By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 6 Dicembre, 2021|

Nel mondo degli investimenti si definisce bilanciata quella tecnica di allocazione del denaro che suddivide il rischio tra strumenti azionari e strumenti obbligazionari. Investire con un’asset allocation bilanciata è ormai considerato un esercizio obbligato dal risparmiatore italiano alla ricerca di quel rendimento che i titoli di stato non sono più in grado di offrire.

Investire in azioni permette al capitale di crescere con performance interessanti nel lungo periodo.

Investire in obbligazioni permette di conservare, almeno nominalmente, il capitale smussando la volatilità dell’investimento azionario.

Questa la narrazione che solitamente porta avanti un consulente finanziario quando cerca di convincere un cliente a investire in un fondo bilanciato o multi asset che dir si voglia.

L’aspettativa di un cliente, dopo questa breve introduzione, è quella di ottenere performance maggiori (ma con un po’ di rischio in più) con portafogli più esposti all’azionario. Naturalmente risultati meno performanti (ma con meno rischio) quando sono le obbligazioni ad essere percentualmente dominanti.

Quello che raccontano i manuali di finanza a grandi linee è questo. Ma siamo veramente sicuri che la storia del ventunesimo secolo ha fornito finora queste risposte?

I lettori di investireconbuonsenso.com sono già adeguatamente istruiti e sanno che possono esserci annate in cui prendersi meno rischio è vincente. Ci sta, fa parte della ruota che gira perennemente sui mercati finanziari.

Purtroppo il problema è che non conosciamo in anticipo quando sarà il momento giusto per tirare i remi in barca.

Ogni tanto mi diletto in test di laboratorio con i numeri offerti quotidianamente i mercati. L’esito di quello che sto per presentare è sorprendente.

Per i primi 17 anni del secolo in corso investire in un portafoglio bilanciato con poche azioni è stato vincente rispetto ad un portafoglio più rischioso. Questo l’esito finale del back test che tra un po’ vi spiegherò brevemente.

L’articolo di qualche settimana fa sui 10 anni esaltanti vissuti dal mondo azionario (e che sicuramente ha messo la parola “bolla” in bocca a qualche lettore) esce ridimensionato e va contestualizzato.

L’azionario sta recuperando l’indiscusso ruolo di asset capace di premiare il rischio. L’obbligazionario sta lasciando quell’innaturale ruolo di generatore di performance che non gli compete per natura.

E’ vero, abbiamo vissuto un primo quinto di secolo eccezionale. Ma eccezionale perché fatto di rendimenti obbligazionari senza precedenti e di rendimenti azionari non adeguati al rischio corso dagli investitori.

Troppe parole, avete ragione. Passiamo ai fatti e ai numeri.

Per completare il test ho utilizzato il sempre ottimo motore di simulazione di Portfoliovisualizer.com.

Quando ci rechiamo dal nostro consulente finanziario di fiducia, la ricetta per investire in modo bilanciato che solitamente viene proposta è più o meno sempre quella. Un peso di azionario che può andare dal 20% per il profilo di rischio prudente, al 40% per un profilo intermedio, fino al 60% per il profilo più spinto.

Per comprendere come gli americani interpretano il rischio azionario in modo molto differente rispetto agli europei basta guardare i nomi che attribuiscono a queste tipologie di portafogli bilanciati.

Il 20/80 (20% azioni, 80% obbligazioni) viene chiamato “income”, il 40/60 “conservative”, il 60/40 “moderate”.

In Italia alla parola moderato ho i miei seri dubbi che qualcuno possa abbinare più del 30% di esposizione azionaria.Ma andiamo oltre.

Ho effettuato un test di performance e rischio su tre tipologie di portafogli investiti in maniera diversificata su fondi passivi americani e globali nel periodo gennaio 2000-ottobre 2021. In questo modo la performance è già al netto dei costi dei prodotti (ma al lordo della tassazione fiscale).

asset allocation bilanciata
Primi 20 anni di storia dei portafogli bilanciati

Fonte: Portfoliovisualizer.com

Fatta la prima opera di settaggio di date e asset allocation, sono andato a caricare un importo simbolico di 100 mila dollari a inizio secolo. Con ribilanciamento annuale ho poi verificato il risultato ottenuto al termine di quello che possiamo definire veramente un investimento di lungo periodo.

Ed ecco la sorpresa.

La linea blu rappresenta l’investimento più conservativo con il 20% di azionario. La linea gialla quello più rischioso con il 60% di azionario.

Quello che si vede è che il primo bear market del secolo tra il 2000 e il 2003 era stato quasi ripianato nel 2007 quando una nuova mazzata ribassista ricacciò indietro l’ottimismo di chi aveva scelto di dedicare una generosa porzione dei risparmi all’investimento azionario.

