La capitalizzazione composta…dei costi

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Il Presidente di Vanguard, il celebre John Bogle autore del libro The Little Book of Common Sense Investing: The Only Way to Guarantee Your Fair Share of Stock Market Returns, ha definito i costi che vengono sostenuti durante l’investimento come dei “mangiatori di rendimento” in grado di creare  la cosiddetta “Tiranny of compounding costs”.

Nel lungo periodo sappiamo molto bene come i costi sono un detrattore di rendimento e come un oculato ed attento contenimento degli stessi è in grado di generare valore anche se dal mercato non arrivano grandi soddisfazioni. Ne abbiamo parlato qui dove abbiamo anche ribadito come la variabile costi è una delle poche voci determinanti del rendimento che potete controllare.

Nello stesso tempo non vivo sulla Luna e sono perfettamente d’accordo con chi sostiene che nulla è gratis, nemmeno la consulenza finanziaria. Avere accesso a professionisti in grado di trasmetterci concetti di base sull’ educazione finanziaria o di spiegarci la complessità di certi prodotti, o ancora di creare sulla base delle nostre caratteristiche dei progetti di investimento, ha senso dopo tutto. Giusto, ma il processo messo in piedi deve avere un costo equo perchè altrimenti il rischio è trasferire una consistente parte della propria ricchezza ai consulenti finanziari con risultati deludenti per i vostri progetti futuri.

Seppur un pò estrema e  non pienamente calabile nel contesto italiano, il Robo Advisory americano Wealthfront ha nei giorni scorsi fatto un esempio molto interessante.

Prendendo i costi medi dei fondi azionari ed obbligazionari a gestione attiva americani a fine 2016 (rispettivamente una media di 0.84% e 0.60%) e mettendoli a confronto con quelli a replica passiva (0.11% e 0.10%), Wealthfront ha misurato il costo in eccesso che viene sostenuto da un cliente che investe in un portafoglio 60% azioni 40% bond. Sono 74 punti base spesi in più per avere prodotti a gestione attiva.

Pochi, tanti, beh questo non spetta a noi deciderlo visto che ogni servizio ha comunque un costo. Tocca al cliente finale giudicare se il costo aggiuntivo ha generato adeguata soddisfazione in termini di qualità del servizio ricevuto e soprattutto se ha conseguito il risultato finale migliore considerando le alternative a sua disposizione sul mercato.

Andando avanti con l’esercizio Wealthfront ha poi messo a confronto i costi dei consulenti tradizionali (mediamente in America del 1%) con quelli appunto dei Robo Advisors (mediamente lo 0.25%).

Mettendo nel frullatore questi numeri è stato stimato un investimento (a parere del sottoscritto esagerato) della durata di 60 anni.  Il grafico riportato sotto mostra la percentuale di ricchezza persa in questo lasso di tempo investendo con strumenti automatizzati a basso costo (linea rossa) oppure con strumenti a gestione attiva con una commissione di consulenza (linea blu).

Fonte: Wealtfront
Fonte: Wealtfront

Mentre nel caso meno costoso dopo 60 anni avete perso il 15% della ricchezza in costi, nel secondo caso questa percentuale sale vertiginosamente al 55%. In pratica cominciando ad investire a 35 anni e smettendo a 95 (un pò estrema la cosa!) vedete più che dimezzato il vostro valore finale rispetto ad un potenziale “puro” del mondo di Utopia in assenza di commissioni.

Prima della conclusione qualche critica ad un’analisi ovviamente molto di parte perchè sostenuta da un Robo Advisors.

Intanto l’orizzonte temporale è decisamente “fuori di testa” anche per un cliente evoluto. Credo che 45/50 anni rappresenti il limite (già di per sè estremo) oltre il quale difficilmente si può andare. Nelle stesse premesse viene ipotizzata una costanza di asset allocation 60/40 per tutto il periodo senza versamenti/prelievi aggiuntivi. Anche in questo caso difficilmente si lascia intaccato un portafoglio di questo tipo senza ridurre il rischio a 80, 85 o 90 anni addirittura. Per ultimo l’aspetto della “fee” di consulenza. E’ verò che è un costo, ma altre volte permette di avere accesso a servizi utili (per il cliente) che giustamente chi li fornisce deve farsi pagare per sopravvivere, guadagnare ed investire.

Detto questo la conclusione è ovvia. Qualsiasi cosa si decide di acquistare, dal cibo alle visite mediche, dall’auto nuova alla parcella del commercialista, è necessario un giusto trade off tra qualità del servizio e prezzo pagato. La stessa cosa deve accadere nel mondo degli investimenti.

Non necessariamente il costo più basso è la migliore scelta. Di certo costi troppo elevati senza avere nessun valore aggiunto tangibile non rappresentano una scelta ottimale per la salute del vostro piano di investimento di lungo periodo.

Esistono però i compromessi ed al giusto prezzo possono tranquillamente rappresentare la scelta migliore per i vostri soldi.

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