By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 6 Aprile, 2026|

Ci risiamo. L’Italia per la terza volta consecutiva non parteciperà a un mondiale di calcio. E se anche non siamo amanti di questo sport, come risparmiatori e investitori possiamo ricavare una bella lezione di finanza personale da tutto quello che è accaduto.

Dunque, l’Italia del pallone ancora una volta rimane fuori dall’evento sportivo più seguito al mondo assieme a Olimpiadi e Tour de France.

Quella che doveva essere la partita del riscatto, dell’orgoglio, degli uomini veri e di tante altre parole prive di senso che si leggono in momenti come questi, si è rivelata in realtà la partita delle conferme. I tifosi italiani guarderanno ancora una volta i mondiali di calcio con lo stesso distacco emotivo che ha caratterizzato gli eventi del 2022 in Qatar e del 2018 in Russia.

Le quattro stellette marchiate sulla maglia azzurra sembrano essere l’ultimo romantico e sbiadito richiamo a un tempo glorioso.

I numeri dicono che non siamo di fronte a un ciclo finito. No, siamo nel bel mezzo di una crisi strutturale, forse anche di mentalità.

L’ultimo guizzo risale ormai a 20 anni fa quando i vari Totti, Cannavaro, Gattuso, Buffon colorarono di azzurro il cielo sopra Berlino, rubando le parole al telecronista del tempo Fabio Caressa.

 

Da quel momento è calata la notte per la Nazionale. Per due volte consecutive uscita al primo turno, per tre nemmeno ha preso l’aereo.

Se per 20 anni non batti chiodo è ovvio che le cause non sono da ricercare nell’oggi, ma in quello che non è stato fatto in passato.  A cominciare, e qui mi distacco dal coro, dalla capacità di emozionare la gente.

Eh già, perché spegnendo il televisore ho ripensato alla tensione, alla gioia incontenibile, alle amare delusioni, vissute da bambino durante le partite della Nazionale. Al tempo le formazioni erano sempre uguali e facili da ricordare, allo stadio ci andavi con due lire, assieme agli amici un campetto dove giocare lo trovavi sempre, che fosse radio o tv le partite in contemporanea erano precarie ma emozionanti, gli allenatori ruspanti, i calciatori non facevano i divi, quando si rimaneva in 10, se eri più forte, vincevi comunque. E quando toccava a te giocare le partite ti veniva voglia di emulare quei campioni.

La mia indifferenza verso l’eliminazione, combinata al solito romantico ricordo giovanile, fa parte di una normale fase della vita. Quello che però più mi colpisce dal mio personalissimo campione statistico, è l’indifferenza della sempre meno numerosa parte più giovanile della popolazione.

Se mi guardo in giro non vedo ragazzi e ragazze particolarmente vestiti a lutto per la Nazionale. Non sento strali contro allenatore e giocatori azzurri. Nemmeno la ricerca spasmodica della notizia, del perché è accaduto, dello scandaletto. E forse è giusto che sia così. Lo spettacolo offerto non merita emozioni e forse i tempi sono cambiati.

Il disinteresse delle generazioni più giovani per le sorti della Nazionale fa parte di quei cambiamenti sociali e comportamentali che stanno sconvolgendo anche altri mondi (l’auto e l’editoria giusto per citare due esempi). Ma  quando colpiscono uno sport nazional-popolare come il calcio stupiscono e fanno riflettere.

Le partite di campionato si giocano dal venerdì al lunedì, le coppe europee dal martedì al venerdì, le vedi solo se paghi (e non poco), partecipare a un match dal vivo è un salasso per qualsiasi famiglia, i campetti sono diventati proprietà private, le formazioni non sono mai le stesse, i calciatori passano le partite ad allargare braccia con sguardi lamentosi, la simulazione non è più considerata un fallo dagli arbitri, gli allenatori recitano sempre le stesse frasi prive di sale, in 10 è quasi impossibile vincere. Dura appassionarsi a tutto ciò?

Se lo sport dove arrivano più soldi ottiene i risultati peggiori e l’interesse cala, direi che il problema è bello grosso.

E se altri sport di squadra da anni macinano vittorie a livello internazionale da anni, con un pò di umiltà si potrebbe tentare di studiarne il modello. La pallavolo è il classico caso di successo senza avere budget faraoinici alle spalle.

Le campionesse olimpiche dell’Italvolley

E qui si intravedono i primi punti di contatto con la gestione del risparmio.

Quante volte abbiamo vissuto quella sensazione di aver investito tanti soldi, ricevendo in cambio poco o nulla? Può succedere, è normale. Ma quello che fa la differenza quando questa consapevolezza salta fuori, è comprendere perché ciò è successo, soprattutto agire per evitare che tutto ciò torni ad accadere.

