Il popolo della cosiddetta terza età, o silver age per chi preferisce usare gli inglesismi, crescerà inevitabilmente nei prossimi anni in termini assoluti grazie alla maggiore longevità e in termini relativi per effetto di un sempre più drammatico svuotamento delle culle. Questo è un dato di fatto che sta alimentando quel fenomeno noto come inverno demografico.
Se questa ultima tendenza dovesse mutare nei prossimi anni, poco cambierebbe per gli over 65. Una più lunga aspettativa di vita metterà tutti di fronte a eventi che potrebbero rendere necessarie importanti integrazioni di reddito per continuare a vivere bene mantenendo un adeguato tenore di vita e di cure, se ovviamente necessario. Quando si entra in quella che sempre usando un inglesismo si chiama fase del “retirement” vivere più a lungo si traduce economicamente in un maggior fabbisogno di denaro.
Nel 1990 a un italiano 65enne venivano prospettati 17 anni di vita aggiuntiva, oggi sono più di 20.
Una buona notizia che racchiude nel suo messaggio anche un problema.
Il problema sta nella bella notizia
Negli anni novanta questi bonus di vita si sommavano a quelli garantiti da un pensionamento precoce. Poi la riforma Amato del 1992 innalzò in Italia l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini.
Con le riforme successive arriviamo ai giorni nostri in cui l’età del pensionamento di vecchiaia è fissata a 67 anni (e crescerà gradualmente) con il beneficio della maggiore aspettativa di vita azzerato dalle necessarie e inevitabili riforme pensionistiche.
Pensare di poter vivere bene la vecchiaia con il solo supporto previdenziale e assistenziale pubblico appare oggi utopia visto che i futuri pensionati vedranno calcolato l’assegno con il metodo contributivo, quindi basato sugli effettivi versamenti a Inps o casse di appartenenza.
Chi non raccoglie il messaggio che il secondo (fondo pensione e TFR) e terzo pilastro previdenziale (risparmio privato) sono strumenti indispensabili per garantirsi un futuro dignitoso, è semplicemente una persona imprudente per sé e la propria famiglia.
Le conseguenze di un atteggiamento poco orientato al risparmio e all’investimento rischieranno infatti di catapultarsi come macigni su coloro che dovranno prendersi cura di eventi imprevedibili (soprattutto afferenti il tema della salute), non sempre felici e soprattutto costosi visto il progressivo disimpegno del welfare pubblico.
Un vero e proprio rischio impossibile da quantificare temporalmente, ma al quale possiamo tentare di dare una misura e anche una probabilità di realizzazione. Cercando delle soluzioni.
Prevenire il rischio di non autosufficienza
Tra queste soluzioni che possono attenuare quello che a tutti gli effetti è da considerare un fattore di rischio, la non autosufficienza, troviamo strumenti di natura assicurativa che prendono il nome di polizze long term care (LTC).
Strumenti che hanno lo scopo di coprire, totalmente o parzialmente, le spese che il beneficiario dovrà sostenere a causa della perdita dell’autosufficienza intesa come capacità di svolgere autonomamente alcune normali funzioni della vita quotidiana.
Un fenomeno che colpisce oggi quasi 4 milioni di italiani e destinato inevitabilmente a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Numeri che ovviamente tendono a essere più elevati nelle fasce di popolazione avanti negli anni quando medicinali, terapie, badanti e case di cura rischiano di rappresentare voci di costo sempre più pesanti per un bilancio familiare non adeguatamente patrimonializzato.
Gravi difficoltà nelle attività funzionali di base, motorie, sensoriali (vista e udito), nella memoria e concentrazione, sono alcune delle patologie che rendono necessaria l’assistenza non solo sanitaria per queste persone. Eventi che un giorno direttamente o indirettamente potrebbe coinvolgerci direttamente.
Come funziona una polizza long term care?
Prendo a prestito la descrizione del sito quellocheconta.gov.it per rispondere a questa domanda.
Con la polizza LTC, ottieni il diritto al versamento di una rendita periodica quando si verifica la non autosufficienza; l’importo della rata può essere prestabilito in modo forfettario o può variare in base al grado di autosufficienza.
In alternativa alla rendita, puoi ricevere:
- il pagamento di un capitale
- il rimborso delle spese di assistenza ricevute
- un’assistenza diretta presso istituti di cura convenzionati con l’impresa
Le polizze LTC possono essere:
- temporanee: il diritto alla rendita si ottiene soltanto nell’eventualità in cui la perdita di autosufficienza insorga durante il periodo di validità del contratto;
- a vita intera: la rendita si ottiene al momento della perdita di autosufficienza, a prescindere da quando ciò si verifichi e per tutta la vita dell’assicurato.
