
Una delle più grandi difficoltà per un investitore è mantenere fede alle promesse fatte a sé stesso (o al consulente con il quale ha redatto un piano finanziario) nel corso degli anni.
I propositi roboanti lasciano spesso spazio a delusioni alternate ad euforia, noia sovrapposta ad eccitazione, rassegnazione mischiata a necessità di fare qualcosa a tutti i costi.
Tutti concordiamo. Sulla base dei dati storici il mercato azionario nel lungo periodo (diciamo almeno 20 anni di investimento senza interruzioni) non ha mai perso soldi.
Mediamente l’azionario globale nell’ultimo mezzo secolo ha offerto un ritorno nell’intorno del 9% annuo nominale al lordo di tutto, con periodi particolarmente felici e altri meno, se per questi intendiamo quelli con rendimenti relativamente modesti, mai negativi.
In quei periodi le emozioni non sono state immobili, sempre uguali, e pochi investitori sono arrivati al traguardo con fondi prima ed ETF poi, senza mollare mai la presa.

Fonte dati: Bloomberg
Osservando il grafico più semplice del mondo che mette su un asse il rendimento annuo delle principali asset class di investimento obbligazionarie e dell’azionario globale negli ultimi 20 anni, e su un altro asse la volatilità, scopriamo l’ovvio.
Il rendimento di un investimento, qualunque esso sia, per essere elevato deve combinarsi per forza ad oscillazioni dello stesso molto più elevate rispetto a chi promette poco ma si muove anche poco.
Se queste oscillazioni non ci sono e il rendimento promesso è comunque elevato vi siete imbarcati in un’avventura molto pericolosa fatta di illiquidità e probabilmente raggiro. Ma questo è un altro tema.
Eppure, chi si muove poco e promette poco continua ad attrarci incredibilmente quando le cose non vanno sempre come dovrebbero durante un viaggio finanziario.

Il fatto è che non sappiamo in anticipo se sotto al traguardo di quei 20 o 30 anni la ricompensa sarà quella promessa.
E questo ci disturba tremendamente se la traiettoria devia temporaneamente da quella ideale. Ci sembra sempre che proprio a noi toccherà la prima del “questa volta è diverso”.
Esistono studi che cercano di offrire delle proiezioni future di rendimenti attesi azionari sulla base delle attuali quotazioni di mercato. Quasi ad allertarci di essere più realisti del re su quelli che saranno i probabili rendimenti dei nostri investimenti azionari se continuiamo a fidarci esclusivamente delle medie storiche.
Questi studi quasi mai si sono spinti però a verificare cosa è successo oltre i 10 massimo 15 anni; quindi, sul lungo periodo possiamo affidarci sempre e solo alla storia, non c’è pezza.
Possiamo utilizzare i dati di rendimento attesi sulla base delle attuali quotazioni, soprattutto se la fase dell’investimento di sta avvicinando ad obiettivi particolari come il raggiungere l’indipendenza finanziaria. In questo caso l’approccio prudenziale appare giustificato dai differenti rischi ai quali si va incontro.
Negli anni scorsi, di fronte ai ripetuti massimi storici delle borse (soprattutto americane), tecniche di previsione come quella del CAPE di Shiller hanno influenzato alcuni celebri ricerche provenienti da società come Vanguard e BlackRock che periodicamente hanno l’obiettivo di disegnare una seppur imprecisa traiettoria di rendimenti attesi delle varie classi di investimento.
Inutile negarlo. Negli ultimi anni il pasto azionario promesso da queste ricerche, soprattutto lato azionario USA, non è mai stato molto invitante proprio a causa di metriche poco esaltanti che certificando un mercato caro non promettono all’investitore rendimenti superiori alla media storica.

