By |Categorie: Educazione finanziaria|Pubblicato il: 2 Dicembre, 2022|

Durante il processo di scelta dell’ETF più adatto al nostro piano di investimento ci troviamo molto spesso di fronte a un’alternativa non sempre di facile comprensione se non siamo investitori particolarmente esperti. Investire su strumenti a cambio aperto oppure a cambio coperto.

Non è infrequente valutare se acquistare o meno ETF con nomi dove compaiono le parole Eur Hedged, oppure Monthly Hedged, o ancora Hedged to EUR. Quanto è importante comprendere il significato della descrizione di un ETF ne abbiamo già parlato in questo articolo.

Ma questa parola hedged  cosa significa?

Cosa significa acquistare un ETF hedged

Prima di rispondere alla domanda precedente dobbiamo capire la logica di fondo di un investimento globale o regionale.

Quando acquistiamo azioni e obbligazioni quotate o emesse negli Stati Uniti non facciamo altro che acquistare dei dollari americani con i quali diventeremo possessori di azioni e obbligazioni.

Possono anche essere presenti strumenti obbligazionari oppure azionari emessi e quotati in euro; a quel punto  non avremo necessità di cambiare euro in dollari Usa.

Ma se così non è,  per poter entrare in possesso ad esempio delle azioni che replicano l’indice S&P500 dovremo consegnare i nostri euro al gestore di ETF con un acquisto in borsa. Il gestore preleverà i nostri euro da un conto e li convertirà in dollari americani per poter contestualmente acquistare le azioni quotate ad esempio a Wall Street.

La stessa cosa accade quando compriamo azioni inglesi che sono quotate in sterline oppure azioni giapponesi quotate in yen o ancora obbligazioni emergenti emesse nella valuta locale del paese (ad esempio real brasiliani o rand sudafricani, ecc…).

Nel momento  in cui acquistiamo un ETF che incorpora asset come azioni e/o obbligazioni non quotati in euro, convertiremo di fatto la nostra sicura moneta in una valuta diversa.  Da quel momento in avanti il nostro investimento avrà una quota più o meno rilevante di rischio cambio aperto.

Se tutto il nostro patrimonio fosse ad esempio investito nella borsa americana S&P500 tramite un ETF, saremmo esposti quotidianamente al rischio di cambio dollaro.

Se invece decidessimo di investire il nostro capitale per il 50%  in un ETF che replica l’andamento della borsa americana e il 50% che replica la borsa della zona Euro, il nostro rischio valutario rimarrà aperto solo per il 50% dell’investimento, visto che le società francesi, tedesche, italiane, spagnole sono quotate in euro.

Le oscillazioni valutarie muovono i prezzi dell’ETF

Le oscillazioni valutarie rappresentano un fattore di instabilità ulteriore per il valore dell’investimento.

Se (come è sempre raccomandabile) investiamo a livello globale, quello che nei documenti informativi a disposizione dei clienti (KIID) viene chiamato rischio cambio, risulta una variabile che potrebbe andare nel corso del tempo ad incrementare il valore dei nostri ETF (ad esempio nel caso di una rivalutazione del dollaro) oppure a diminuire il capitale a nostra disposizione (nel caso di svalutazione del dollaro).

Abbiamo perciò di fronte un fattore che influenza l’andamento dei prezzi in modo del tutto casuale e a noi favorevole o sfavorevole.

Quando ci troviamo di fronte un ETF che non presenta nella sua descrizione la parola inglese hedged (copertura), quasi sempre il nostro investimento sarà esposto a un rischio cambio più o meno elevato a seconda di quante azioni e obbligazioni quotate non in euro sono contenute nell’ETF stesso.

Quella che vediamo nel grafico a torta qui sotto è, ad esempio, l’esposizione geografica di un ETF obbligazionario governativo globale. In questo caso solitamente l’esposizione geografica coincide con quella valutaria.

 

Fonte: Xtrackers ETF Global Government Bond

Ecco quindi che un investimento di questo tipo avrà un rischio cambio di circa il 36% verso il dollaro Usa, del 17% verso lo Yen giapponese, del 5% verso sterlina, del 2% verso dollaro australiano e così via; sono ovviamente esclusi da questo conteggio i paesi della zona Euro le cui obbligazioni sono emesse e quotate nella stessa divisa che tutti i giorni utilizziamo al supermercato per acquistare cibo e detersivi.

Nel KIID dell’emittente (in questo caso Xtrackers) non troveremo infatti traccia di alcuna copertura del rischio cambio.

Fonte: Xtrackers ETF

Preso atto quindi che esistono ETF nei quali il rischio cambio è presente, la domanda che possiamo porci a questo punto è se dobbiamo (e possiamo) eliminare o ridurre questo rischio di cambio quando investiamo i nostri soldi.

Il rischio valutario è eliminabile in un ETF?

La risposta è nì. Nel lungo periodo i benefici della copertura (minori rischi di oscillazione e svalutazione della divisa non euro sopportando un costo) sono generalmente compensati dai benefici del mantenere il cambio aperto. Questo rende la pratica fine a sé stessa per chi investe con un orizzonte molto lungo. In questo caso comunque il segreto sta proprio nella parola “hedge” ovvero copertura.

