By |Categorie: Investimento, Risparmio|Pubblicato il: 20 Dicembre, 2021|

La gestione della liquidità sembra essere diventata improvvisamente centrale nelle strategie di istituti finanziari, imprese e piccoli correntisti. Ognuno di questi attori ha ovviamente una sua prospettiva e un suo interesse, ma quella di far “rendere” la liquidità è diventata per tutti quanti una missione da realizzare con ogni mezzo.

Dovrei pure pagare per portare i soldi in banca, questa la frase più gettonata che scatena la ricerca di conti correnti a costo zero e prodottini sicuri in grado di generare un pò di rendimento positivo sui soldi risparmiati.

Un privato cittadino con un livello di ricchezza medio difficilmente dispone di un saldo di conto corrente con oltre 100 mila euro per periodi prolungati di tempo. Questo gli permette di avere a disposizione uno strumento dove depositare il denaro tutto sommato privo di rischi (i depositi sono garantiti dal fondo interbancario di tutela dei depositi fino a 100 mila euro per depositante e per banca) e mediamente con costi molto contenuti.

Per imprese e banche il cash diventa invece un onere aggiuntivo da gestire in quantità sicuramente differenti che necessitano trattamenti diversi.

La banca non ottiene una remunerazione positiva dalla liquidità nel momento in cui deposita i soldi in BCE.

L’impresa si ritrova a dover fronteggiare così banche che ribaltano il costo sul cliente privato con saldi consistenti. Tutto sommato il comportamento della banca dal punto di vista della gestione d’impresa è corretto. Il bilancio di ogni azienda privata a fine anno non può andare in rosso e per gli istituti di credito non ci sono eccezioni.

Allo stesso modo ci sta anche la reazione del privato cittadino e dell’impresa nel tentativo di ridurre al minimo i costi del servizio di gestione del denaro.

Analizzando la cosa dal lato del possessore di liquidità l’aspetto curioso della vicenda è che oggi ci si scuote scandalizzati per un tasso di interesse negativo applicato alla giacenza di conto.

Qualche anno fa si ignorava bellamente il fatto che, pur in presenza di tassi di interesse attivi positivi, l’inflazione andava a erodere il “rendimento reale” della liquidità trasformando la gestione della stessa sempre in un costo per l’azienda o il privato cittadino. Non è cambiato granchè, solo che l’illusione dei bei tempi che furono è scomparsa.

In passato abbiamo scelto di perdere soldi tenendoli fermi sul conto, ma adesso che la cosa viene formalizzata su carta o pixel con un contratto siamo infastiditi e non accettiamo la dura realtà.

Le soluzioni offerte da intermediari finanziari e reti di consulenza non possono essere più, per ovvi motivi di mercato, i pronti contro termine o il tasso avere positivo sul conto corrente.

E così si va alla ricerca di soluzioni di qualsiasi tipo per non dover sborsare soldi a fronte di un consistente saldo di conto positivo.

Le soluzioni semplici non sono quasi mai percorribili proprio per l’assenza di “ciccia” sul mercato.

Un BOT a 12 mesi fra un anno ritornerà all’investitore meno denaro di quello investito, tanto per citare l’esempio più tradizionale.

Ecco quindi che l’ingegneria finanziaria si mette al lavoro proponendo complesse strutture di investimento oppure rivitalizzando prodotti gestiti che fino a poco tempo fa erano stati volutamente sconsigliati perché costosi e non redditizi. Tutto mascherato dalla parolina inefficiente con la quale i consulenti finanziari giustificano la loro volontà di non collocare il prodotto. Inefficiente rispetto a cosa molto spesso rimane un mistero.

La transumanza popolare da prodotti a costi quasi zero e garantiti ( i conti correnti o i depositi) verso prodotti a costi decisamente più elevati privi di garanzie può quindi avere inizio.

Il certo (ovvero quanto spendo per mantenere i soldi sul conto corrente) contro l’incerto (ovvero quanto spero di guadagnare utilizzando la liquidità in strumenti finanziari che potrebbero offrire un rendimento positivo, ma anche no).