Le big del calcio italiano sono tutte fuori dalla Champions League (le uniche rimaste in corsa sono le “provinciali” Fiorentina e Bologna in Conference ed Europa League). La reazione a caldo dopo ogni delusione che proviene da questo sport è sempre la stessa. Colpa dell’arbitro, del modulo, del mister sbagliato, del presidente, del sorteggio avverso, dei troppi giocatori stranieri. Insomma, qualcosa di esterno, che non dipende da nessun diretto interessato.

Ma tre eliminazioni consecutive e due al primo turno per una Nazionale come quella italiana non sono sfortuna. Chi ha fatto sport a livello agonistico lo sa. Sono la prova che i presidenti, gli allenatori, i giocatori sono mediamente più scarsi dei colleghi di altri campionati. I risultati parlano chiaro. L’organizzazione dell’intero circo calcio Italia non funziona e quando funziona (vedi la vittoria degli Europei nel 2020) è evento casuale dove la fortuna ci mette lo zampino

Se un investitore perde soldi, oppure non raggiunge un certo obiettivo finanziario, cerca spesso la causa all’esterno: il mercato è stato irrazionale, il consulente ha dato il consiglio sbagliato, il prodotto finanziario è opaco, il momento è sfortunato. Raramente la causa viene cercata dove sta davvero: nelle abitudini, nelle reazioni emotive, nella mancanza di un piano, nella scarsa conoscenza.

E anche quando si comprende il problema non sempre è immediato il passaggio all’azione.

Ci autoconvinciamo che la prossima volta faremo le cose per bene. Che risparmieremo di più. Che inizieremo a investire. Che smetteremo di tenere tutto sul conto corrente. Che questa crisi di mercato è l’ultima in cui il panico prenderà il sopravvento. Che la smetteremo di farci prendere in giro dalle banche.

Ma poi, spesso, lo status quo prevale.

Come in tutte le cose che richiedono programmazione e realismo, servono anni prima che una tendenza prenda forma offrendoci in cambio la ricompensa sognata. Ma soprattutto serve umiltà e sacrificio, due valori il nostro calcio ha smarrito da tempo e che non tutti i risparmiatori sono disposti ad accettare come valore fondante per il successo finanziario.

Ci sono dati che però mi fanno sperare nel cambiamento. L’Italia nel periodo 2015-2024 ha sempre primeggiato a livello europeo nelle varie categorie giovanili al pari delle nazionali più blasonate come Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Abbiamo un buona base, ma non sappiamo valorizzarla, farla emergere nel calcio che conta.

Abbiamo anche i risparmi, ma non sappiamo farli crescere. Siamo uno dei paesi con il più alto tasso di risparmio in Europa, ma gran parte di quel denaro dorme su conti correnti e depositi bancari che, al netto dell’inflazione, distruggono ricchezza in silenzio. Oppure investiamo in fondi, polizze e prodotti bancari opachi dai costi altissimi che anno dopo anno drenano valore senza dare nulla in cambio.

Il bello (o il brutto dipende dai punti di vista) è che tutto ciò, nel calcio come nella gestione delle finanze, non mi pare stia provocando nelle persone grandi reazioni come rabbia, dispiacere, desiderio di voltare pagina in fretta dopo aver ciccato per l’ennesima volta gli obiettivi sognati.

E quando l’indifferenza prende il sopravvento è una brutta bestia da sradicare.

C’è una trappola psicologica che conosco bene: quella di chi crede che il passato sia una garanzia per un futuro identico.

La nazionale italiana ha vissuto per anni sulla convinzione che il calcio italiano fosse superiore. Che i nostri allenatori, la nostra tattica, il nostro campionato, producessero automaticamente campioni. Non è andata così. La storia e la tradizione non bastano.

Nel risparmio, questa trappola assume varie forme.

Dall’investire esclusivamente in ciò che si conosce (dal BTP, all’immobile dietro casa, all’ETF sulla borsa italiana), fino all’essere convinti che nel lungo periodo le performance delle borse si ripeteranno nella stessa misura del passato. Il che può anche essere vero, ma le nostre finestre utili da investitore non durano 100 anni. E poi c’è la moda del momento, i portafogli “lazy”, super pubblicizzati spesso anche dai finfluencer più seguiti, incarnazione del modello perfetto di come investire da qui alla fine dei nostri giorni.