E così sono stati necessari altri 10 anni per arrivare al sorpasso.

A giugno 2017 il portafoglio 60/40, dopo oltre 17 anni, aveva riguadagnato la testa.

Ma la vita non è facile per chi predica (come il sottoscritto) che l’azionario nel lungo periodo è vincente.

A marzo 2020 di nuovo il portafoglio 20/80 stava sopra il 60/40 in termini di controvalore. Gioia durata pochi mesi prima di lasciare spazio allo scenario che vediamo oggi dove, finalmente, il rischio è ripagato adeguatamente.

Alla fine del mese di ottobre 2021 in termini nominali le performance annue degli investimenti bilanciati oscillavano tra il 5,4% e il 6,3%. Novanta punti base che significano oltre 63 mila euro di capitale aggiuntivo su un montante finale compreso tra 319 mila e 383 mila dollari.

In termini reali depurati dall’inflazione il rendimento annuo composto è risultato compreso tra il 3% e il 3,9%.

Il rischio obiettivamente è stato pagato poco dai mercati azionari considerando i dati di volatilità dei rendimenti.

La volatilità annua per il bilanciato più aggressivo è stata doppia rispetto a quello prudente (9,4 vs 4,5). Addirittura tripla la massima perdita realizzata nel periodo (33% vs 11% per il cosiddetto drawdown).

Il portafoglio con 20% di azioni ha chiuso in negativo 3 anni, quello più aggressivo in 6 annate si è leccato le ferite.

In termini di contribuzione al rischio, nel portafoglio con 60% di azioni il 96% della volatilità è stata generata dall’investimento azionario. Nel portafoglio più prudente l’equity è stato responsabile della metà del rischio dell’intero portafoglio.

Dati di sintesi nei quali è facile perdersi, ma che dicono chiaramente una cosa. Siamo nel mezzo di una bolla questo sì. Ma quella bolla è stata gonfiata con la complicità delle banche centrali sul mercato obbligazionario, non certo su quello azionario.

Se avessimo fermato il tempo a fine marzo 2020 il risultato sarebbe stato ancora più clamoroso. Venti anni di storia di mercati finanziari avrebbero generato un risultato praticamente identico per qualsiasi profilo di rischio scelto.

Performance asset allocation bilanciata a marzo 2020
Fonte: Portfoliovisualizer.com

Se in quel momento di panic selling ci fossimo fermati un attimo a ragionare invece che fuggire a gambe levate dal rischio, avremmo compreso l’opportunità “secolare” che si stavano offrendo i mercati azionari. Un po’ più di lucidità ci avrebbe spinto a fare esattamente il contrario di quello che i media mainstream o le nostre menti impaurite suggerivano. Avremmo dovuto acquistare azioni e vendere obbligazioni.

Dopo 20 anni nei quali gli indici azionari globali guadagnavano come o meno di quelli obbligazionari, chiunque avesse usato un pizzico di buon senso avrebbe compreso dove stava l’anomalia. E avrebbe agito con equilibrio e prudenza ma nella direzione giusta.

Rendimento ventennale a marzo 2020 azioni e obbligazioni?
Fonte: Portfoliovisualizer.com

Tutto quello che è stato scritto in questo post è naturalmente basato sulla storia (vera) di un passato che ha già scritto e archiviato i suoi dati. Qualcuno ha triplicato il capitale investendo in questo modo. Altri lo hanno dimezzato cercando di saltare da un treno all’altro. Quello che conta è però il futuro e le aspettative di rendimento che guideranno la crescita futura dei nostri risparmi.

Almeno per il mondo obbligazionario questo dato è in buona parte conosciuto. Basta guardare i rendimenti attualmente offerti da titoli di stato a 10-15 anni e immaginare con buona approssimazione il ritorno futuro dell’investimento al lordo dei costi.

Per il mondo azionario l’esercizio di prevedere il futuro è più difficoltoso e non è questa la sede per comprendere meglio come generare delle aspettative realistiche di rendimento.

Quello che è lecito aspettarsi è però un premio per il rischio riconosciuto dal mercato maggiore di quello visto nella prima parte del ventunesimo secolo. Attenzione però. Maggior premio per il rischio significherà anche maggiore volatilità dei rendimenti. Disposti ad accettare lo scambio?

Oggi tassi di interesse obbligazionari con scadenza a 30 anni inferiori al 2% in Italia e Stati Uniti o pari a zero in Germania, “suggeriscono” di scaricare (se presenti) le obbligazioni presenti in portafoglio durante la prossima turbolenta fase del mercato azionario quando i bond ancora una volta saranno porto sicuro.

Fase che ci sarà e come sempre sarà ricca di opportunità per chi si farà trovare pronto.

Buon investimento.

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