La Banca d’Italia ci dice che i tassi di interesse medi offerti oggi dal sistema creditizio alla clientela italiana rappresentata da società non finanziarie e famiglie navigano attorno allo 0,3% e sono in costante calo. Un livello che è pari a poco meno della metà dei tassi di interesse offerti 10 anni fa.

Volete sapere qual’è stato il livello medio di inflazione in Italia negli ultimi 10 anni? In Italia i prezzi al consumo sono saliti in media dello 0,9% annuo nell’ultima decade.

Mi dispiace dirvelo ma negli ultimi 10 anni avete pagato qualcuno (in questo caso la nostra amica mangiatrice di soldi inflazione) per tenere i soldi sul conto corrente.

Ovviamente le banche hanno richiesto alla clientela in questi anni un costo aggiuntivo in cambio di un servizio.  Sempre la Banca d’Italia ha quantificato a fine 2019 questi oneri più o meno compresi tra i 40 e i 120 euro. Un range piuttosto ampio nel quale la cura con la quale un cliente sceglie un conto corrente ha la sua importanza.

Il  costo del conto corrente per un consumatore è però sceso in termini tendenziali nel corso di questi primi 20 anni del ventunesimo secolo e, diciamocela tutta, la vita è diventata molto più semplice per quello che riguarda la gestione del denaro.

Fonte: Banca d’Italia

L’avvento dell’home banking e la concorrenza di banche online a basso costo ha indubbiamente favorito il consumatore arrivato anche a spendere zero per un conto corrente. Nuovi servizi digitali combinati a tassi di interesse negativi hanno reso per il fornitore del servizio (le banche) insostenibile questa condizione e così gradualmente il costo ha ricominciato a salire.

Personalmente non ci vedo nulla di male a pagare qualche spicciolo in cambio di una gestione completamente digitale dei rapporti bancari con zero perdite di tempo e velocità di esecuzione supersonica rispetto ad anni fa.

Avete mai pensato al “costo” occulto di fare una fila allo sportello bancario perchè costretti a prendersi un permesso dal lavoro? O piuttosto il risparmio di spazio domestico che abbiamo guadagnato grazie all’archiviazione digitale dei documenti?    

Ma costi in aumento e inflazione anch’essa in aumento fanno sì che il balzello già pagato negli ultimi 10 anni rischi di diventare ancora più salato (senza tenere conto delle imposte di bollo dovute allo stato).

Se per un piccolo depositante con giacenze minime un tasso negativo dello 0,5% significa 50 euro all’anno per ogni 10 mila euro, per realtà più importanti come le imprese private in termini assoluti questa percentuale può fare male al bilancio.

Prima di intraprendere azioni scomposte come l’acquisto di prodotti finanziari che non capiamo a fondo, dobbiamo chiederci però a cosa serve la liquidità.

Per un privato cittadino può servire per fronteggiare le emergenze oppure coprire spese pianificate entro 12 mesi tipo acquisto dell’auto o della caldaia per riscaldamento.

In quel caso nessuna forma di investimento è consigliata perché la perdita (e il costo) può essere decisamente più elevata dell’eventuale onere di parcheggio della liquidità.

Per un’azienda il cash rappresenta invece uno strumento necessario per pagare stipendi, fornitori, emergenze, inadempienze varie dei clienti, ecc…

Una buona programmazione dei flussi di cassa dovrebbe individuare ciò che l’azienda deve avere sempre a propria disposizione ogni giorno da qui ai prossimi 12 mesi (e non va investita), ma anche quella liquidità in eccesso che può essere impiegata con un buon margine di sicurezza (può essere investita).

In questo caso va fatto un confronto costi benefici tra giacenza e costo dell’investimento. Questa si chiama gestione (anche finanziaria) della tesoreria e non esclude la possibilità di investire capitale in fondi di investimento, ETF o titoli.

Siamo arrivati al nocciolo della questione.

Facciamo fatica ad accettare anche solo l’idea di dover pagare una banca alla quale prestiamo i nostri soldi. Premesso che ci viene comunque reso un servizio di protezione, utilizzo e gestione del denaro che da soli non riusciremmo a mettere a terra (pensiamo ad esempio ai pagamenti online oppure alla sicurezza contro i furti o contro gli incendi domestici che in un colpo solo arrostirebbero le banconote), le nostre capacità di giudizio razionale si offuscano ancora di più quando ci vengono proposti prodotti finanziari dal rendimento incerto.

