By |Categorie: Investimento|Pubblicato il: 30 Maggio, 2022|

Nel momento in cui decidiamo di affidare i nostri risparmi ai mercati finanziari esprimiamo delle aspettative. Reali o irreali non è materia di questo articolo scoprirlo, ma che si tratti di conservare il capitale, di proteggerlo dalla perdita di potere d’acquisto o di farlo crescere più dell’inflazione, quello che conta è il risultato finale. E per raggiungere il risultato finale bisogna essere dalla parte giusta. Punto.

Sarà anche un’affermazione banale e vi starete giustamente chiedendo quale è la parte giusta, ma questo è l’unico vero motivo che ci spinge ad investire.

Nel mezzo ci stanno tanti racconti, simulazioni, previsioni, prodotti finanziari, ma quello che conta è arrivare il più vicino possibile all’obiettivo.

Purtroppo questa considerazione si scontra con un’amara verità non da tutti compresa e accettata.

Sui mercati finanziari non esistono certezze

I mercati finanziari non offrono quasi mai certezze di risultato. I mercati finanziari offrono diversi gradi di probabilità di arrivare a un traguardo in un certo periodo di tempo.

E qui cominciano i problemi visto che le modalità con cui si forma una probabilità non sono semplici da comprendere per il nostro cervello, soprattutto quando un certo risultato richiede molto tempo per essere formalizzato. Non mesi o anni, ma almeno un decennio se non due.

Ci esaltiamo quando leggiamo che un investimento bilanciato 50% azionario – 50% obbligazionario dopo 15 anni ha sempre offerto rendimenti annui positivi compresi tra il 5% e il 15% (periodo 1972-oggi su indici americani).

Facciamo tutti i nostri bravi calcoletti e siamo comunque confortati nel sapere che quello stesso investimento negli ultimi 50 anni, andando a veder i risultati ogni 5 anni, non ha mai perso soldi.

Fonte: Portfoliovisualizer – portafoglio 50% S&P500 e 50% Us Intermediate bonds 1972-2022 performance rolling 60 mesi

Ma ci agitiamo tremendamente quando scopriamo che dietro un rendimento medio annuo storico del 9%, si nascondono annate nelle quali si è perso per strada oltre il 20% del capitale. Soprattutto quando quelle annate le viviamo in diretta sulla nostra pelle, o meglio sarebbe dire sui nostri soldi.

Questi numeri non sono certezze, sono probabilità di realizzazione di un certo scenario che la storia ha già consegnato agli archivi.

E’ evidente che solo fra 15 anni sapremo se le alte probabilità di successo si sono dimostrate certezze.

Meglio giocare su un tavolo dove siamo quasi sicuri di vincere

Personalmente preferisco giocare su un tavolo dove ho una elevatissima probabilità di vincere piuttosto che affidare i miei soldi alle stesse probabilità di uscita di testa o croce nel lancio di una monetina. Questo è il tipico caso di chi fa trading di breve periodo visto che le probabilità di vivere una giornata positiva o negativa in borsa praticamente si equivalgono.

Fonte: Crestmont Research – Performance giornaliere S&P500

I prezzi che si formano quotidianamente sui mercati finanziari sono un fenomeno sociale. Questo perché i mercati finanziari rappresentano l’espressione di una scienza sociale.

E come spiega nel libro “L’arte della statistica”  David Spiegelhalter, molti fenomeni sociali mostrano una elevata regolarità nel loro andamento globale. Allo stesso tempo i singoli eventi sono del tutto imprevedibili.

E infatti ogni anno c’è qualche evento che si mette di traverso sul nostro percorso di investimento, così tendiamo troppo spesso ad abbandonare la maggior probabilità di successo per andare sul lancio della monetina.

Raccontiamo a noi stessi che faremo sempre in tempo a ritornare sul treno dopo una innocente escursione fuori pista. Peccato che quasi mai va a finire così.

Perché facciamo fatica a ragionare in termini probabilistici

Ma perché a un investitore non piace ragionare in termini di probabilità?

I motivi sono diversi e non ho certamente la competenza per dare una risposta definitiva. Però posso provarci.

Sicuramente la difficoltà di far girare il nostro cervello in termini probabilistici è una delle cause principali.

Non siamo abituati a fare ragionamenti di questo tipo nella vita di tutti i giorni per pericoli che consideriamo remoti.

Quando usciamo di casa per fare una passeggiata non pensiamo certamente che tra le cause di morte di una persona con 1 probabilità su 623 c’è quella di essere investiti da un auto. Quando nuotiamo al mare non ci viene in mente che la morte per annegamento ha 1 probabilità su 1073 di essere la causa di un decesso. Non pensare a questi eventi è l’autodifesa utile per mantenere il nostro benessere psicofisico. Ci sta.