Il premio, di norma, è versato periodicamente (può essere annuo o mensile). Nella LTC a vita intera il contraente assicurato è tenuto a versare i premi fino a una certa età (ad esempio fino a 70 anni), ma la rendita è prevista per tutta la durata della sua vita, dal verificarsi dello stato di non autosufficienza. Generalmente sono assicurabili soggetti fino a 65 anni di età.
Come ogni prodotto assicurativo si paga un premio nel momento in cui si decide di attivare la copertura dal rischio potenziale.
Nel caso delle LTC le probabilità che l’evento si verifichi, soprattutto in età precedente ai 65 anni, sono ovviamente molto basse ma decisamente devastanti nelle conseguenze finanziarie nel momento in cui prendono forma nella realtà. Probabilità che poi si alzano (come il premio da pagare) con l’avanzare dell’età.

Conviene veramente stipulare una polizza LTC?
Quando si paga un premio per coprire un rischio (chiamiamolo un investimento a remunerazione meno di zero con un effetto leva decisamente elevato) la domanda classica è: mi conviene stipulare una polizza assicurativa oppure no?
La risposta non è mai univoca per tutti. Dipende da tanti fattori come le condizioni economiche e la composizione della famiglia, la storia familiare, il bisogno anche psicologico che si avverte nel dover mettere al riparo a ogni costo la propria vita da eventi sfortunati e tante altre sfumature che rendono la scelta veramente personale.
Ogni premio pagato per una polizza LTC si porta sempre dietro uno sgradevole effetto collaterale finanziario e psicologico per chi lo paga: quello di scambiare capitale per una potenziale copertura di un evento che magari non si verificherà mai.
Dall’altra parte del tavolo ci sono compagnie che devono mantenere in utile i bilanci societari e che quindi faranno di tutto per avere dalla loro parte la maggiore probabilità di vincere la scommessa.
Una scommessa tra noi consumatori (che paghiamo un premio per essere tranquilli e che nell’intimo speriamo di non vincere mai) e loro produttori che il premio lo incassano, lo investono e confidano che l’evento colpisca una porzione di assicurati non superiore alle medie calcolate grazie a complessi e rodati modelli statistici e attuariali.
Spesso le long term care sono vendute come un piccolo sacrificio a fronte di un grandissimo beneficio in caso di evento rischioso che diventa realtà. Ed è vero. Pensiamo al dramma che potrebbe vivere una famiglia con figli magari ancora a carico, che si ritrova uno dei due componenti all’età di 60 anni privo di autonomia e obbligato a una continua assistenza medico sanitaria.
Quando si paga un premio assicurativo nominalmente contenuto si tende a sentirsi più ben disposti alla copertura rispetto ad altre situazioni. E ovviamente di fronte al piccolo sacrificio vs grande (ma altamente improbabile) rischio chi vende questi prodotti ha vita facile nel riuscire a piazzare il prodotto al consumatore finale.
Lo scopriamo ogni volta che stipuliamo una polizza per coprire i rischi di un viaggio, oppure nelle polizze di responsabilità civile o appunto le long term care in età giovanile. Non ci mettiamo di certo lì a soppesare qualche euro visto che tutto sommato l’esborso ci pare ragionevole e sostenibile.
In altri casi, come ad esempio le polizze sanitarie stipulate in età avanzata, i costi si fanno particolarmente elevati e proprio quelle migliaia di euro da pagare ogni anno ci allontanano dall’idea di coprire quello specifico rischio che a causa del premio assume differenti gradi di probabilità nella nostra mente.
Ma quel premio mignon pagato ogni mese alla fine è giustificato?
Ho cercato anche io di comprendere meglio quali sono i numeri in gioco in una LTC per capire se conviene fare da soli, costruendosi un cuscinetto dedicato a questa possibile emergenza, oppure se è meglio affidarsi a una compagnia assicurativa eliminando il rischio appena possibile.
La premessa, quando si tratta di polizze, è sempre di prestare grande attenzione al contratto che ci viene proposto. Ogni compagnia inserisce clausole particolari, alcune civetta per attirare il cliente, altre che fanno la differenza quando scatta l’evento.