Daniel Kahneman nel suo libro insegna che l’avversione alle perdite è chiarissima se si considera la notevole resistenza ad accettare i rischi connessi al lancio di una moneta: la maggior parte dei giocatori accetta il rischio di perdere 20 dollari solo se gli viene offerta la possibilità di guadagnarne più di 40 in caso di vittoria.

Più o meno questa è la situazione nella quale ci ritroviamo oggi.

A fronte di una perdita seppur minima (ma certa) legata alla giacenza dei soldi sul conto corrente, siamo disposti a rischiare di perdere di più solamente per avere la soddisfazione (combinata alla speranza) di non dover pagare qualcosa alla banca. Se la probabilità di successo fosse vicina al 100% avrebbe senso, ma purtroppo non è così.

In un orizzonte temporale così breve il trade off tra rischio dell’investimento e probabilità che la gestione attiva batta quella passiva è molto vicino al 50%. La scelta non appare in sé molto razionale.

Ipotizzando quindi di indirizzare la liquidità verso fondi di investimento nei quali il mitico alfa del gestore dovrebbe portare valore aggiunto ribaltando il tavolo da tasso di rendimento negativo a positivo, abbiamo consistenti dati statistici (fonte SPIVA) che ci dicono che nel 2020 il 44% dei fondi specializzati americani ha sottoperformato un benchmark di riferimento come il Barclays Us Credit/Government 1-3 Year. Sto parlando dell’indice che sintetizza l’andamento dei titoli di stato americani a breve termine, ciò che di più sicuro esiste al mondo.

Nel mondo high yield bond è andata anche peggio. Il 77% dei gestori che non è stato capace di battere il benchmark. Sul fronte dei più tranquilli titoli di stato a breve scadenza il 47% non ha prodotto alfa, ovvero non ha ottenuto un rendimento superiore a quello espresso dal mercato (o dai fondi indice/ETF).

fondi che non hanno battuto il benchmark nel mondo obbligazionario americano

Fonte: SPIVA US year end 2020

Se un gestore su due nell’arco di 12 mesi non batte il benchmark, capite bene che se un titolo di stato europeo a 12 mesi rende circa -0,5% anche quel 50% di gestori che il benchmark lo batterà dovrà generare un alfa particolarmente importante e ambizioso.

Per fare ciò il gestore non potrà fare altro che aumentare il rischio e quindi la volatilità alla quale sarà sottoposto il rendimento del capitale investito. E se c’è volatilità c’è il rischio che l’evento avverso si verifichi quando il bisogno di quei soldi si farà impellente.

Se in questa lungo e sicuramente troppo prolisso articolo di fine anno non mi avete ancora abbandonato, vi confesso di aver dimenticato finora un particolare importante.

I prodotti gestiti attivamente pur a buon mercato e con livelli di rischiosità contenuta in termini di duration e rischio emittente, hanno spese correnti che vanno da 0,4/0,5% in su. Quindi scusatemi ma devo rettificare il calcolo fatto prima.

Partendo da -0,5% di remunerazione della liquidità priva di rischio offerta dal mercato e negativizzando ancora di più il valore con i costi, la linea di partenza si sposta indietro a -1%.

Il nostro povero gestore, sperando che faccia parte del 50% di quelli capaci e fortunati, dovrà realizzare una performance positiva addirittura di + 100 punti base (1%) nei prossimi 12 mesi per arrivare a quota zero. Da -1% a zero lo sforzo si fa ciclopico, non credete?

Ma ahimè le notizie negative non sono ancora finite. Dal momento in cui investite denaro su uno strumento finanziario scatta il calcolo dell’imposta di bollo sul suo controvalore (0,2% annuo). Quindi una piccola porzione della liqudità che state disperatamente cercando di investire dovrete dirottarla verso le casse dello stato.

Non vogliamo il tasso di interesse negativo della banca, ma lo accettiamo se arriva dallo stato italiano. La mente umana stupisce continuamente.