Fare hedging su una valuta significa eliminare le oscillazioni del rapporto di cambio.

Quindi se ho deciso di comprare l’azione Amazon quotata in dollari Usa potrò decidere di eliminare il rischio di cambio che come investitore italiano non voglio sopportare, attivando appunto una copertura che funge da polizza assicurativa per quello specifico fattore di instabilità del prezzo finale. In pratica comprerò l’azione Amazon ma in versione eur hedged.

Se sceglierò di coprire il cambio da domani il mio investimento oscillerà solo per effetto del movimento del prezzo di Amazon in dollari e non anche per il movimento del prezzo di Amazon sommato a quello del dollaro Usa verso euro.

In questo modo abbiamo eliminato un fattore aggiuntivo e non gradito di oscillazione del prezzo. Ed ecco perché troviamo tanti ETF che nella descrizione presentano la parola eur hedged.

Ad esempio prendendo l’ETF SPDR S&P500 Eur Hedged, scopriamo che nel KIID è esplicitato che lo strumento investe nella stessa borsa americana S&P500 di altri ETF, ma lo fa coprendo il rischio di cambio dollaro Usa.

Fonte: SPDR

Lo stesso tipo di scelta potremmo ad esempio farlo con un altro ETF, in questo caso di Xtrackers, che investe sulle obbligazioni mondiali.

Rispetto all’estratto del KIID visto poco sopra lo stesso ETF, ma nella versione eur hedged, fornisce qualche informazione aggiuntiva all’investitore.

Fonte: Xtrackers

Perché non sempre è opportuno e necessario coprire il cambio

A questo punto la domanda d’obbligo è: perché non investire sempre tramite strumenti a cambio coperto (eur hedged) per evitare di sopportare gli effetti destabilizzanti delle oscillazioni valutarie?

Le risposte a questa domanda possono essere di due tipi.

La prima è che nel lungo periodo gli effetti negativi e positivi del cambio, che si alterneranno nel corso del tempo, tenderanno ad annullarsi. Diverse ricerche sono state condotte sul tema.

La seconda è che coprire un cambio ha un costo, o meglio sarebbe dire quasi sempre ha un costo, per un investitore europeo rispetto ad uno americano. Non lo è in questo momento storico ad esempio su un investimento in yen giapponesi.

Immaginiamo di vedere la copertura del cambio come un premio assicurativo che elimina un rischio di oscillazioni sgradite nei prezzi.

Oggi possiedo un titolo in dollari che rende il 2% all’anno ma voglio eliminare il rischio cambio. Sono un cittadino europeo e le obbligazioni dalle mie parti rendono lo 0%. In maniera un pò grossolana possiamo dire che il mercato mi riconosce la possibilità di coprire il rischio di svalutazione del dollaro, però per farlo dovrò rinunciare alla differenza di rendimento che il titolo in dollari mi offre rispetto a quello in euro. La copertura mi costerà quindi il 2% ed io possiederò dei titoli in dollari che rendono nominalmente il 2%, ma il mio rendimento finale sarà praticamente zero.

Tramite il processo di copertura rinuncio quindi al vantaggio di tasso offerto dall’obbligazione in valuta per essere tranquillo sul fronte della volatilità nei rapporti di cambio

Che vantaggio ne ricavo nell’attivare questa opzione vi starete chiedendo.

Se avete guadagnato soldi su quell’obbligazione, grazie al rafforzamento del dollaro avvenuto in un momento successivo all’acquisto, potremmo decidere ad esempio di congelare il guadagno.

Oppure se la nostra aspettativa è quella di una discesa dei tassi di interesse americani più intensa di quelli europei potrò guadagnare sul prezzo delle obbligazioni senza perdere sul cambio.

O ancora perché preferisco possedere titoli del debito americano per avere il maggiore livello di sicurezza al mondo, ma senza rischiare sul cambio.

Il costo della copertura diventa appunto un onere solo quando il rendimento di un’obbligazione estera è più alto di quella europea.

Se il rendimento è più basso allora avremo un premio (ad esempio nel caso delle obbligazioni giapponesi) e quindi non pagheremmo l’assicurazione, ma al contrario saremo noi investitori ad essere pagati per l’attivazione della copertura.

Inoltre costo o premio di copertura sono estremamente variabili sulla base delle oscillazioni dei rendimenti di mercato.

Se oggi paghiamo il 2% per coprire il rischio cambio dollaro e due anni fa pagavamo il 3%, non è da escludere che fra 12 mesi potremmo addirittura riscuotere un premio.

Il concetto di fondo è che questo costo di copertura non viene scritto in nessun prospetto o KIID dell’ETF. Semplicemente è un valore variabile che giorno dopo giorno viene aggiunto o sottratto dal valore della quota del fondo a seconda della sua entità.

Quando compriamo ETF che investono su azioni o obbligazioni americane eur hedged, sappiamo che al rendimento di mercato di questi asset dovremo tendenzialmente sottrarre da qui a un anno il costo della copertura. Meglio saperlo in anticipo prima di incriminare (ingiustamente in questo caso) quei ladroni della finanza.

Per i super tecnici a questa pagina trovate un calcolatore “forward rate” che sulle varie scadenze è in grado di fornire una buona stima del costo di copertura tra euro e dollaro Usa.

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