Un’altra causa di difficoltà che abbiamo nel ragionare in termini probabilistici è la mancanza di eccitazione rispetto ad un’alternativa più affascinante, ricca, veloce e ricamata da qualche storiella particolare.

Siamo più attratti e impauriti da una notizia di una persona morta a causa di una puntura di calabrone piuttosto che da quella di una persona investita da un’auto. Eppure la prima ha una probabilità di essere causa di morte in 1 caso su 62mila, la seconda in 1 caso su 600.

Ma nonostante tutto anche di fronte alle evidenze ignoriamo la statistica

Sul sito evidenceinvestor.com il blogger inglese Joe Wiggins esprime il concetto in modo ancora più netto. I dati ci dicono che i gestori di fondi superstar non sono persistenti nel tempo, che è impossibile scoprirli in anticipo, che investire su tematiche quasi sempre porta a risultati terribili rispetto ad un investimento generalista. Eppure continuiamo a farlo a dispetto di probabilità che remano contro il nostro obiettivo finale.

Nel 2012 venne chiesto a 97 deputati britannici su due lanci di moneta quale era la probabilità che uscisse due volte testa? La maggioranza di loro, 60 su 97, non rispose nel modo corretto.

Ad un primo errore di conoscenza della materia, ammissibile per l’uomo della strada un po’ meno per chi rappresenta i cittadini in un Parlamento, si somma un secondo errore.

L’attesa di un risultato immediato, ovvero che la probabilità trovi la sua realizzazione al primo test che conduciamo personalmente.

La risposta al quesito proposto ai parlamentari inglesi è che 1 volta su 4  (25% di probabilità) su due lanci escono due teste, ma questo non garantisce che dopo i primi due lanci otterremo il risultato atteso di due teste.

Possono essere necessari centinaia di lanci per convergere verso il 25% di probabilità. Qualcuno ricorderà di aver studiato a scuola Bernoulli chiedendosi a cosa serviva quella roba complicata nella vita pratica di tutti i giorni. Ecco la risposta.

Abbiamo troppa fretta di veder trasformate le statistiche in risultati immediati a nostro favore

Questo è ciò che accade anche sui mercati finanziari.

Le probabilità di ottenere il risultato desiderato non prendono forma dopo un anno ma dopo n anni.

Tentare di scansare questa regoletta è molto pericoloso perché poi indietro non si torna come dico sempre in questi casi.

Più o meno un anno ogni cinque arriva un bear market, ma non necessariamente è così.

Il mercato orso nel quale stiamo entrando sarebbe il secondo in tre anni. Ma prima del 2020 l’orso non si era palesato per ben tredici anni.

Non possiamo sapere quando usciranno contemporaneamente le due teste lanciando due volte la monetina, ma sappiamo che dopo tanti lanci usciranno due teste nel 25% dei casi.

Non possiamo sapere quando i mercati azionari perderanno più del 20% del proprio valore dai massimi, ma sappiamo che nel lungo periodo questo evento accade mediamente ogni cinque anni. Con una complicazione aggiuntiva. Non conosciamo l’entità del fenomeno.

Sapere che in media durante un mercato orso le borse perdono il 35% non ci aiuta a prendere le decisioni migliori.

Possiamo essere fortunati e quindi investitori in un lustro nel quale l’orso ha fatto il minimo indispensabile graffiando per poco più del 20% come nel 1956 o nel 1966 o ancora nel 1990.

Oppure possiamo essere sfortunati ed essere investitori nel 2000 o nel 2007 quando i graffi si fecero più profondi dimezzando i patrimoni investiti in azioni.

Il non sapere con certezza subito il risultato finale ci disturba

Non sapere dove e quando la fase negativa si fermerà prima di riprendere l’inevitabile (perché è sempre andata così) percorso rialzista provoca turbamento e smarrimento nell’investitore.

Il quale si rifugia così nella solita ricerca della scorciatoia facile con buona predisposizione anche a pagare di più pur di sposare il sogno di ricco subito e prima degli altri.

In uno studio  condotto da due professori israeliani Hochman e Yechiam dell’Israel Institute of Tecnology, si è notato che le perdite sugli investimenti provocano delle risposte fisiche incontrollabili come dilatazione della pupilla e aumento del battito cardiaco. E questo vale anche per chi avverso alle perdite non è.

Questo mi serve per dire che è tutto normale quello che stiamo provando in questi giorni difficili per i mercati finanziari.

Anche chi è più esperto e apparentemente più sicuro di noi sta probabilmente vivendo le stesse sensazioni fisiche; ha solo imparato a nasconderle meglio.

Se nella pratica dell’investire non abbiamo preso più rischi di quelli che possiamo permetterci e che siamo in grado di gestire, dobbiamo stare assolutamente tranquilli.

Siamo ancora dalla parte del tavolo con maggiori probabilità di vittoria.

 

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