Nelle LTC in particolare va prestata attenzione soprattutto al periodo di carenza durante il quale il contratto non è valido, ai massimali e alle franchigie, alle eventuali esclusioni, alla correttezza nella compilazione del questionario sanitario ove richiesto, al come e se verrà rivalutata la rendita in caso di evento tanto per citare alcune voci del contratto degne di attenzione.
L’evento cruciale che fa scattare gli effetti della LTC e che materialmente obbliga l’assicurazione a pagare l’assicurato è la perdita di autosufficienza.
Cosa si intende per perdita dell’autosufficienza nelle LTC?
L’incapacità di compiere una sola delle attività elementari essenziali (ADL) della vita quotidiana non fa scattare immediatamente il diritto come in molti credono erroneamente.
I contratti LTC prevedono solitamente che siano almeno 3 di 4 o 4 di 6 di queste attività che l’assicurato non sia più in grado di svolgere autonomamente. Ovviamente questo abbassa notevolmente le probabilità di rientrare tra coloro che avranno il diritto al rimborso della rendita vitalizia.
- Mantenere un livello ragionevole di igiene personale, essendo in grado di lavarsi, radersi, pettinarsi, lavarsi i denti.
- Vestirsi, svestirsi e riporre ogni tipo di indumento, calzatura o eventuali apparecchi protesici.
- Alimentarsi, ovvero mangiare e bere, anche facendo ricorso ad alimenti preparati da altri.
- Spostarsi, ovvero coricarsi e alzarsi dal letto, sedersi e alzarsi dalla sedia, anche con l’aiuto di supporti.
Queste sono ad esempio quattro attività delle essenziali della vita più facilmente riscontrabili nei contratti. Perché i diritti contenuti nella polizza LTC diventino reali almeno tre di queste devono essere presenti se nelle clausole è prevista la regola del 3 su 4.
Quasi sempre negli stessi contratti è indicato che la perdita di autosufficienza è riconosciuta anche quando all’assicurato è diagnosticata una patologia nervosa o mentale di origine organica, quale il morbo di Alzheimer o altre demenze invalidanti che comportano la perdita delle capacità mentali.
E qui entra in gioco la fredda statistica. Gli unici dati che ho trovato in rete fonte Istat risalgono al 2015, ma ci dicono che le probabilità di perdere l’autosufficienza in almeno tre delle quattro attività previste nelle LTC si aggirano attorno al 2% all’età di 70 anni, sale al 4% fino a 75 anni e supera il 12% nel periodo post 75 anni con le età più elevate che vedono ovviamente le maggiori probabilità di accadimento.

Per fare un ragionamento completo queste informazioni andrebbero però combinate con l’aspettativa di vita delle persone affette dai problemi sopra citati. Aspettativa probabilmente inferiore a quella di una persona sana alla stessa età. Non dispongo del dato specifico, possiamo però scoprire sempre dal database dell’Istat che un settantenne italiano ha un’aspettativa di vita di 15 anni (con differenze rilevanti tra uomo e donna), un settantacinquenne di 11, un ottantenne di 7 e un ottantacinquenne superstite di 3.
Probabilità evento e aspettativa di vita sono i due dati cruciali
Ho combinato in due scenari questi due numeri, probabilità dell’evento LTC e aspettativa di vita,
Il primo scenario è quello dove immagino di stipulare una polizza LTC a 50 anni con versamenti mensili da 150€ fino ai 75 anni a fronte di una rendita certa di 3000€ mese in caso di evento.
Il secondo scenario è quello dove non si versa nulla nella LTC, ma si investono gli stessi 150€ per 25 anni sui mercati azionari internazionali ipotizzando un rendimento lordo del 7% all’anno.
Il risultato finale è quello che mi aspettavo quanto a ideale punto di pareggio (break even) in termini di età tra le due strategie, ma ci arriviamo fra poco.
Nella simulazione a 75 anni la LTC, al netto dei vantaggi fiscali generati dalle detrazioni sul premio pagato, genererà un esborso complessivo di quasi 38 mila euro per avere in cambio garantita la copertura dai 50 anni in su di 3 mila euro mensili fino alla morte in caso di perdita dell’autosufficienza.
Alla stessa età di 75 anni il montante privato accumulato con l’investimento (al netto della tassa sul capital gain del 26%) sarà di poco più di 107 mila euro.
Ipotizzando un costo di assistenza sanitaria giornaliero nell’ordine dei 100€ (che fa 3.000€ al mese), i 107k di risparmio privato si traducono in caso di perdita di autosufficienza all’età di 75 anni in circa 3 anni di assistenza garantita rimanendo in quel periodo in possesso di un capitale che decresce fino ad esaurimento.
