battere gli investimenti tradizionali combinati ad un miglioramento del contesto ambientale e sociale appare a tutti, investitori e gestori, come una strategia win win.

L’investitore ha una remunerazione più alta dai suoi investimenti e contribuisce a salvare il pianeta. Il gestore guadagna di più facendo pagare commissioni più alte su performance più alte.

Non vi sembra tutto ciò meraviglioso? Come è possibile che in secoli di storia finanziaria mai nessuno sia riuscito a farsi venire un’idea così?

Ma questa volta è diverso, racconta il marketing finanziario. Ci troviamo di fronte alla sfida del secolo del cambiamento climatico. Vero, ci troviamo di fronte a un problema da risolvere e pure in fretta. Ma come sapete bene cari lettori di investireconbuonsenso, quando gli slogan conditi di paroloni magari un pò inglesi con musiche strappalacrime e video di droni che volano in luoghi da favola arrivano diretti sul vostro portafoglio di investimento… fareste bene ad essere un po’ più critici e analitici nelle valutazioni.

Il mondo della finanza non è diventato green perchè tiene al futuro del pianeta. Non si capisce cosa sia cambiato rispetto a 5 anni fa quando la sostenibilità non se la fumava quasi nessuno. Più banalmente il mondo della finanza sta dove si nasconde un vero filone d’oro di ricavi futuri.

Non fraintendetemi. Gli ideali del mondo ESG sono validi, ma la finanza non ha tempo di aspettare tanto tempo per vederli realizzati. Le trimestrali di borsa incombono e l’azionista vuole essere remunerato adeguatamente.

Per fortuna il mondo reale è diverso. Le aziende si muoveranno dove il consumatore si muoverà, indipendentemente dalla presenza o meno di un’azione all’interno di un paniere.

Non dobbiamo preoccuparci troppo di quanto ESG ha il nostro investimento.

Preoccupiamoci piuttosto di quanto ognuno di noi contribuisce a salvare il pianeta. Preoccupiamoci di dove realmente si concentrano gli sporcaccioni di questo mondo e magari dirottiamo le nostre preferenze di consumatore verso chi lo rispetta. Abbiamo un potere enorme, sfruttiamolo.

Quote emissioni annue di CO2. Fonte Corriere.it

Ma se quattro volte all’anno prendete un volo low cost per visitare in lungo e in largo l’Europa, un paio di volte al mese fate 300 km con la vostra auto (qualunque essa sia) per andare a mangiare una frittura di pesce al mare, quattro volte alla settimana svuotate la plastica contenuta nel bidoncino dedicato alla differenziata, una volta ogni due giorni fate arrivare il furgoncino di Amazon davanti a casa vostra, sarete d’accordo con me che forse avere in portafoglio un fondo ESG non risulterà così decisivo nel salvare il pianeta. Almeno per ora.

Buon investimento (ESG o non ESG).

2 risposte a "Il lungo percorso per essere veramente ESG"

  1. MisterK 8 novembre 2021 / 8:19

    Allevare le mucche per macellare è incivile. Le mucche sono sacre. Appena esce un indice che esclude tutte le aziende colpevoli di questo abominio, compro. Togliete McDonald’s da MSCI!!!
    A parte il sarcasmo, che poi invece è una richiesta seria, chi decide chi è ESG, i no?
    …rivoglio i tulipani…

    😂

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  2. Giovanni 8 novembre 2021 / 19:22

    Io devo essere sincero che l’argomento è poco chiaro, non capisco se le performances di questi fondi, e anche di ETF ce ne sono parecchi, sono dovute proprio all’acquisto di società classificate ESG che in futuro ritorneranno congrui rendimenti oppure è una moda passeggera dovuto a questa mania amplificata anche dalla Conferenza Mondiale sul Clima COP26. Nello specifico: non sono molto sicuro se i rendimenti di queste società ESG, che sono inserite nei loro indici, sono dovuti proprio all’aumentato del loro livello tecnologico, alla loro qualità, ai loro risultati piuttosto invece dell’incremento del loro valore dovuto allo spasmodico sviluppo di questi fondi specializzati in ESG. Per cui intanto me stò alla larga.

    "Mi piace"

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