Come scegliere il giusto Etf (parte II)

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In questo post abbiamo accennato a quanto fondamentale risulti essere la scelta dell’indice che si decide di replicare (o sul quale si vuole investire) tramite strumenti di gestione passiva come gli ETF.

Oggi vogliamo andare oltre ed analizzare altre due componenti che vengono molto spesso trascurate dall’investitore nel momento della scelta. La prima è il cosiddetto tracking error dell’ETF rispetto al suo benchmark, la seconda è il fattore liquidità.

Il tracking error (qui una definizione tratta dal sito di Borsa Italiana) altro non è che la volatilità della differenza di rendimento tra l’ETF e il suo benchmark. In parole ancora più povere,  questa misura ci permette di capire quanto fedele è la replica del prodotto che abbiamo scelto per investire su un determinato indice di mercato. Più lontano dallo zero è il  tracking error maggior è la gestione attiva del prodotto.

Scegliere il giusto indice e poi trascurare la giusta replica è un peccato spesso sottovalutato. Si preferisce guardare al costo più basso, peccato che questo vantaggio potrebbe essere annullato (se non superato) dal fatto che il prodotto scelto è uno dei peggiori nella replica del benchmark. Questo è un punto fondamentale e da ricordare. Gli ETF non sono strumenti perfetti, e le loro sbavature nella replica del sottostante determinano appunto un tracking error di un certo tipo.

Se un indice guadagna il 10.30% ed il vostro ETF che lo replica ha commissioni dello 0.30%, il vostro rendimento atteso sarà di 10% (10.3% meno le commissioni). Alcuni indici possono però fare peggio, altri fare leggermente meglio. La pratica del prestito titoli serve ad esempio per ridurre il “costo” a carico del cliente.

Tornando però al tracking possiamo dire che gli strumenti a replica totale riescono abbastanza bene nell’intento di limitare le sbavature. Indici molto liquidi come lo S&P500 o l’Eurostoxx50 vengono replicati acquistando tutte le azioni del paniere. Ma se l’indice è più complesso o numeroso o addirittura rappresentativo di indici di nicchia (ad esempio un ETF sulla borsa tailandese), è probabile che il gestore decida di acquistare solo parte delle azioni dell’indice per limitare i costi negoziazione generati dal frequente turnover delle azioni. Queste strategie di ottimizzazione mirano, tramite campioni di azioni, ad avvicinarsi il più possibile al risultato sperato, ovvero la replica dell’indice.

Ovviamente altri fattori entrano in gioco riducendo il costo del prodotto (prestito titoli) o aumentandolo (gestione della liquidità o timing di esecuzione degli ordini per esempio).

Quindi scelto l’indice più rappresentativo, selezionate a parità di costo l’ETF con il miglior tracking error. Questa informazione è solitamente reperibile all’interno delle schede fondi degli stessi emittenti di ETF all’interno del loro sito internet.

Fatta la scelta si passa all’acquisto, ma attenzione c’è un altro fattore che non va trascurato nel momento del fatidico click, il fattore liquidità.

Il principale fattore che determina il grado di liquidità è il differenziale tra denaro e lettera (bid e ask), tra prezzo di colui che offre in vendita l’ETF e colui che desidera comprarlo.

Ma la liquidità di un ETF non dipende solo dallo stesso prodotto, ma anche della liquidità dell’indice sottostante che viene replicato. Più alta è la capitalizzazione dell’ETF (il cosiddetto Asset Under Management) più è probabile che gli scambi saranno frequenti e quindi vicino lo spread tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Anche ETF poco capitalizzati potranno avere una buona liquidità se l’indice sottostante che viene replicato è liquido (ad esempio S&P500 o Eurostoxx50).

Se però il sottostante è rappresentato dalle small cap cinesi è altamente probabile che la minor liquidità presente sul mercato elettronico degli scambi a Shanghai si rifletta a cascata nella minore liquidità dell’ETF con il market maker (ovvero colui che garantisce i prezzi di acquisto e di vendita) che sarà costretto a tenere più larghi denaro e lettera.

Un consiglio di buon senso che mi sento di dare ai lettori è sempre quello, prima dell’acquisto, calcolatrice alla mano, verificare la differenza percentuale tra denaro e lettera. Numeri superiori a 0.5% sono obiettivamente eccessivi, tra 0.3% e 0.5% accettabili, meno di 0.3% ottimali. Ricordate anche che i market maker tendono ad allargare gli spread prima dell’apertura del mercato americano (meglio non comprare tra le 14.30 e le 15.30) o prima di eventi importanti (tipo riunione Bce o Fed).

Questa mini serie di articoli dedicata agli ETF ha uno scopo. Far riflettere l’investitore su quello che acquista.

Non necessariamente l’acquisto di uno strumento a replica passiva è indenne da critiche e non sempre è per voi vantaggioso comprarne uno piuttosto che un altro.

Sono i vostri soldi, dedicate qualche minuto a capire cosa state acquistando o chiedete al vostro consulente. Se non sa neanche di cosa state parlando forse è meglio che vi rivolgete altrove.

Sono queste poche scelte che potete controllare quelle che determinano la bontà di un investimento proiettato nel futuro. Buon investimento.

Leggi anche: I costi fantasma degli ETF

                       Come scegliere il giusto ETF (parte I)

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2 thoughts on “Come scegliere il giusto Etf (parte II)

  1. David 12 marzo 2017 / 15:25

    Attenzione a non confondere “tracking error” con “tracking difference”. Il primo misura la volatilità del fondo rispetto all’indice benchmark, il secondo invece misura la differenza di performance rispetto al benchmark. Per un investitore buy-and-hold è chiaramente più importante la “tracking difference”.

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    • archeowealth 12 marzo 2017 / 21:21

      Per evitare malintesi abbiamo provveduto ad un aggiustamento sull’articolo. Il tracking error viene riportato come deviazione standard percentuale tra la differenza di rendimento del fondo e quella dell’indice benchmark.

      A beneficio di tutti la definizione tratta dal sito di Borsa Italiana
      Tracking error = Differenza tra il rendimento di fondo comune di investimento e il rendimento del suo benchmark.
      Il tracking error misura il valore aggiunto che il fondo ha realizzato rispetto al benchmark e rappresenta una prima misura della bontà della gestione.
      TE(t) = R(t) – Rb(t)
      dove TE(t) rappresenta il valore del tracking error all’epoca t, R il rendimento del portafoglio gestito e Rb il rendimento del benchmark.
      Solitamente viene misurata anche la volatilità del tracking error (o tracking error volatility), ossia la sua variabilità nel tempo, poichè essa indica la rischiosità differenziale che l’investitore sopporta scegliendo di investire nel fondo anzichè direttamente nel benchmark. Dall’analisi del tracking error e della sua volatilità è anche possibile capire se il gestore adotta una strategia attiva (elevati scostamenti rispetto al benchmark) oppure una strategia passiva.

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