Tutte queste trappole funzionano allo stesso modo: sembrano prudenti, rassicuranti, familiari. E per un po’ funzionano pure. Poi arrivano i problemi, le perdite impreviste, gli scenari sconosciuti, la vita che cambia, e ci rendiamo conto che non stavamo gestendo una strategia. Ma solo cercando una scusa per rimandare i conti con la realtà.

Nel mondo degli investimenti è difficile formalizzare è una vera pianificazione finanziaria. La maggior parte delle persone la evita. Non per incapacità o scarsa intelligenza. Ma perché un piano vero obbliga a fare i conti con cose scomode: quanto ci rimane da lavorare, quanto ci servirà in pensione, quanto possiamo realisticamente risparmiare ogni mese, quanto rischio siamo disposti a sopportare se i mercati scendono del 30% e non del 3%.

Un piano finanziario serio non è solo una lista di ETF da comprare per comporre un lazy portfolio. È un accordo che si stringe prima di tutto con sé stessi, con la propria famiglia, su come si vuole vivere tra dieci, venti, trent’anni. E come ogni accordo serio, richiede onestà intellettuale, sacrificio, consapevolezza dei rischi e tempo. Non è un caso che la piramide dell’investitore a cui ho dedicato un intero capitolo del mio libro vede asset allocation e prodotti sui gradini meno importanti.

Il commissario tecnico che promette la qualificazione ai Mondiali senza ammettere che ci sono problemi enormi da risolvere nel calcio italiano prima di puntare in alto, è come quel consulente finanziario che per evitare discussioni con il cliente su cosa è veramente adatto alla sua personalità da investitore, mostra solo i luccicanti rendimenti del passato senza spiegare i veri rischi che si affrontano ogni giorno sui mercati, come nella vita. Entrambi ci dicono quello che vogliamo sentire. Nessuno dei due ci aiuta davvero.

Nel 1966 l’Italia fu eliminata ai Mondiali di calcio dalla Corea e tornò a casa tra fischi e lancio di uova. Da quell’umiliazione nacque un processo di riflessione che qualche anno dopo produsse una rinascita vera per il calcio italiano.

Nel 2008, quando i mercati finanziari crollarono del 50% in pochi mesi, molti investitori italiani si ritrovarono a fare i conti con errori che avevano accumulato per anni: portafogli concentrati, prodotti mal compresi, assenza totale di un piano di uscita. Fu una lezione dolorosa. Per chi la considerò davvero come tale, fu anche l’inizio di un approccio all’investimento diverso e profittevole.

La domanda da farsi dopo un evento negativo non è dunque come è potuto succedere?

La domanda giusta è: cosa cambio adesso che è successo?

Una cosa che ho imparato in tanti anni di lavoro è che i problemi finanziari raramente si risolvono da soli. I mercati salgono, i mercati scendono, i tassi di interesse pure, le pensioni si riducono, le tasse aumentano. Il mondo si muove e chi aspetta che i problemi svaniscano da soli, di solito si ritrova con problemi ancora più grandi.

Lo stesso vale per il calcio. I vivai non migliorano da soli, i talenti non emergono senza investimenti sistematici, senza una cultura del settore giovanile, senza la pazienza di accettare risultati deludenti nel breve per raccogliere frutti nel lungo periodo, senza umiltà ma anche senza ambizione, senza ammettere che c’è qualcuno che oggi è più bravo di noi pur con nessuna tradizione nobile alle spalle.

Investire con buon senso, che sia nel calcio o nei propri risparmi, vuol dire esattamente questo: accettare che non esiste la scorciatoia, che i risultati richiedono tempo, pochi lustrini e tanto lavoro oscuro, che il piano conta più della singola mossa.

E soprattutto significa smettere di aspettare la prossima partita decisiva per cominciare a fare qualcosa.

La quarta eliminazione consecutiva dai mondiali non è scritta. Ma tutto dipenderà da quello che si fa adesso.

Buon investimento.

Un commento

  1. Gabriele 6 Aprile 2026 at 12:39 - Reply

    Magnifico come sempre, ma temo che nel caso d’analogia (italietta del calcio vs italietta di investitori) ci sia un problema sistemico trascurato, che impatta entrambi i comparti: l’atteggiamento parassitario e volutamente inerte del Potere Esecutivo. Che apre ogni portone all’affarismo nel calcio, chiudendo le cantine ai vivai, così come drena furtivamente il copioso risparmio delle famiglie con a) un sistema di tutela finanziaria da burletta e b) l’analfabetismo finanziario ben coltivato fin dalle scuole dell’obbligo.
    E non parlo di un sistema tipo il 401K degli USA, impensabile in un paese dove le compensazioni delle minusvalenze seguono regole da avanspettacolo…

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