Ricapitolando. Per cercare di evitare queste spese inaccettabili applicate dalla cattive banche in cambio della sicurezza di mantenere i soldi al sicuro, dovremo pagare qualche professionista in giro per il mondo che, con una probabilità attorno del 50%, farà correre ai nostri soldi rischi più o meno importanti per cercare di mantenere stabile il capitale investito. E quando pensate di aver terminato, lo stato passa alla cassa.

Sicuri che passare tutto questo calvario ne valga la pena soprattutto se quei soldisono necessari per la gestione del quotidiano?  Già perché se non lo sono non serve ripetere che la soluzione è semplicemente investirli con buon senso.

Naturalmente l’industria finanziaria fa del suo meglio per tentare di offrire soluzioni ad una clientela bramosa di vincere alla lotteria della liquidità. Per chi è consapevole dei rischi qualche cosa di buono si riesce anche a portare a casa ogni tanto. Ma i pasti gratis non esistono, nemmeno nel dorato mondo della finanza.

Una polizza assicurativa di ramo primo che retrocede all’assicurato il rendimento (al netto dei costi) di una gestione separata avrà il pregio di ottenere alla fine dell’anno un rendimento molto basso ma quasi certamente positivo. Il difetto da non trascurare è quello di non essere liquidabile dopo 12 mesi se non a costi esagerati che annullerebbero i modesti benefici.

Un certificate emesso con l’etichetta di capitale protetto avrebbe il pregio di non farvi perdere soldi alla fine di X anni, ma al tempo stesso vi espone al rischio di insolvenza dell’emittente o ancora peggio del mercato e dell’illiquidità dello strumento.

E potrei andare avanti all’infinito con tante altre soluzioni più o meno esoteriche proposte dal mondo finanziario (oggi leggi alla voce fondi alternativi).

Il momento non è facile per chi ha tanti soldi sul conto corrente e che, per un motivo o per l’altro, non li vuole investire. Non vi fidate della vostra banca? Allora esistono sul mercato strumenti low cost come gli ETF che per meno di 10 centesimi di euro l’anno investono sui mercati monetari europei azzerando il rischio di default della vostra banca restituendo ciò che il mercato ha da offrire (quindi il rendimento negativo, sempre lui).

Se però cercate di ottenere la botte piena (quindi evitare di pagare la banca spuntando un rendimento positivo) e la moglie ubriaca (quindi evitare ogni rischio) dobbiamo tutti essere consapevoli che la favola ha una elevata probabilità di non avere il lieto fine. State facendo fare alla vostra liquidità un viaggio che potrebbe non essere così tranquillo come lei si aspetta.

Quindi utilizzate il buon senso e l’equilibrio anche nel ricercare una remunerazione alla liquidità e consideratela per quella che è. Olio lubrificante della vita quotidiana. Un piccolo costo, anche se fastidioso, a volte si trasforma in valore positivo per la funzione che assolve. Tutto il resto, se fa parte di un buon piano finanziario, potrà dormire sonni tranquilli.

E se siete arrivati fino qui, amici lettori di investireconbuonsenso.com l’augurio è quello di un sereno e felice Natale.

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4 Commenti

  1. Erreffe 20 Dicembre 2021 at 16:51 - Reply

    Ciao AW, arrivo sempre fino qui, ad ogni articolo da quando ho avuto la fortuna di incontrare questo fantastico sito_blog. Ci “rivediamo” per il bilancio di fine anno (ti aspetto al varco..si fa per dire :D) e ricambio gli auguri e li rivolgo a te, ai tuoi cari e ai collaboratori di IBS!

  2. salvatore cosentino 20 Dicembre 2021 at 11:01 - Reply

    parcheggiare la liquidità in stablecoin al 10% largo circa – rischio cambio eur/usd – sec me è un ottima soluzione. ci sono tante istituzioni finanziarie molto solide, crypto.com, nexo, ledn, blockfi a tal riguardo. Non pensi che questa possibilità debba essere presa in considerazione?

  3. Cristiano 20 Dicembre 2021 at 08:21 - Reply

    Grazie! Come sempre ci rinfreschi la memoria su temi che ai più sono di difficile lettura ma che sai spiegare meravigliosamente.
    Auguri a tutto lo staff!

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