A questo punto devo richiamare due dati già citati in precedenza.
La probabilità di essere tra coloro che a 75 anni rientrerà nelle casistiche che daranno diritto all’erogazione della rendita assicurativa è di circa il 4%; numero più che doppio rispetto a chi di anni ne ha 70, ma molto meno della metà rispetto a chi di anni ne ha 80.
Allo stesso tempo dobbiamo però tenere conto che l’aspettativa di vita media per una persona sana a 75 anni è di circa 11 anni; anche ammettendo di vivere un po’ meno, i 3 anni di autosufficienza garantiti dalla rendita privata che ci siamo costruiti in autonomia sono pochi esponendoci ad un rischio elevato.
Qui apro e chiudo velocemente una parentesi. Quando facciamo queste considerazioni dobbiamo sempre tenere conto che nel calcolo del capitale privato destinato a coprire la perdita di autosufficienza andrebbero aggiunti anche gli assegni pensionistici e di accompagnamento incassati nel durante di questo difficile periodo. Cifre che, oltre ad avere il vantaggio di essere indicizzate all’inflazione, allungherebbero inevitabilmente gli anni di autonomia della casistica di assistenza fai da te. Non ho tenuto conto di queste entrate nella mia simulazione per renderla ancora più sfidante.
Dopo quello che ho appena scritto comprendo che l’incertezza a questo punto comincia a farsi largo nella mente di ogni persona che deve prendere una decisione.
Mettersi al sicuro cedendo 38k a una compagnia assicuratrice, oppure giocare con il destino avendo però la possibilità di mantenere il controllo su un capitale quasi tre volte più grande che, in caso di non evento (o di evento dalla durata molto breve), potrà essere donato magari ai nipotini?
Non c’è una risposta corretta a questo dilemma.
Tutto dipende da condizioni strettamente personali e da quanto ci sentiamo a disagio nel convivere con il rischio; oppure da quanto rode dentro l’idea di perdere il controllo di una certa quantità di denaro dopo aver fatto i due conti di cui sopra (che sono sicuro in pochi fanno pensando che in fondo la polizza costa due spiccioli al mese).
Ho proseguito nella simulazione ipotizzando di vivere ben oltre l’aspettativa di vita media, ovvero fino a 90 anni. E ho ottenuto la risposta che mi aspettavo.

Fonte dati: Istat ed elaborazioni dell’autore
Una risposta (parziale) al dilemma
Da una parte la rendita cumulata disponibile (al netto dei costi sostenuti) in caso di perdita di autosufficienza a una certa età. Per ogni età sommo la rendita che incasso ipotizzando che l’evento abbia preso corpo.
Dall’altra il capitale finanziario investito sui mercati che matura anno dopo anno interessi senza il verificarsi dell’evento e quindi la necessità di impiegare il capitale per autosostenersi.
Se l’evento accade a sinistra del grafico, quindi in età giovanile, il vincente (si fa per dire) è chi ha scelto la copertura con un vantaggio che diminuisce fino ad azzerarsi e oltre con il passare del tempo.
Tra 83 e 85 anni si entra nella zona di sostanziale pareggio in cui il numero di anni di assistenza che potremo coprire con i nostri capitali sarà probabilmente sufficiente, almeno stando alla statistica.
Ma attenzione. Nel caso della creazione di una LTC fai da te avremo il controllo del capitale in caso di non evento e all’età di 90 anni lasceremo in eredità 270k netti. Rimane naturalmente aperto il rischio di longevità, ovvero vivere più dell’aspettativa di vita media e anche più del bonus aggiuntivo di età che io ho messo in simulazione. Rimane anche aperto il rischio che i mercati non ritornino il rendimento atteso nella simulazione. Oppure che il declino cognitivo ci porti a fare sciocchezze.
Nel caso di polizza LTC contratta con una compagnia assicurativa, oltre al vantaggio di poter vivere il periodo tra 50 e X anni privi di ansia (senza dimenticare però che le probabilità fino ai 70-75 anni di perdere l’autosufficienza sono molto basse), in caso di evento il rischio longevità verrà annullato. Se il fatto accadrà prima degli 80 anni probabilmente la scelta sarà stata finanziariamente corretta. Se arriverà dopo, ogni anno aggiuntivo sposterà verso l’ipotesi del fai da te la convenienza relativa.