Fonte: Jp Morgan
Oggi il CAPE, nonostante una correzione corposa dei listini americani post dazi di Trump, rimane comunque superiore a 30.
Questo offre una prospettiva di rendimenti reali da parte dei listini di borsa americani nell’ordine dei circa 3,5 punti percentuali all’anno per il prossimo decennio, percentuale che essendo depurata da un tasso di inflazione che il mercato stima in circa 2,5%, porta a circa il 6% il rendimento nominale atteso almeno sulla borsa americana da qui al 2035 almeno.
Quando l’investitore si trova i di fronte a una prospettiva di rendimento del 6% all’anno, getta uno sguardo alle alternative sul mercato e probabilmente accetta quella che appare una scommessa. Sempre con qualche perplessità perché si sente dire che il momento di mercato è quello che è (da quando 25 anni fa sono entrato nell’arena della finanza sento questa storiella sia quando le borse salgono che quando scendono), l’investitore accetta di investire nella classe di investimento più redditizia di sempre, forse l’unica in grado di garantirci un’alternativa più veloce al raggiungimento di obiettivi di vita che altrimenti richiederebbero enormi quantità di risparmio per poter essere realizzati.
La realtà però è che nella maggior parte dei casi a quella destinazione dei 10 anni previsti dalle principali case di investimento nei loro outlook, oppure ai 20 anni indicati dalle medie storiche, quasi mai l’investitore medio riesce effettivamente ad arrivarci, soprattutto a misurare chi aveva ragione. Il motivo?
L’andamento assolutamente randomico del mercato azionario in quello che per definizione è un breve periodo quando si tratta di investimenti finanziari azionari.

Fonte: Jp Morgan
Non esistono strumenti predittivi efficaci nel catturare quello che sarà fra 12 mesi il rendimento di un investimento azionario, e nonostante la stessa metrica ci dice che storicamente fra 10 anni avremo una elevata probabilità di ottenere un rendimento positivo, sia che le cose vadano particolarmente bene oppure male, dopo un anno ci sentiamo in dovere di fare qualcosa.
Prendere profitto dopo una clamorosa botta di fortuna da +40%, smontare tutto dopo un calo dei prezzi superiore al 20% che in soli 12 mesi ha trasformato i nostri 100 mila euro in 80 mila, o ancora annoiati cambiare cavallo perché quello che stiamo cavalcando non sembra voler andare da nessuna parte.
Nulla di tutto ciò accade ad esempio con le obbligazioni.
Sappiamo che solo acquistando strumenti diretti possiamo conoscere con una relativa certezza (al lordo di rischi vari come credito e cambio) il risultato finale fin dal primo giorno dell’investimento.
In tutte le altre situazioni, ad esempio acquistando ETF o fondi, la variabilità dell’esito finale nei tempi previsti inizialmente è comunque notevole.
La cosa non ci infastidisce perché il ruolo di questi strumenti già in partenza è quello di conservare il capitale (nominalmente parlando), non farlo crescere in modo importante come invece promette l’azionario. E pazienza se i prodotti obbligazionari potrebbero avere segni meno dopo 1, 2, 3 anni o anche oltre. In questo caso viviamo il viaggio quasi con rassegnazione perché sapevamo fin da subito cosa ci attendesse.

