By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 18 Dicembre, 2021|

Piano di investimento, tre parole che nella testa di ognuno di noi prendono forma in tanti modi diversi. Forme, percorsi, obiettivi, tempi, modi di investire. Nella maggior parte dei casi questo piano si trasforma in una sommatoria di asset allocation, prodotti di investimento, piani di accumulo, rendiconti patinati, simulazioni in tutte le salse e proiezioni di rendimento non dissimili dall’astrologia di fine anno. La domanda che solitamente mi viene rivolta a questo punto è sempre più o meno la stessa. Ma come deve essere costruito il piano di investimento perfetto?

Come deve essere costruito il piano di investimento perfetto?

La risposta più ovvia che ogni persona dotata di buon senso può darvi è che semplicemente non esiste il piano di investimento perfetto.

Esistono tanti piani. Piano A, quello principale. Piano B, quando il piano A viene rovinato da un imprevisto. Piano C, quando il piano B che ha modificato il piano A si rivela poco efficace a causa di un cambio nella stato di famiglia. Piano D, quando il piano C che ha cambiato il piano B che a sua volta ha cambiato il piano A, si rivela insostenibile perché abbiamo perso il lavoro.

Potrei andare avanti con tutte le lettere dell’alfabeto ed anche oltre perché in realtà quello che sto raccontando è ciò che accade ad ognuno di noi nell’arco di quella staordinaria esperienza ed opportunità che si chiama vita.

Chi cerca o cercherà di venderci la ricetta perfetta per costruire un piano perfetto mente sapendo di mentire.

Se la pazienza è una delle doti di maggior profitto per un investitore, la flessibilità non è da meno.

Attenzione non flessibilità del tipo, uffa dopo 10 anni non ho guadagnato nulla e allora seguo le indicazioni di trading di Tizio oppure l’asset allocation di Caio.

Piuttosto flessibilità del tipo, ok c’è un problema lo risolvo cercando di limitare al massimo i danni. Appena possibile ricomincerò a risparmiare ed investire quello che mi serve per raggiungere l’obiettivo.

Come scrive sul blog HumbleDollar l’articolista inglese Robin Powell, una buona strategia di investimento è essenziale, ma non sufficiente. E’ semplicemente parte di un piano finanziario.

Ogni obiettivo è individuale, la tolleranza del rischio è individuale, ogni contesto familiare è individuale, ogni valore attribuito al tempo è individuale.

Non esistono piano di investimento standard

Nulla di tutto questo è standardizzabile. Anche se in futuro molte reti di  promozione o consulenza finanziaria cercheranno di spingere su prodotti e/o servizi apparentemente tagliati su misura per noi (ma in realtà nella maggior parte dei casi tremendamente più standardizzati di quelli che abbiamo visto finora), ciò che ognuno dovrà fare per il benessere dei propri soldi sarà leggere, approfondire, fare un check up personale e poi magari farsi aiutare da chi è disposto a seguirci in un viaggio che sarà contraddistinto da tanti aggiustamenti di rotta. Sempre con l’obiettivo finale sullo sfondo.

Tutto questo bel pippone per farvi capire che nella definizione di un un buon piano di investimento il prodotto è l’ultimo della lista non il primo.

Chi comincia dal prodotto probabilmente ha scelto la via più breve e disastrosa per portarvi alla meta. E non sta facendo il nostro esclusivo interesse.

Magari compriamo il fondo più figo del mondo che per i prossimi 10 anni realizzerà performance da favola, quasi stellari. Siamo a sei mesi dalla pensione e boom, questa perla inspiegabilmente comincia a sbriciolarsi. Non capiamo perché, chiediamo spiegazioni. Poi arriva il momento sognato del ritiro e semplicemente non potremo goderlo perché abbiamo perso metà del capitale.

Scegliere una strada più conservativa e meno modaiola avrebbe portato a un risultato diverso.

Altro esempio. Per tutta la vita abbiamo portato avanti un piano di accumulo perfetto, coerente con ciò che abbiamo stimato ed all’improvviso un evento traumatico ci costringe a tirare fuori un sacco di soldi. Solo a quel punto ci rendiamo conto che siamo stati diligenti svolgendo egregiamente il compitino del piano di accumulo dimenticando però di costituire un cuscinetto di emergenza che ci avrebbe permesso di evitare la distruzione in un solo minuto del nostro piano.

E che dire della nascita dei figli.

A 20 anni cominciamo un piano con certi obiettivi in testa, poi ci accorgiamo a 30 che non siamo soli in famiglia e abbiamo bisogno di una casa e non di un ostello; così cambiamo gli obiettivi.

Poi a 35 arriva il primo figlio e ancora una volta gli obiettivi vengono sconvolti, anzi peggio, diventano più onerosi costringendoci a rifare i conti.

Di solito si ridimensiona l’obiettivo del ventenne fino quasi a scomparire ed entra in gioco quello di un esserino che solo fra 20 anni (forse) capirà i sacrifici che abbiamo fatto per lui.

E così il nostro obiettivo da ventenne diventa quello di nostro figlio.

E la vita avanza così fino al momento del ritiro dal mondo del lavoro.

Sognato ma che non sempre si realizza nelle forme desiderate. Salute, stato di famiglia, necessità economiche aggiuntive, anche in questo caso i piani di 20 anni prima non sempre sono perfetti.

Servono manutenzione, aggiustamenti, perfezionamenti.

Gli ingredienti giusti al momento giusto

In mezzo a tutto questo ci sono strumenti di investimento che andranno sapientemente gestiti in base ai continui movimenti tellurici che la vita unica di ognuno di noi subirà.

Troppe obbligazioni non faranno crescere il capitale.

Troppe azioni potrebbero non farci dormire sonni tranquilli.

Troppe obbligazioni ed azioni non creeranno le condizioni per mettere assieme una sostanziosa scorta di emergenza in liquidità.

Come vedete un piano di investimento non sono tre semplici parole, ma sono un libro tutto da scrivere fatto di note a piè di pagina uniche per ognuno di noi.

Non ci sono ricette magiche standardizzate, ci sono invece tante componenti di finanza personale che si intrecciano agli investimenti.

L’intelligenza artificiale non è la soluzione migliore

Per questo penso che all’inevitabile esperienza nel mondo della finanza che ogni financial coach dovrebbe avere nel curriculum, debba essere abbinata una conoscenza seppur basica di materie come la psicologia, sociologia, storia, antropologia oltre che matematica e statistica. Questa è una piccola risposta al quesito che ognuno di noi giustamente si fa durante la scuola sull’utilità di certe materie nella vita di tutti i giorni.

Uno spiraglio di speranza anche per tutti coloro che bistrattati continuano a scegliere materie umanistiche come percorsi di studio.

Siamo veramente sicuri che delle fredde macchine potranno riuscire tramite intelligenza artificiale a prevedere e sistemare tutti quegli ostacoli che incontreremo lungo il nostro percorso finanziario?

Mi sbaglierò, ma io penso proprio di no e, dopo qualche anno passato a studiare qualche “macchinetta” finanziaria che di nome fa Robo e di cognome Advisor, credo proprio di aver capito che nel ventunesimo secolo R.A. non potrà essere lo strumento più adatto per gestire la mia (e forse anche la vostra) pianificazione finanziaria. Il declino di molti specialisti del settore ne è la dimostrazione.

R.A. potrà essere di aiuto e supporto questo è ovvio, ma mai il cuore pulsante di una pianificazione che non sarà perfetta, ma sarà unica e giusta per tutti coloro che avranno voglia di impegnarsi seriamente in un progetto finanziario.

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