Statistica e psicologia si mescolano senza darci una risposta precisa e questo è un fattore che vedo troppo spesso sottovalutato quando leggo o ascolto contenuti sul tema FIRE, pensioni, indipendenza finanziaria in genere.
Con questo articolo non voglio emettere sentenze a favore dell’una o dell’altra soluzione perché, come avrete capito, ci sono tanti “dipende” in questi scenari. Le condizioni personali e familiari sicuramente influenzano la scelta se una polizza LTC è necessaria o meno.
Non sottoscrivere una polizza, ma nemmeno risparmiare per questa finalità, rischia di rivelarsi un vero e proprio suicidio finanziario. Quindi almeno una delle due soluzioni portatele avanti.
Ho tralasciato anche alcuni aspetti di affinamento metodologico (ad esempio l’adeguamento nel tempo del costo dell’assistenza, la rivalutazione della LTC, i diversi profili di rischio dell’investimento privato) per non rendere ancora più lungo un articolo che temo mi avrà fatto perdere per strada più di un lettore e che per questo consiglio di leggere “a rate”.
Personalmente credo che nel dubbio la soluzione migliore è quella di optare per una soluzione ibrida così da non avere quel maledetto rimpianto che ci perseguiterà indipendentemente da ciò che accadrà in futuro.
Oppure potremmo attendere i 65-70 anni per stipulare una LTC con un versamento una tantum derivante da risparmi precedenti, magari con una rendita periodica più bassa vista la possibilità di integrare con capitale privato. Opzione poco vantaggiosa dal punto di vista fiscale, impattante emotivamente per l’importante cifra da trasferire alla compagnia assicurativa (ma l’avremmo fatto comunque con quelli che ci sembravano pochi eurini al mese), ma con un doppio binario rendita privata (che nel frattempo ha messo al lavoro l’interesse composto) e assicurativa seppur depotenziata in pista. A cui aggiungere sempre l’assistenza pubblica fornita dallo Stato italiano.
Probabilmente ci sono altre soluzioni e qualche attento lettore non mancherà di farmelo sapere nei commenti. Così come probabilmente questa simulazione ha qualche punto di debolezza visto che vuole essere una esemplificazione estrema.
Da quando ho cominciato a scrivere contenuti su questo blog 10 anni fa, il mio obiettivo è sempre stato tentare di spiegare ai lettori che certe scelte non sono mai facili da fare. Vanno sempre valutati con attenzione e senza fretta diversi fattori, ognuno con pro e contro, mantenendo se possibile una elevata dose di oggettività che non sempre in autonomia siamo in grado di fare emergere.
Buon investimento.

Sono un Medico ed ho trovato l’articolo molto interessante.
Ho riflettuto sulla simulazione ed il break even dedotto. Ragionando sulla aspettativa di vita reale e contestualmente considerando le probabilità che l’evento accada opterei per la sottoscrizione di una polizza LTC.
Mi è sorto però un dubbio: forse il calcolo della perdita di autosufficienza andrebbe fatto con numeri assolutli e non relativi.
Cioè il 12% delle persone non più autosufficienti sopra i 75aa è stato calcolato su un campione di 100 persone ma il numero complessivo della popolazione ancora in vita – gli over 75 sono 4,5ml – è minore della popolazione in vita a 70 ed ancor di più a 65aa – gli over 65 sono circa 14,6nln- , età in cui questa percentuale è il 2%.
Questo sposterebbe il break even più a sn e quindi avvantaggerebbe le Compagnie Assicurative perché i “non autosufficienti ” in numero assoluto sarebbero di meno e quindi meno anziani sfrutterebbero la rendita vitalizia.
……forse ho detto inesattezze…..boh ?
Complimenti cmq per i Vostri articoli sempre molto interessanti e fonte di spunti riflessioni
Vincenzo
Grazie Vincenzo, effettivamente è così quella percentuale è sui sopravvissuti, quindi sarebbe ancora più bassa. Credo cmq che poco cambi, si tratta di valutare cosa tra matematica attuariale e psicologia ci fa stare più sereni e tranquilli consapevoli che ovviamente ogni copertura ha un costo.
Esiste anche l’opzione di Rendita LTC nei fondi pensione: in caso di perdita dell’autonomia si ottiene il raddoppio della rata della rendita vitalizia, a fronte di una importo della rata inferiore rispetto a quella standard, ovvero senza LTC. Sui simulatori dei vari fondi è possibile calcolare il “costo” di tale opzione LTC, che è molto inferiore all’importo richiesto da un’assicurazione ad hoc.