Fonte: Jp Morgan
Il punto cruciale di tutto questo discorso è che riuscire ad avere la costanza e la forza di volontà di arrivare fino in fondo ad un piano, seppur basato sulle informazioni più rigorose e oggettive che abbiamo a disposizione, non è semplice.
Anche il sottoscritto dopo la correzione delle borse del 20% delle ultime settimane è andato a riguardarsi la performance degli ETF sui quali ha investito nel momento in cui anche questo blog è nato.
Era quello il momento in cui la mia consapevolezza e tecnica di investimento subiva sostanziali cambiamenti e chi mi ha seguito fin dagli albori ricorderà il portafoglio di “Archeowealth”.
Quella sbirciatina mi è stata utile per verificare se dopo oltre 10 anni le promesse sono state effettivamente mantenute.
Se utilizzassi ad esempio come riferimento un classico ETF azionario globale quotato in Italia acquistato al tempo, dal 2014 a oggi scoprirei che il rendimento medio annuo composto è risultato proprio del 9%. Un perfetto allineamento alla media storica.
Eppure, il mio pensiero, nonostante oggi posso ritenermi abbastanza educato ed esperto finanziariamente parlando, è subito andato al cosa succederebbe se andasse peggio.
Con una perdita aggiuntiva di un altro 20% nei prossimi mesi mi ritroverei con un 7% annuo a bilancio.
Con un altro 20% ancora (quindi -40% dai prezzi attuali) con un ritorno annuo del 4%. Impossibile che possa accadere? E chi lo può sapere mi sono detto, è già successo e nulla vieta che si ripresenti una situazione simile.
Mi sono immaginato quali potrebbero essere le mie sensazioni in quel momento. Probabilmente tra l’arrabbiato, per non aver approfittato del regalo che avevo tra le mani, e il sollevato per non aver perso soldi. In fondo mi porterei comunque a casa la metà di ciò che la storia mi aveva promesso avendo ancora davanti diversi anni per risalire dopo una correzione del 60%.
Nonostante questa confortante risposta mi rimarrebbe dentro quella sensazione di tradimento del mercato almeno nei miei confronti, un tradimento misto a rimpianto. Lo stesso tradimento di un mercato obbligazionario che dopo 11 anni mi avrebbe offerto la metà del rendimento promesso al tempo (dal 2014 a oggi un ETF Global Aggregate Bond ha reso poco meno dell’1% all’anno).
Ma le obbligazioni non trasformano i risparmi in vere e proprie miniere d’oro e quel rendimento reale negativo che oggi accompagna l’investimento obbligazionario non mi fa arrabbiare granché, confermando ciò che, oltre all’aumentare il valore del denaro risparmiato, sono realmente gli investimenti. Un grande banco di prova soprattutto per la nostra personalità.
Le azioni, a differenza delle obbligazioni, promettono di realizzare in minor tempo i nostri sogni futuri e un rendimento reale positivo più basso (che allungherà quindi i tempi previsti) rispetto alle nostre aspettative genera frustrazione e delusione.
Ed ecco spiegato il perché facciamo una gran fatica ad arrivare alla fine dei 20 anni pianificati in partenza.
Certo, la mia condizione poteva essere differente. Essere uno di quegli investitori che dopo qualche anno si ritrovava ancora alla linea di partenza a causa di un ingresso effettuato in un periodo precedente fasi di mercato negative. Penso ad esempio a chi ha investito a inizio 2025.
Anche se le statistiche ci dicono che in realtà queste fasi di volatilità estrema a distanza di anni sono foriere di soddisfazioni nei prossimi anni, facciamo fatica a credere a queste informazioni. E anche qui è facile capire il perché. Perché ogni volta è veramente diverso. Le cause della volatilità sono diverse. E le risposte all’incertezza sono diverse essendo per loro natura dei tentativi di risolvere un problema.

Anche ricordare che stare fuori dai mercati nei momenti peggiori spesso ci porta a perdere per strada i momenti migliori, ovvero quelli che determineranno le nostre fortune future, non cambia granché il nostro umore. Perché quello che ci viene più semplice è guardare il bilancio di oggi, non quello incerto che ci promette il futuro.

Non è vero che la volatilità dei rendimenti e quindi dei prezzi che li formano non è un rischio.
La volatilità dei prezzi è quella miccia capace di far esplodere la nostra capacità mentale di tenere duro su un piano finanziario costruito con cura, di essere razionali nel giudizio in ogni fase del percorso, di comprendere che non tutto va sempre come previsto nel breve periodo ma nel lungo termine spesso sì, di non farci influenzare dalle dinamiche del momento che ci spingono a pensare agli scenari peggiori quasi obbligandoci ad agire per fare qualcosa. E attenzione, questo rischio vale sia per la volatilità buona che accompagna i rialzi, che per quella negativa che accompagna i ribassi.
Quindi sì, la volatilità è rischio per quello che mi riguarda. Ma non un rischio matematico come tutti comunemente la intendiamo e che in un piano finanziario di lungo periodo rappresenta uno dei tanti indicatori dell’incertezza che ci attende.
Un rischio che mina la nostra psicologia e con il quale, mettiamoci pure tranquilli, dovremo confrontarci fin quando avremo bisogno di investire quei soldi sui mercati finanziari per sperare di raggiungere sogni ed obiettivi.
L’importante è avere sempre buoni argomenti per mandarla gentilmente a quel paese ogni volta che cercherà di rendere la nostra vita peggiore.
Buon investimento.
